MISERICORDIA E SAN GIOVANNI DI DIO – Luca Beato O.H.

1956, THE TEN COMMANDMENTS

1 – Dio è per sua natura misericordioso

Le prime pagine della Bibbia sono state definite una teodicea, cioè una difesa di Dio, in quanto mostrano che Dio ha fatto bene tutte le cose e che il male è entrato nel mondo per colpa dell’uomo. Esse però contengono anche un passo definito protovangelo, il primo annuncio di salvezza per l’umanità del Dio misericordioso che dice al serpente: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15).

Dio poi si rivela a Mosè sul monte Sinai come un Dio di misericordia e di pietà: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato…” (Es. 34,6-7).

Per i profeti basta citare Ezechiele: “Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?”(Ez 18,23).

Significativo è il Salmo 136 con il ritornello che proclama in maniera quasi ossessiva: “Eterna è la sua misericordia” mentre passa in rassegna l’opera della creazione, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e le prime conquiste di terra promessa. E il salmo 103: “ Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore…Come un Padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanto lo temono. Perché Egli sa di che cosa siamo plasmati”(8-14).

In sintesi si può affermare che con l’Alleanza del Monte Sinai, stretta tra Dio e il suo popolo, Dio promette aiuto e protezione perché il popolo abbia una terra dove vivere libero, crescere, moltiplicarsi e godere i frutti del suolo, dei greggi e degli armenti. Il popolo però deve osservare i dieci comandamenti: il culto esclusivo a Dio e i doveri di giustizia verso il prossimo. Il Dio alleato è giusto, quindi castiga i trasgressori della legge, ma lo fa in maniera provvisoria e medicinale perché si convertano. Quindi alla fine sulla giustizia prevale sempre la sua misericordia.

Gesù Misericordioso 3

2 – Gesù è l’incarnazione della misericordia di Dio

L’incarnazione del Figlio di Dio è stata la manifestazione suprema della Misericordia.

  1. Dio è Padre, meglio ancora Abbà, cioè papà, “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”(2 Cor 1,3),
  2. è il “Dio ricco di misericordia”(Ef 2,4).
  3. In Gesù prende corpo tutta la misericordia e la teberezza di Dio. Il Nuovo Testamento lo presenta come l’uomo del perdono. In quest’ambito tanto particolare Egli fa le veci del Padre (Mc 2,7; Lc 15).
  4. In Gesù si rivela la misericordia e non la violenza. L’incarnazione è l’abbassamento (kénosis) di Dio verso l’uomo. E’ il segnale che Dio non è violento, anzi ama la debolezza e si fa debole.
  5. Gesù non appare con il carattere assoluto di una persona sacra, ma come uno “simile agli uomini”(Fil 2,7), come uno qualsiasi di questo mondo.
  6. Si fa prossimo di tutti, senza eccezioni, ama tutti perché è l’icona di Dio e Dio è Amore (1Gv 4,7).
  7. Rifiuta senza riserve ogni tipo di violenza.
  8. Presenta suo Padre (Abbà) non come padrone, ma come amico;
  9. non come dominatore, ma come servitore;
  10. afferma che le cose essenziali non sono rivelate ai sapienti, ma ai piccoli (Mt 11,25; Lc 10,21).

Il filo conduttore della storia, iniziata da Gesù, è la riduzione delle strutture forti, la rinuncia alla violenza e all’efficientismo; per questo raccomanda tanto il perdono ed invita a perdonare sempre di nuovo, fino a settanta volte sette, cioè sempre (Mt 18,22). Gesù si manifesta così come il grande educatore che conduce a fonti tranquille ed insegna come superare la violenza, sacra o sociale che sia (Cfr.Il cammino di ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio, pag.20).

Giovanni d'Avila

San Giovanni d’Ávila (6 gennaio 1499 – 10 maggio 1569) direttore spirituale di Giovanni di Dio, fu un sacerdote spagnolo, grande predicatore e mistico, proclamato santo da papa Paolo VI (1970); nel 2012 è stato dichiarato Dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI

3 – San Giovanni di Dio, uomo di misericordia

Di San Giovanni di Dio è impressionante la conversione perché si è verificata in modo così turbolento che l’ha portato alla pazzia. La svolta decisiva della vita di Giovanni avviene il 20 Gennaio 1539, festa di San Sebastiano, molto venerato a Granada. Per il panegirico è stato chiamato il celebre Maestro San Giovanni d’Avila. Le sue parole provocano in Giovanni un effetto dirompente. Di fronte al bilancio impietoso dei suoi fallimenti, entra fortemente in crisi. Il suo pentimento avviene con manifestazioni esteriori simili a quelle dei penitenti medioevali, con punte masochiste da rasentare la follia: grida i suoi peccati in pubblico nella piazza principale della città, si rotola nel fango, si strappa la barba e sbatte la testa contro il muro. Regala libri e soldi alla folla, che lo segue divertita e lo prende per matto. Si ritrova alla fine, in camicia e mutande, in una cella del reparto agitati dell’ospedale reale di Granada.

Come tutti i malati mentali di quel tempo, Giovanni viene curato con le catene, le frustate, il digiuno prolungato e qualche secchio d’acqua fredda in testa. La vicinanza del Maestro Giovanni d’Avila in questo momento cruciale della sua crisi esistenziale è determinante per restituirgli assai presto un buon equilibrio psicofisico.

San Giovanni di Dio incoca il MisericordiosoNella conversione di San Giovanni di Dio si può vedere bene il passaggio dalla paura di Dio alla fiducia totale nella sua bontà e misericordia. Certo, la paura non ha mai salvato nessuno. Il timore del castigo dell’inferno può portare anche alla disperazione e all’autodistruzione, come è capitato a Giuda che si è impiccato ad un albero, convinto dell’impossibilità del perdono di Gesù, da lui tradito. A Giuda si contrappone la figura di San Pietro che invece dopo il tradimento incrocia lo sguardo di Gesù e scoppia in un pianto dirotto. In quel pianto si manifesta il pentimento per il tradimento, ma anche la fiducia nel perdono da parte di Gesù. Per San Giovanni di Dio è stata provvidenziale la vicinanza del Maestro d’Avila, che l’ha aiutato a passare dalla paura dei castighi di Dio alla totale fiducia in Lui. E’ la fiducia in Dio quella che ci salva e ci dà la forza di andare avanti superando le negatività che sperimentiamo nella nostra vita.

Sarà pure vero che a San Giovanni di Dio è servito anche il VUOTO sperimentato nella prima parte della sua esistenza, avendo infilato una serie di insuccessi. Ma il vuoto da solo dice solo negatività. E’ la presa di coscienza della misericordia di Dio, quella che riempie il vuoto, perché apre il cammino all’azione dello Spirito Santo che ci rende figli di Dio, da Lui amati e benedetti così come siamo, nella fragilità della nostra condizione umana.

Giovanni di Dio sperimentò l’infinito amore misericordioso del Padre e si sentì spinto a vivere misericordiosamente, soprattutto dalla contemplazione della passione e morte di Gesù Cristo. Lo espresse in modo semplice e profondo in queste parole alla duchessa di Sessa: Se considerassimo quanto è grande la misericordia di Dio, non cesseremmo mai di fare il bene mentre possiamo farlo, poiché, mentre noi diamo per suo amore ai poveri quello che Lui stesso ci dà, Egli ci promette il cento per uno nella beatitudine del cielo…E ci prega con le braccia aperte di convertirci, di piangere i nostri peccati e di avere la carità prima verso le nostre anime, poi verso il prossimo. Perché, come l’acqua spegne il fuoco, così la carità cancella il peccato (1 D.S.13). Quando invitava a contemplare la Passione del Signore, lo faceva per esortare alla preghiera di ringraziamento e di contemplazione, a ravvivare la speranza in Gesù Cristo, nel quale trovare consolazione e coraggio nelle difficoltà e sofferenze, e a fare il bene ai poveri e ai bisognosi” (Ibid. pag. 14).

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4 – Fatebenefratelli, fratelli misericordiosi

FatebenefratelliLa misericordia è l’asse portante del carisma e della spiritualità di San Giovanni di Dio e dell’Ordine Ospedaliero da lui derivato. I Fatebenefratelli vogliono essere nella Chiesa un’icona vivente e collettiva della misericordia. Anche noi siamo stati toccati dalla misericordia di Dio come San Giovanni di Dio e perciò apriamo il nostro cuore alla misericordia verso i nostri fratelli. La nostra professione religiosa con il voto di ospitalità ci consacra ad essere misericordiosi verso i fratelli. In Germania i Fatebenefratelli sono proprio chiamati “fratelli misericordiosi”. Noi ci impegniamo ad “amare Gesù al di sopra di tutte le cose del mondo e per amor suo e bontà vogliamo fare il bene e la carità ai poveri, ai malati e ai bisognosi”. Il nostro obiettivo spirituale consiste nell’incarnare con sempre maggiore profondità i sentimenti di Cristo verso l’uomo ammalato e bisognoso e manifestarli con gesti di misericordia: farci deboli con i deboli per essere per loro segno ed annuncio dell’arrivo del Regno di Dio (Cost 3). Lo stile che caratterizza i Fatebenefratelli fin dalle origini si esprime nelle seguenti virtù: “Servizio umile, paziente e responsabile; rispetto e fedeltà alla persona; comprensione, benevolenza e abnegazione; partecipazione alla sue angosce e alle sue speranze” (Cost 3b).

Stiamo vivendo il Giubileo della misericordia indetto dal Papa Francesco. Il Papa nel suo pragmatismo dà molta importanza alla misericordia verso i fratelli e insiste sulla pratica delle opere di misericordia corporale e spirituale. Noi sappiamo, è vero, che abbiamo bisogno soprattutto della misericordia di Dio, ma per ottenerla non basta andare in Chiesa, pregare, partecipare alla Santa Messa e ai Sacramenti della Confessione e della Comunione, occorre anche un cambiamento di vita che ci faccia uscire dal nostro egoismo e ci faccia compiere opere di giustizia e di carità verso i nostri fratelli bisognosi di aiuto. Proprio dalla consapevolezza di aver ottenuto misericordia da Dio deriva per noi il dovere di essere misericordiosi verso i nostri fratelli che versano in qualsiasi necessità. Così è stato per San Giovanni di Dio, così deve essere anche per noi.

Luca Beato, O.H.

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IL PROF. GIUSEPPE PERONE CON L’AFRICA NEL CUORE

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IL PROF. GIUSEPPE PERONE, è l’oculista cattedratico della Università di Pavia che tutti gli anni, a sue spese, rinunciando alle vacanze, va in Africa con una sua équipe a curare gratuitamente i malati poveri, specialmente bambini. 

2-Fra Fiorenzo Priuli 02Dopo tanti anni di frequenza, ha deciso di scrivere un libro, con la prefazione di Fra Fiorenzo Dr. Priuli, un medico frate di San Giovanni di Dio che vive in Africa da più di quarant’anni.

Accanto ai racconti delle peripezie per le strade infangate, i containers in eterno ritardo e tanto altri disagi, trapela da ogni riga la soddisfazione di avere fatto, specie all’ospedale di AFAGNAN, un’opera di enorme utilità per qualche migliaio di persone, in gran parte bambini, con seri problemi agli occhi, spesso a rischio della cecità.

Un’opera ricchissima di notizie  di cronaca, ma più ricca ancora di bellissimi volti di bambini, pieni di gioia, quasi dimentichi dei loro problemi di salute.

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Un bellissimo video: CLICCA
-IL SORRISO DI BAMBINI-

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http://also.it/documenti/africa-presentazione.pdf

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UTA ONLUS 2014

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UTA – Uniti per Tanguiéta e Afagnan nel decimo anniversario del riconoscimento come ”ONLUS”

Uniti per Tanguiéta e Afagnan
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NEL DECIMO ANNIVERSARIO DEL RICONOSCIMENTO COME ”ONLUS” 

Fra Luca Beato o.h.
Sacerdote dei Fatebenefratelli e vicepresidente dell’UTA Onlus
INTRODUZIONE 
 
Cari lettori, questo dossier sulle missioni africane dei Fatebenefratelli della Provincia Lombardo-Veneta e sull’azione di supporto svolta dall’Associazione benefica “Uniti per Tanguiéta e Afagnan” in sigla UTA viene pubblicato sulla rivista Fatebenefratelli, grazie alla bontà del direttore fra Marco Fabello. L’occasione propizia è la ricorrenza del decimo anniversario del suo riconoscimento come Onlus (organismo non lucrativo di utilità sociale), ma il motivo di fondo è che l’UTA in dodici anni di vita è diventata l’associazione più importante tra quelle che sostengono gli ospedali africani dei Fatebenefratelli.
 
Fra Marco ha sempre dimostrato una particolare sensibilità verso le nostre missioni: questa Rivista ne è una chiarissima testimonianza. Inoltre da quando è stato fatto direttore dei due ospedali di Brescia, il Sant’Orsola e il San Giovanni di Dio, è nata una più organica collaborazione con l’UTA. Tra l’altro egli ha preso a cuore la valorizzazione della figura carismatica del nostro confratello fra Fiorenzo Priuli, medico missionario di alto livello, consulente dell’O.M.S. (Organizzazione mondiale della sanità) per le malattie tropicali.
 
Con la collaborazione dell’Ufficio stampa FBF di Roma è riuscito a portare più volte fra Fiorenzo con gli ospedali africani e l’Associazione UTA sul primo e secondo canale della RAI e su Telepace. A fra Marco, quindi, il nostro grazie profondo e sincero.
 
Il presente dossier è una sintesi del libro “Africa nel cuore” edito nel decimo anniversario della fondazione dell’UTA.Devo, perciò, ricordare e ringraziare le persone che l’hanno scritto: Marisa Bonan Cucchini, Sara Brotto, Federica Carlesso, Silvia Rossi, fra Fiorenzo Priuli e Sergio Carlesso per tante foto.
 
Il dossier narra la storia di un piccolo “miracolo” che è l’UTA, realizzato grazie all’impegno e alla volontà comune di persone, come me e come voi, che credono nella forza dell’amore e, proprio per questo, nella possibilità di creare un mondo migliore. La forza dell’UTA sono i benefattori grandi e piccoli quindi anche una buona parte di voi.
A tutti e a ciascuno esprimiamo la nostra profonda riconoscenza insieme a quella dei nostri missionari e di tanti ammalati salvati dalla morte e/o curati e assistiti grazie al vostro sostegno economico. Il Signore ricompensi la vostra carità con il dono della vita immortale. Per questo noi religiosi Fatebenefratelli preghiamo tutti i giorni.
 
Quest’anno ricorre il decimo anniversario del riconoscimento come “ONLUS” dell’associazione benefica “Uniti per Tanguiéta e Afagnan” in sigla = U.T.A. (31 gennaio 1998). Fin dall’origine (1996) essa aiuta in maniera sempre più consistente gli ospedali africani dei Fatebenefratelli di Afagnan nel Togo e di Tanguiéta nel Benin nella cura dei malati poveri dell’Africa, specialmente i bambini.
Uta onlus - l'Africa nel cuore
 
Storia delle origini
 
Ero ancora un giovane religioso, postulante-studente a Milano, ospedale San Giuseppe, quando ho visto partire nel 1955 i primi missionari Fatebenefratelli diretti in Somalia a Chisimaio, per gestire l’ospedale statale di quella città: fra Cesare Gnocchi, fra Tommaso Zamborlin e fra Carmelo Gaffo. Era Provinciale fra Natale Paolini.
Fra Mosè Bonardi o.h. Priore GeneraleQualche tempo dopo, nel 1959, il Padre Generale dell’Ordine dei Fatebenefratelli fra Mosè Bonardi della Provincia religiosa Lombardo-Veneta, fece subentrare un gruppo di nostri confratelli, guidati da fra Eligio De Marchi, ai confratelli della Provincia Austriaca nella gestione dell’ospedale “Holy Family Hospital” di Nazaret in Israele.
 
Il cambio si era reso necessario perché, dopo la shoah degli Ebrei, la lingua tedesca era diventata invisa alla popolazione. Gli italiani invece erano molto graditi e soprattutto fra Eligio perché all’ospedale Fatebenefratelli di Roma all’Isola Tiberina aveva salvato molti Ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento in Germania. Ma nel 1960 per volontà dell’ONU anche le ultime Colonie acquistarono l’indipendenza.
 
L’orgoglio nazionale all’indomani dell’indipendenza, determinò in Somalia l’esonero dei Fatebenefratelli dalla gestione dell’ospedale di Chisimaio.
I nostri Superiori Maggiori pensarono allora di aprire una Missione in Africa. In vista del Concilio venivano in Italia tanti vescovi del mondo in via di sviluppo e andavano a chiedere aiuto ai nostri Superiori.
 
Il più fortunato fu il vescovo di Lomé, capitale del Togo, mons. Roberto Casimir Dosseh. Partirono allora nel 1960 fra Pierluigi Marchesi e fra Onorio Tosini alla volta di Lomé per trattare con le autorità religiose e civili. L’anno seguente partirono i primi due missionari: fra Onorio Tosini e fra Aquilino Puppato e diedero inizio al primo lotto della costruzione dell’ospedale “Saint Jean de Dieu” di Afagnan, un villaggio fuori mano vicino al confine con il Dahomey (oggi: Benin) a 90 chilometri da Lomé e a 30 dalla costa oceanica.
San Giovanni di Dio - l'Africa nel cuore
 
L’ospedale fu inaugurato nel 1964.
 
Fra Mosè Bonardi o.h. Priore GeneraleIl Padre Provinciale fra Mosè Bonardi, con sguardo lungimirante, decise di fare un ospedale anche nel Benin e le autorità religiose e civili gli indicarono il Villaggio di Tanguiéta nel Nord del Paese, quasi al confine con l’Alto Volta (ora: Burkina Faso), a una giornata di macchina da Afagnan: una zona poverissima, dove la popolazione fa fatica a sopravvivere, dato che per influsso del Sahara, la siccità dura otto mesi all’anno e la terra anche nella corta stagione delle piogge è piuttosto avara.
Il pioniere della costruzione di questo ospedale, dedicato a San Giovanni di Dio, fondatore dei Fatebenefratelli, è stato fra Tommaso Zamborlin. Egli partì da Afagnan nel 1967 dove si trovava già da qualche tempo e insieme al geometra Renato Canziani di Milano cominciò la costruzione dell’ospedale che fu inaugurato nel 1970 alla presenza di fra Cesare Gnocchi e di tante autorità religiose e civili.
Di questi avvenimenti sono stato quasi unicamente un ammirato spettatore. Ma nel 1965, terminati gli studi di teologia a Roma, sono stato incaricato di dirigere lo Scolasticato a Milano, ospedale S. Giuseppe, che allora era gremito di giovani religiosi. Ritenni subito mio dovere educare i giovani religiosi allo spirito missionario. Tra gli allievi di allora c’era anche fra Fiorenzo Priuli che per le missioni era un vulcano di idee e di iniziative. Facemmo una mostra missionaria in uno stabile appena acquistato per l’ampliamento dell’ospedale S. Giuseppe, in corrispondenza dell’attuale Pronto soccorso. La mostra in prossimità del Natale, nel periodo della fiera degli “Oh bei! Oh bei!” presso la Chiesa di S.Ambrogio, ci ha portato una marea di gente e ci ha procurato un incasso ingente.
Facemmo poi anche una lotteria con il sostegno di altre Case della Provincia, specialmente di Cernusco sul Naviglio dove si è dimostrato molto attivo il Padre Priore fra Pierluigi Marchesi.
Insomma, ricordo che consegnammo al Padre Provinciale fra Mosè Bonardi la bella somma di lire 11,5 milioni, che sono stati sufficienti per la costruzione del padiglione della pediatria dell’ospedale di Afagnan.
 
Diventato Consigliere provinciale, nel 1971 e 1972 ho visitato gli ospedali africani per rendermi conto “de visu” dei problemi che essi avevano per poter provvedere in modo mirato agli approvvigionamenti necessari per il buon funzionamento: medici, infermieri professionali, tecnici; medicinali, reagenti di laboratorio analisi, materiale sanitario, eccetera.
Ho avuto modo di vedere all’opera nell’ospedale ancora incompleto di Afagnan, fra Onorio Tosini come Padre Priore, verso il quale la popolazione aveva una grande stima e venerazione per cui lo chiamavano amegan (= grande capo); in reparto fra Emanuele Zanaboni, in farmacia fra Giustino Mariconti e fra Fiorenzo che faceva un po’ di tutto: sala operatoria, laboratorio analisi e radiologia e aveva inoltre una trentina di bambini con flebo e sondino naso-gastrico in una piccola dépendance dell’ospedale degna di un pollaio, in attesa dell’apertura della pediatria.
Quei bambini, mi spiegava, avevano come minimo tre o quattro qualità di parassiti intestinali. Bastava poco per tirali fuori dall’anemia in cui erano caduti. Ma doveva fare di nascosto anche quel poco, perché non si poteva aprire la pediatria, mancando i fondi per gestirla.
 
A Tanguiéta ho visto il Padre Priore fra Tommaso Zamborlin, pieno di dinamismo: godeva la stima della popolazione per l’impegno straordinario dimostrato nella costruzione dell’ospedale, per cui aveva rischiato anche la vita, quando il camion carico di materiale edilizio aveva rotto i freni sulle colline dell’Atakora; inoltre era considerato un idolo dai ragazzi per le acrobazie che faceva con la moto. Non per nulla l’avevano battezzato: m’en foux la mort (=me n’infischio della morte).
Fra Leonardo Laner, mio carissimo compagno di noviziato anche se più anziano di me, faceva il fac-totum dell’ospedale e fra Clemente Tempella, bravo infermiere professionale, gestiva il reparto. L’ospedale, piccolo e incompleto, non lavorava ancora abbastanza. La gente del posto, legata alla cultura e alla religione del feticismo aveva ancora una grande diffidenza dell’ospedale dei bianchi e si affidava più volentieri allo stregonemedicone.
 
A dire di fra Fiorenzo, la fiducia della gente verso l’ospedale si è manifestata ampiamente dopo l’epidemia di morbillo del 1989, quando sono morti in tempi rapidissimi 5.000 bambini e di questi, solo un quarto di quelli che i missionari erano riusciti a portare all’ospedale, rimandando per questo anche la S. Messa di mezzanotte di Natale, si erano salvati. Prova ne sia il fatto che fra Fiorenzo cercò aiuti per costruire la pediatria molto capiente. La Provvidenza gli fece conoscere, tramite il Parroco di Meda, il signor Carlo Luigi Giorgetti, che attualmente è presidente dell’associazione “Amici di Tanguiéta”. Egli finanziò la costruzione della pediatria per onorare la memoria del figlio Paolo, di 18 anni, rapito e trovato morto bruciato.
 
Ambiente dove agisce l’UTA
 
 
UTA Afgnan_ospedale4Siamo tutti vulnerabili, ma abbiamo gli ospedali dove i medici ci curano. In Europa il problema non si pone: le strutture ospedaliere sono lì per noi. In altre parti del mondo, però, non è così: l’ospedale rappresenta la ricchezza, non la cura. Negli Stati Uniti se non sei assicurato, muori. In Africa se sei povero, muori. E questo per la nostra morale cristiana non è giusto; ci hanno insegnato ad amare il prossimo, il fratello, qualunque creatura vivente. È questo senso del dovere e dell’aiuto verso gli altri che ha piantato le basi da cui è nata l’UTA.
 
A parte l’aspetto fisico, però, sono tante le differenze che ci distinguono dai popoli degli altri Continenti: prima tra tutte, la cultura; seconda (e in parte diretta conseguenza della prima) il diritto alla salute. In Europa prendere un raffreddore è una seccatura, operarsi di appendicite è solo un fastidio doloroso. Negli Stati Uniti invece se hai bisogno di un medico devi prima digitare il numero della tua carta di credito e dimostrare di essere coperto da assicurazione. In Asia e in Africa, il povero che non può pagare non entra in ospedale e per di più gli ospedali sono sovente così lontani che diventano per
il malato una mera utopia.
 
Gli aiuti internazionali hanno permesso ai Paesi in via di sviluppo la costruzione di un certo numero di ospedali nei Centri più grossi e anche di qualche Università di Medicina. Gli ospedali hanno attrezzature adatte, un organico di medici, infermieri e tecnici adeguato, pagato dallo Stato. Ma per poter accedere all’ospedale il malato deve pagare una serie di medicinali, di materiale di medicazione, eccetera secondo una lista che gli viene presentata. Al cibo ci devono pensare i parenti. Per poter accedere agli ospedali in genere i poveri ricorrono alla colletta tra parenti. Se si tratta di ricoveri brevi o di interventi leggeri la cosa si risolve facilmente, altrimenti bisogna rinunciare. Di fronte all’impossibile, scatta il meccanismo del fatalismo che toglie anche le lacrime da piangere.
 
Anche gli ospedali dei Fatebenefratelli fanno pagare, però non si respinge nessun malato perché non ha soldi da pagare. La vita umana vale più del denaro. Diciamo questo solo per far capire che chi crede nell’UTA si sente prima di tutto fortunato, e non vuole dimenticare chi lo è meno di lui. L’UTA ha preso a cuore le condizioni dell’Africa, la carenza di cure per i malati africani poveri. Non poteva farlo da sola, certo, così si è appoggiata all’Ordine religioso dei Fatebenefratelli e ai suoi due ospedali a Tanguiéta nel Benin e ad Afagnan nel Togo. Le azioni di questi uomini volenterosi di aiutare chi è meno fortunato di loro hanno trovato fin da subito zone precise su cui operare e problemi concreti da affrontare.
Non è facile lavorare in Africa: lì ogni zona ha le sue tradizioni, ogni popolo ha la sua religione, il sacro si mescola al profano e lo spirito si incarna nello stregone.
 
Togo
 
 
Prendiamo il Togo: un piccolo tratto di terra africana, colonia francese fino al 1960, che in quasi mezzo secolo non è riuscito ad uscire dall’arretratezza economica e sociale che caratterizza praticamente tutti gli Stati del Continente africano. Il regime “presidenziale” che ha portato avanti le cinque repubbliche che si sono succedute, non ha giovato a una crescita uniforme del Paese, anzi ha incentrato le ricchezze nelle mani dei pochi già ricchi e ha prostrato i poveri. Le conseguenze si vedono non solo in un’economia zoppicante, sprovvista di strutture di base che servirebbero per  sviluppo armonioso del paese, ma anche, e soprattutto, in settori sociali primari come l’educazione
e la sanità. Il Togo è un paese carente di reti di comunicazione e di mezzi mediatici. L’informazione non arriva in migliaia di villaggi isolati, guidati ancora da stregoni e “preti wudu”. La pratica dell’infibulazione, che rovina per tutta la vita bambine e donne, è praticata sia dai musulmani (che comprendono il 25% della popolazione) sia tra gli animisti
(il 52%). La media è di sei figli per ogni donna e il reddito medio per chi lavora è di $ 400,00.
 
Benin
 
Neanche il Benin se la passa bene: l’agricoltura occupa il 60% della popolazione attiva, ma rende assai poco, e il prodotto nazionale lordo si aggira sui 600 euro annui pro capite. Si potrebbero sfruttare a beneficio di più persone i giacimenti di petrolio scoperti nelle acque territoriali e l’importanza commerciale del porto di Cotonou, che serve anche gli stati confinanti. Ma questo non succede e il Benin resta un paese essenzialmente povero. Il 15% della popolazione è musulmana, il 15% cristiana, il resto pratica culti tradizionali, divisa in numerosi gruppi etnici, diversi tra loro sia culturalmente sia linguisticamente. Il 60% della popolazione è analfabeta, e le grandi distanze geografiche, unite alla debolezza fisica dovuta a un’insufficienza alimentare cronica (un bambino su quattro non mangia abbastanza tutti i giorni) fa sì che la maggior parte di loro faccia fatica ad avvalersi del servizio sanitario.
 
Malattie più diffuse
 
Le malattie epidemiche sono degli avvenimenti ciclici, che da sempre portano sofferenza e morte nelle regioni più povere. Togo e Benin sono un terreno perfetto di sviluppo di queste malattie. La più diffusa, e la più temibile, perché indebolisce il fisico lasciando la strada libera ad altre malattie, è la malaria. Di malaria non si parla mai, eppure (o forse proprio perché) si sovrappone a tutte le altre malattie che decimano ogni giorno il popolo africano. È una presenza fissa, costante, imbattuta. Le si affiancano periodicamente altri flagelli che danno il colpo di grazia a corpi già martoriati.
Nei suoi quasi quarant’anni di esperienza in terra africana, fra Fiorenzo Priuli ci ha portato testimonianza di numerose epidemie, indelebili nella memoria.
 
Nel 1970 si sviluppò in Togo una epidemia di rabbia che sopravvisse per un lungo periodo al vaccino messo gratuitamente a disposizione dal governo e alla caccia ai cani randagi portata avanti dall’esercito. La popolazione li nascondeva, e la rabbia continuava!
 
Nel 1971 arrivò il colera: il governo del Togo e l’OMS inviarono camionate di fleboclisi e soluzioni reidratanti orali. I malati erano così numerosi che l’ospedale di Afagnan dovette utilizzare anche i locali della pediatria.
 
Nel 1979-1980 fu la volta del morbillo, che in cinque mesi uccise più di 5.000 tra bambini e adolescenti. È la più grave epidemia che si ricordi nelle regioni di Tanguiéta;ovunque attorno ai villaggi si scavavano fosse, molte famiglie rimasero senza figli, i missionari portavano i malati all’ospedale e tornavano con i cadaveri, perfino la notte di Natale!
 
Nel 1983 fu la meningite a mietere le sue vittime: la meningite appare tutti gli anni, ma in quel caso fu particolarmente violenta. Per lasciare posto agli ammalati furono occupate anche due case dei medici, e per appendere le fleboclisi si arrivò ad utilizzare i fili del telefono urbano!
 
Nel 1985 toccò alla febbre gialla, male mortale nel 98% dei casi, ma evitabilissimo con la vaccinazione.
Purtroppo da anni non si vaccinavano che i libretti sanitari dei pellegrini che andavano alla
Mecca, e la malattia trovò un fecondo campo d’azione. Solo una grande campagna di vaccinazione riuscì ad arrestarla, dopo una scia incalcolabile di vittime.
 
Nel 1988 si segnalarono a Tanguiéta i primi due casi di AIDS. Da allora questo male è diventato anche “cosa nostra”, sia perché si propaga a ritmo vertiginoso, sia perché troppo poco si fa per educare, sensibilizzare, prevenire, curare e aiutare.
 
Nel 2003 l’epidemia fu di febbre tifoide. Anche in questo caso sottosviluppo, ignoranza, mancanza di acqua potabile hanno incrementato a dismisura il numero di vittime, per un male la cui cura precoce è efficace e poco costosa.
Queste sono le epidemie che gli ospedali dei Fatebenefratelli, con l’aiuto di privati e associazioni come la nostra UTA, hanno fronteggiato negli anni. Ma non vanno dimenticati altri tipi di virus, come la tubercolosi, la lebbra, il morbo del Buruli.
 
Ospedale “Saint Jean de Dieu” di Afagnan
 
fra-onorio-tosini-un-votato-allospitalitaL’ospedale di Afagnan fu fondato nel 1964 da fra Onorio Tosini e fra Aquilino Puppato, mentre era Provinciale fra Mosè Bonardi. Essi erano partiti con una nave dal porto di Marsiglia il 13 marzo 1961 ed avevano iniziato subito la loro attività con un ambulatorio costruito dal governo in attesa della realizzazione del primo lotto di lavori dell’ospedale, costruito su progetto del prof. Ferdinando Michelini, con cortile centrale e padiglioni che si sviluppano in direzione Est-Ovest con muri maestri riparati dal sole per mezzo di una tettoia sporgente. L’inaugurazione del nuovo ospedale avvenne il 5 luglio 1964.
 
Fra Fiorenzo - Afagnan reparti
 
La scelta è ricaduta in una delle zone più povere del Togo e totalmente sguarnita di assistenza medica, che raccoglie una popolazione di oltre 100.000 abitanti. Ma i malati e i bisognosi che sono assistiti giornalmente nell’ospedale provengono anche dai Paesi limitrofi come Benin, Ghana, Nigeria e persino dal Burkina Faso. Inizialmente i posti letto a disposizione nella struttura erano 82.
 
Fra Fiorenzo - Residenza medici Afagnan
 
Man mano la capacità ricettiva si è progressivamente sviluppata. Nel 1969 fu costruita la pediatria con 34 letti. Nel 1986 venne realizzata la clinica e nel 1990 il reparto di isolamento. In tutto oggi si contano più di 270 posti letto, costantemente occupati da malati poveri e spesso in gravi condizioni. Ci sono i reparti di chirurgia, di medicina, di radiologia; c’è il laboratorio analisi, c’è la pediatria e c’è la maternità, tutti perfettamente funzionanti, ma tutti sempre affollati e bisognosi di interventi.
 
Fra Fiorenzo - Cortile Afagnan
 
L’ospedale lavora ad alto livello medico scientifico, per cui nel 2005 il Governo del Togo l’ha elevato al grado di ospedale universitario per una collaborazione stretta con l’Università di Lomé.
 
Fra Fiorenzo - Pediatria Afagnan
 
La pediatria è il reparto più vivace di tutto l’ospedale: i sorrisi si mescolano, a volte, alle lacrime per la gioia di vivere e ricominciare a correre e saltare. I posti letto sono 75 ed è presente all’interno una “piccola scuola” per l’insegnamento ai bambini ricoverati per lungo tempo (riabilitazione dopo la poliomielite, ulcera di Buruli, osteomielite, ecc.). È in questi settori che l’UTA è riuscita più volte a intervenire e a ridare la gioia di vivere a bambini e adulti.
 
Fra Fiorenzo - La sala operatoria in piena attività
 
Ospedale “Saint Jean de Dieu” di Tanguiéta
 
A Tanguiéta, più ancora di Afagnan, il clima non è propizio per la salute dei poveri: la stagione secca dura otto mesi e mette a dura prova la resistenza fisica soprattutto dei bambini, che deperiscono progressivamente fino, certe volte, a morire di fame. Sì, perché se di fame nella vecchia, ricca Europa non si parla quasi più, anzi c’è il problema dell’obesità, in Africa è ancora una realtà che porta alla morte.
 
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Le mamme di solito ricorrono all’ospedale quando i bambini sono moribondi, perché solo allora lo stregone lo permette. Dicono di provare se il feticcio dei bianchi ha dei poteri che i loro feticci non hanno. Ma i bianchi non usano la magia, e non sempre i loro rimedi arrivano in tempo.
 
L’ospedale di Tanguiéta è stato fondato nel 1970 da fra Tommaso Zamborlin, su un’area che al tempo era stata indicata dal governo beninese come la più povera dello Stato.
I lavori di costruzione, su progetto del prof. Ferdinando Michelini, analogo a quello di Afagnan, erano iniziati tre anni prima con la posa della prima pietra il 14 gennaio 1967. All’inaugurazione, avvenuta il 29 giugno 1970 esso aveva la capacità di 80 posti letto.
 
Per un po’ di tempo l’ospedale ha lavorato a rilento perché la popolazione era abituata a rivolgersi allo stregone guaritore e aveva pregiudizi e diffidenza verso la novità portata dai bianchi. La cosa è cambiata radicalmente in seguito all’epidemia di morbillo del 1979/80. I pochissimi bambini che si erano salvati dovevano dir grazie all’ospedale.
Gli 80 posti letto iniziali sono diventati insufficienti per una popolazione di oltre 70.000 abitanti. Si è costruita una grande pediatria e si è ingrandita la maternità. Oggi i letti sono più di 230, ma i malati sono sempre troppi. Nell’ultimo decennio l’ospedale è stato incaricato della medicina preventiva sul territorio con campagne di vaccinazioni contro il tetano, la poliomielite, il morbillo e la meningite. È diventato l’ospedale di riferimento dell’O.M.S. (Organizzazione mondiale della sanità) per quella zona dell’Africa. Nel 2005 è stata costruita una “piccola scuola” adiacente alla pediatria per i ragazzi lungodegenti.
 
Centro sanitario di Porga
 
Non possiamo dimenticare Porga: uno dei 17 dispensari che circondano l’ospedale di Tanguiéta, mentre nei 600 chilometri che dividono le due strutture ospedaliere di Tanguiéta e di Afagnan se ne contano 23. Porga non è un semplice dispensario, è un vero e proprio “centro sanitario”: la prima pietra è stata posta il 29 novembre 1999, alla presenza di mons. Pascal Nkoue, vescovo di Natitingou.
Il terreno sul quale sorge il complesso è stato donato dalla popolazione di Porga, che si è dimostrata, fin dall’inizio, molto entusiasta dell’iniziativa e ha collaborato nell’estrazione di sabbia e sassi dal fiume Pendjari, grazie soprattutto all’intervento dell’anziano lebbroso capo del villaggio Kah Kiansi, morto nel 2000.
Il progetto di quest’opera comprende: un dispensario (due sale da visita, una sala di prestazioni ambulatoriali e un locale per laboratorio analisi e uno di pronto soccorso) la farmacia, una maternità (una sala travaglio e due sale da otto letti per le madri), una pediatria di sedici letti ed infine 16 letti per i ricoveri di medicina generale per adulti sia uomini che donne. L’edificio ha la forma quadrata.
 
L’UTA ha finanziato la costruzione di due padiglioni. A questo complesso si aggiungono gli alloggi della comunità dei religiosi che devono gestire il centro. Il centro sanitario con gli aiuti del Padre Generale, raccolti da tutte le case dell’Ordine, è terminato e funzionante.
 
Centro di salute mentale di Lomé
 
Nel 2005 il Padre Generale ha promosso una campagna per la raccolta di fondi al fine di costruire un centro di salute mentale presso la sede della Delegazione generale in periferia di Lomé, in località Agoé-Nyivé. Vi presterebbero servizio i Novizi e gli Scolastici. Per il Togo rappresenta una novità assoluta. Mi dicono che nel Togo c’è un unico medico psichiatra e nessuna struttura per i malati di mente.
Nascita dell’associazione
Quando sono andato a Romano d’Ezzelino nel settembre del 1987 non avevo in mente alcuna associazione benefica, ma portavo nel cuore tanto amore alle nostre Missioni, per le quali mi ero adoperato fin dal 1965 a Milano. Sono stati i laici di Romano, specialmente quelli esterni alla nostra casa, che hanno iniziato a frequentare la Messa domenicale a stimolarmi a fare tante cose.
Dapprima l’animazione spirituale della nostra Casa di riposo “San Pio X” con particolare riguardo alla S. Messa nella cappella gentilizia della Villa Ca’ Cornaro, aperta al pubblico di domenica.
Da questa siamo passati alle conferenze di cultura cattolica una volta al mese a livello del Vicariato di Crespano del Grappa. L’occasione è stata la Visita pastorale del Vescovo di Padova, che lamentava la mancanza di cultura religiosa nel Vicariato.
All’inizio del 1995, alcuni amici mi hanno detto: “Fra Luca, van bene le prediche, van bene le conferenze di cultura, però sarebbe ora di fare qualcosa di concreto”. Provvidenzialmente c’era in vacanze in Italia, il compianto fra Piergiorgio Romanelli, medico missionario a Tanguiéta. Il Padre Priore fra Lucio Agostini, suo amico personale, l’ha invitato a Romano una sera a parlarci dei nostri ospedali africani e delle loro necessità. Egli ci parlò soprattutto dei bambini e dei ragazzi rimasti paralizzati alle gambe in seguito alla poliomielite. Anche se era arrivata la vaccinazione, c’era una quantità enorme di questi bambini (una stima sommaria parlava di 4 mila), che provenivano anche da mille chilometri di distanza con la speranza di venire operati all’ospedale dei frati.
 
Ci siamo attivati immediatamente per raccogliere fondi per questi ragazzi poliomielitici e fra Piergiorgio ha fatto in tempo, prima di morire a Tanguiéta per un incidente stradale (21-12-1995), a mandarci una documentazione fotografica di un certo numero di questi bambini, rimessi in piedi con il nostro sostegno economico.
In seguito è venuto in Italia fra Fiorenzo Priuli, il chirurgo dei poliomielitici. Essendo io, tra l’altro, insegnante di religione nella Scuola superiore New Cambridge Institute, gestita da Giovanni Zanon, che ha sede nella parte artistica di Ca’ Cornaro, sono riuscito a fargli tenere una conferenza con diapositive sulle patologie dei nostri ospedali africani. Per la prima volta nella mia vita di insegnante ho visto un’assemblea di 200 studenti restare ammutoliti per due ore di fronte alle immagini che passavano davanti ai loro occhi increduli e alle parole carismatiche di fra Fiorenzo. È stata un’esperienza veramente toccante e indimenticabile. Ricordo che nel giro di alcuni giorni, grazie soprattutto alla collaborazione dell’insegnante Marisa Bonan Cucchini, mi sono arrivati 15 milioni di lire. La cosa aveva dell’incredibile. L’anno dopo abbiamo ricevuto da fra Fiorenzo una relazione in cui si diceva che nei due ospedali con il nostro aiuto economico erano stati operati complessivamente 365 ragazzi, in media uno al giorno.
 
A questo punto, i collaboratori laici su menzionati ed io, ci siamo posti la domanda: “Come si può fare per garantire un aiuto continuativo agli ospedali di Afagnan (Togo) e di Tanguiéta ( Benin ) per far camminare i bambini poliomielitici?
 
Così per la prima volta ci è balenata l’idea di fondare un’Associazione benefica a favore di questi ospedali. A questa decisione ha contribuito il fatto che in Africa c’era un f ate nativo di Romano, fra Taddeo Carlesso. Il parroco, il consiglio pastorale, gli amici e le volontarie della Casa di riposo vedevano volentieri un’iniziativa che valorizzava la missione di un loro compaesano tra i poveri dell’Africa nera.
Intanto, nella primavera del 1995 si era celebrato il Capitolo Provinciale ed il sottoscritto era stato nominato dal Padre Provinciale fra Raimondo Fabello, membro della Commissione di animazione della Provincia Lombardo-Veneta nella sezione delle missioni.
Questo fatto, oltre a farmi fare per un anno delle esperienze nuove di animazione missionaria nelle altre Case insieme con Elvio Basile, mi aveva incoraggiato a lavorare con maggior impegno nella mia. Il Padre Provinciale, messo al corrente nella primavera del 1996 del nostro progetto di creare un’associazione per le missioni, fu largo di consigli e di incoraggiamenti.
Dapprima ci suggerì di contattare l’associazione Amici di Tanguiéta di Milano, presieduta dal dottor Franco Poggio, per vedere se valeva la pena di fare una nuova associazione o era meglio diventare una sezione staccata di quella. Si decise che era meglio fare una nuova associazione autonoma Uniti per Tanguiéta e Afagnan e poi aggregarsi per realizzare meglio dei progetti comuni.
 
Ho cercato allora di coinvolgere un vecchio amico di Milano, Giorgio Belloni, (purtroppo già deceduto nel 1998) che sapevo sensibile alle necessità dei poveri. Aveva fatto “miracoli” al tempo del terremoto del Friuli, andando personalmente sul posto con operai e volontari a ricostruire Flaipano, piccola frazione di Montenars. Egli aderì con entusiasmo alla nostra iniziativa e convinse a sua volta un amico, abile agente di Borsa, Eros Angelo Mercuriali, a fare altrettanto.
 
Il 5 settembre 1996 siamo andati a Bassano del Grappa dal notaio Lafasciano in otto persone per firmare tutte insieme l’Atto costitutivo dell’Associazione benefica UNITI PER TANGUIETA E AFAGNAN = U.T.A. I soci fondatori sono: fra Luca Beato Pietro, Giuseppe Andriollo, Fulgenzio Bontorin, Giuseppe Carlesso, Giorgio Maffei, Giovanni Zanon, Giorgio Belloni ed Eros Angelo Mercuriali.
 
Alla prima assemblea generale del 7 giugno 1997 eravamo in 15 soci ordinari e l’U.T.A. ne è uscita ben costituita con un consiglio di 11 persone: presidente: Eros Angelo Mercuriali, vicepresidente: fra Luca Beato, segretario: Fulgenzio Bontorin, Tesoriere: Remo Facchinello. Consiglieri: Giuseppe Andriollo, Salvatore Carlentini, Giuseppe Carlesso, Ferruccio Lunardon, Marzio Melandri, Fabio Volpato, Giovanni Zanon. Soci ordinari: Giorgio Belloni, Silverio Cerato, Ivano Cavallaro e Don Livio Basso.
 
Statuto dell’U.T.A.
 
In base allo Statuto l’U.T.A. è un’associazione benefica senza alcuno scopo di lucro, anche indiretto.
Nessuno dei soci o aderenti ha diritto a compensi per quello che fa a suo favore. Ognuno deve sapere in anticipo che quello che fa lo deve fare per volontariato. L’U.T.A. è apolitica, interconfessionale e interclassista, laica e autonoma nelle decisioni, anche se si adopera di fatto a favore degli ospedali africani dei Fatebenefratelli.
 
L’U.T.A. viene gestita con la massima chiarezza. Le offerte arrivano sul conto corrente postale o bancario, quindi sono registrate. Il movimento dei fondi raccolti verso gli ospedali africani, prima viene deciso dal consiglio e poi viene effettuato con doppia firma congiunta dal presidente (o vicepresidente) e dal tesoriere. La gestione viene fatta con la massima trasparenza. Il controllo può avvenire in qualsiasi momento da parte del consiglio e una volta l’anno dall’assemblea ordinaria dei soci. Lo studio commercialista del tesoriere Remo Facchinello tiene l’amministrazione dell’U.T.A. a termine di legge.
Tutto questo garantisce all’U.T.A. la massima affidabilità per coloro che intendono aiutare i malati poveri degli ospedali di Afagnan e di Tanguiéta.
A coronamento di ciò l’U.T.A. il 31 gennaio 1998 è andata dal notaio Fietta di Bassano del Grappa per diventare “onlus” cioè un organismo non lucrativo di utilità sociale ed è stata iscritta all’anagrafe delle Onlus (protocollo 42.980: 09-11-2004 ) dalla Direzione regionale delle entrate del Veneto.
 
Obiettivi principali dell’UTA
 
L’UTA è sorta per aiutare gli ospedali africani dei Fatebenefratelli a curare i malati poveri, specialmente bambini. In pratica però noi abbiamo chiesto ai nostri missionari quali erano i settori più deboli e bisognosi di aiuto, tenendo conto che le risorse economiche, specialmente all’inizio, erano piuttosto limitate. La prima richiesta che abbiamo ricevuto da fra Piergiorgio Romanelli (1995) è stata a favore dei poliomielitici. La seconda richiesta di aiuto è arrivata da Rosanna Merlo nel 1998 e riguarda i bambini denutriti a rischio di morire di fame. La terza richiesta è venuta pressante da parte di fra Fiorenzo Priuli nel 2004 e riguarda i malati di HIV e AIDS assegnati dall’O.M.S. all’ospedale di Tanguiéta.Contemporaneamente abbiamo realizzato anche altri progetti.
 
Poliomielitici
 
Negli ospedali africani di Afagnan e di Tanguiéta un frate medico-chirurgo specializzato, fra Fiorenzo Priuli, può fare il miracolo di “far saltare gli zoppi come cervi” (Isaia), cioè rimettere in piedi i poliomielitici che altrimenti sarebbero condannati a trascinarsi sulle ginocchia. Sono ragazzi rimasti paralizzati alle gambe in seguito alla poliomielite o malformazioni congenite o traumi. Adesso per fortuna questa malattia è quasi debellata, ma di ragazzi in quelle condizioni ce ne sono ancora tanti e arrivano anche da lontano, attratti dalla speranza di poter camminare di nuovo.
Per rimettere in piedi un poliomielitico si richiedono numerosi interventi chirurgici sui tendini con gessi per 20 giorni e poi applicazione di tutori agli arti e ginnastica riabilitativa. Il ricovero in ospedale si prolunga in media per 6/7 mesi ed il costo diventa oneroso.
 
La spesa media di una giornata di ricovero ospedaliero di un poliomielitico, tutto compreso (vitto, alloggio, medicinali, radiografie, analisi, interventi chirurgici, gessi, attrezzature ortopediche, eccetera), grazie anche allo spirito di intraprendenza dei religiosi, che hanno
creato in loco un laboratorio ortopedico, viene contenuta nella modesta cifra di euro 15,00 al giorno. Rimettere in piedi un poliomielitico costa in media 2.500 euro. Le famiglie sono talmente povere che possono dare al massimo un piccolo contributo pari a 1,50 euro al giorno per la durata di 10-15 giorni e poi basta.
 
Un ragazzo paralizzato alle gambe non ha i diritti dei coetanei sani: non può andare a scuola e, se diventa adulto, non può sposarsi e farsi una famiglia. La speranza di rimettersi in piedi è promessa di vita e di felicità. Non è raro il caso di ragazzotti rimessi in piedi che prima di lasciare l’ospedale chiedono al chirurgo “la dernière operation” l’ultima operazione, la circoncisione, che li inserisce nel mondo degli adulti e li abilita al matrimonio.
 
Bambini denutriti
 
 
La zona settentrionale del Benin ha un clima che risente l’influsso del Sahara. Mentre la zona del Sud, vicina al mare, gode di due stagioni di pioggia e quindi di due raccolti all’anno, la zona del Nord, dove c’è la cittadina di Tanguiéta, ha una sola stagione di piogge che dura quattro mesi e quindi i contadini portano a casa un solo raccolto. Per di più, se le piogge subiscono delle interruzioni, non tutti i tipi di raccolto arrivano a maturazione e allora comincia anche la carestia più o meno grave. Durante la stagione secca, che dura otto mesi, il caldo diventa torrido, gran parte dei pozzi si secca, tutti si ritrovano nella condizione di lottare per la sopravvivenza, ma quelli che soffrono di più sono i bambini, per diverse ragioni. Anche se il cibo per se non manca, il tipo di alimentazione basilare fatto di riso o mais o miglio con sopra un po’ di sauce è insufficiente a far crescere sano un bambino. I bambini denutriti sono di due tipi: c’è la denutrizione totale per cui il bambino diventa scheletrito e si chiama marasma; poi c’è la denutrizione dovuta a un solo tipo di alimentazione, quindi una malnutrizione, che ingrossa il bambino per trattenimento dei liquidi e si chiama kwashiorkor.
 
La pediatria di Tanguiéta è stata costruita nel 1980. Essa ha la capacità di 80 letti, ma in Africa i letti non contano, basta una stuoia per terra. In realtà, nella pediatria e nel corridoio antistante ci sono sempre più di 100 mamme con i loro piccoli, sia malati che sani. Le mamme portano all’ospedale i bambini denutriti quando stanno per morire, perché solo allora lo stregone guaritore lo permette, dicendo di provare il fetiche dei bianchi. Questi bambini sono per lo più molto piccoli, uno o due anni. Si tratta di lattanti che le madri non riescono a nutrire a sufficienza perché sono già loro denutrite o perché è cominciata per loro una nuova gravidanza inattesa, che compromette il completamento dell’allattamento del bambino che portano al seno.
 
Nella pediatria questi bambini vengono sottoposti a terapia intensiva con fleboclisi e nutrizione forzata con sondino naso-gastrico, trasfusioni di sangue, eccetera e si salvano quasi tutti. I costi delle cure in questi 10-15 giorni sono abbastanza alti, almeno 200 euro (15 al giorno). Superata la fase acuta, i bambini, se non hanno altre malattie, vengono trasferiti nel Centro nutrizionale per una lunga convalescenza e ricostituzione fisica.
Il Centro nutrizionale di Tanguiéta si trova di fronte all’ospedale dall’altra parte della strada ed è costituito da quattro abitazioni più un campement che serve ai parenti dei malati per fare da mangiare per sé e per i loro bambini. Il punto di riferimento è sempre la mamma, perciò il Centro nutrizionale si trova nella necessità di provvedere non solo al bambino denutrito, ma anche alla mamma e agli altri bambini che porta con sé.
Esso è anche una scuola di alimentazione. Con i prodotti del suolo locale, che costano poco, si insegna alle mamme a far delle pappe che contengano proteine, vitamine, sali minerali e carboidrati in misura adatta allo sviluppo regolare dei loro bambini. Il latte in polvere di importazione europea, molto costoso, l’ospedale lo riserva ai casi strettamente necessari, ad esempio bambini molto piccoli, rimasti orfani della loro mamma.
 
Quando i bambini si sono completamente ristabiliti, la mamma riceve un sacco di viveri adatti a far le pappe in modo da favorire il loro reinserimento nel villaggio. La nostra associazione anni fa, su invito della volontaria Rosanna Merlo, ha lanciato l’idea delle adozioni a distanza per il nutrimento e la ricostituzione di questi bambini del Centro nutrizionale: si aderisce con 62 euro l’anno.
Le nostre adozioni sono anonime e collettive, perché i soldi non vanno ai bambini o alle mamme, ma al Centro nutrizionale che garantisce questo tipo di servizio. Su richiesta di fra Fiorenzo, proponiamo le adozioni a distanza anonime e collettive per salvare dalla morte di fame un bambino, sostenendo le cure intensive della pediatria nella fase acuta: servono 200 euro.
Lotta contro l’AIDS
 
Nella giornata del malato, l’11 febbraio 2005, il Papa ha inviato un messaggio a tutta la cristianità invitandola a farsi carico del grave problema sanitario dell’Africa. “L’Africa è un continente in cui innumerevoli esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi, in qualche modo, sul bordo della strada, malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Essi hanno un bisogno estremo di buoni Samaritani che vengano loro in aiuto”. “Tante malattie devastano il Continente, e fra tutte in particolare il flagello dell’AIDS,
che semina dolore e morte in numerose zone dell’Africa”.
 
Oggi in Africa l’Aids uccide più di qualsiasi guerra. Su circa 40 milioni di malati nel mondo, più di 25 si trovano in Africa. Su 3 milioni di morti, 2,2 sono africani, così come il 75% dei nuovi contagiati. Cifre spaventose, una gravosa ipoteca sul futuro di interi Paesi. Ma qualcosa si può e si deve fare, insieme, per dare una speranza all’Africa.
 
Il medico chirurgo fra Fiorenzo Priuli, 39 anni di Africa negli ospedali dei Fatebenefratelli, esperto dell’O.M.S. per le malattie tropicali, fin dal 1988 ha ingaggiato la lotta contro l’A.I.D.S. la nuova peste dell’ umanità. Quando gli Africani colpiti dall’AIDS potevano accedere alle cure delle ditte farmaceutiche solo a pagamento, cosa possibile unicamente ai ricchi, fra Fiorenzo ha avuto il merito di scoprire e mettere a disposizione dei malati poveri la kinkéliba (combretum micranthum), un arbusto dalle cui foglie si ricava un decotto, utile per i sieropositivi in quanto rafforza le difese
dell’organismo rallentando il processo di sviluppo della malattia e ridando ai malati la voglia di vivere e di lavorare.
 
Quando l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2002 ha prospettato la somministrazione dei medicinali antiretrovirali agli Africani, fra Fiorenzo si è battuto perché gli ospedali incaricati venissero provvisti di apparecchiature e personale specializzato in modo da fare diagnosi certe e controlli sistematici dei malati, come si fa da noi. Questo per evitare sia la faciloneria nella distribuzione, trattandosi di medicinali molto tossici, sia la discontinuità del trattamento che rafforzerebbe il virus invece di combatterlo.
 
In seguito a ciò, nel 2004, i delegati dell’O.M.S. agenti sul territorio del Togo, del Benin, del Burkina Faso e del Niger hanno individuato quattro ospedali, facenti capo a Tanguiéta e a fra Fiorenzo, forniti di apparecchiature e personale specializzato per stabilire diagnosi certe, gravità della malattia (il famoso T 4), tolleranza dell’organismo, interventi tempestivi nella cura delle malattie opportuniste. Anche questa è una vittoria di fra Fiorenzo, il quale, grazie al dottor Paolo Viganò, aveva da tempo dotato gli ospedali di Afagnan e di Tanguiéta delle attrezzature e del personale tecnico adatto per fare diagnosi certe e controlli periodici rigorosi.
 
Alla scelta di questo pool di ospedali da parte dell’O.M.S. per la cura di 400 malati di AIDS, ha fatto seguito la decisione dell’associazione benefica Solthis di Parigi di fornire gratuitamente i medicinali antiretrovirali per tre anni. Fra Fiorenzo con l’ospedale St. Jean de Dieu di Tanguiéta si è impegnato a prendere in cura 150 di questi malati, inserendoli gradualmente un po’ al mese per arrivare in tre anni a questa cifra. I malati di AIDS, che presentano le difese dell’organismo inferiori a 200 T4, vengono sottoposti alla triterapia, mentre i malati di HIV, ossia i sieropositivi, si spera non arrivino mai a questa soglia limite, grazie alla kinkéliba il cui impiego è autorizzato dall’O.M.S. per la sua comprovata efficacia nel sostenere le difese dell’organismo.
Ma in Africa i progetti fatti a tavolino vengono normalmente stravolti dalla realtà dei fatti. Appena si è diffusa la voce che a Tanguiéta si curavano i malati di AIDS, una marea di oltre cinquecento malati si è riversata improvvisamente sull’ospedale di Tanguiéta mandando in tilt i servizi ambulatoriali. Fra Fiorenzo ha lanciato un grido di aiuto alla nostra associazione, la quale ha inviato subito un po’ di fondi per affrontare l’emergenza. Così egli ha potuto assumere personale nuovo, organizzare il ciclo mensile delle cure e un sistema di recupero con auto dei malati ritardatari all’appuntamento mensile.
Attualmente (2008) nell’Ospedale di Tanguiéta i malati di AIDS sottoposti ai medicinali antiretrovirali mensili sono quasi 500 e quelli trattati con la kinkéliba sono circa 1.000: complessivamente sono quasi 1.500, ben 10 volte più del previsto!
 
L’UTA si è fatta promotrice di una raccolta di fondi apposita proponendo la modalità dell’adozione del posto letto, tenendo conto che il costo medio giornaliero è di 15 euro.
  • 10 gg = € 150,00;
  • 30 gg = € 450,00;
  • 180 gg = € 2.700,00;
  • 365 gg = € 5.475,00.
  • Altri interventi dell’UTA Costruire degli ospedali in Africa è un grosso impegno, mantenerli è un sacrificio ancora maggiore.
Far funzionare nel tempo delle strutture sanitarie in paesi così poveri richiede continui miracoli e l’UTA in questi anni ha cercato di porre le basi perché si realizzino giorno dopo giorno.
L’UTA ha sempre avuto come fine primario assicurare dei fondi agli ospedali dei Fatebenefratelli nel Togo e nel Benin per i ragazzi poliomielitici, per i bambini denutriti, per i malati poveri di AIDS.
Questi tre obiettivi restano i punti principali di riferimento degli aiuti dell’UTA agli ospedali africani pur realizzando altri progetti.
 
All’inizio della nostra attività ci è stato segnalato il problema del pozzo di Afagnan che dava acqua salata. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere il geologo Angelo Bernardi di Castelfranco Veneto, che tanti anni fa per conto dell’ONU ha studiato le mappe sotterranee del Togo e del Benin. Egli ci fece il progetto di una perforazione di 400 metri
nel terreno dell’ospedale di Afagnan, con l’accorgimento di impermeabilizzare le falde superiori che sono salate. Nell’autunno del 2001 la bella notizia: finalmente è sgorgata l’acqua dolce per l’ospedale e per i due villaggi di Afagnan-ga e di Afagnan-bletta.
 
Nel 1997 l’UTA ha erogato 20 milioni di lire per la ristrutturazione del reparto di radiologia dell’ospedale di Tanguiéta e nel 1999 altri 30 per la ristrutturazione del reparto di radiologia dell’ospedale di Afagnan.
 
Nel 1998 è stato elargito un contributo 15 milioni di lire per la ristrutturazione dell’ospedale di Lunsar (Sierra Leone) distrutto dai guerriglieri.
 
Nel 2000 sono stati erogati 70 milioni di lire per costruire una casa per i medici a Tanguiéta.
 
Nel 2001 l’associazione ha raccolto fondi per costruire la scuola elementare cattolica di Tanguietà, onde poter garantire un’istruzione primaria ai ragazzi, ai figli dei medici e degli infermieri africani che lavorano all’ospedale. Con l’aiuto del Comune di Romano d’Ezzelino abbiamo raccolto 80 milioni di lire per la costruzione di sei aule scolastiche più il bureau delle classi elementari. Da allora l’UTA ha elargito anche diverse Borse di studio.
 
Nel 2002 abbiamo dato 90 milioni di lire più altri 30 ottenuti dall’Associazione Memorial Marilena di Brescia, per la costruzione di due piccoli padiglioni del Centro sanitario di Porga.
 
Nel 2004 un altro intervento è stato il finanziamento di 20.000 euro per l’acquisto di un generatore elettrico per l’ospedale di Afagnan. Quello per Tanguiéta ci è stato donato da Andrea Campagnolo. L’intervento si era reso necessario in seguito alla crisi della diga di Akosombo (Ghana). Ciò ha permesso di dare continuità all’alimentazione elettrica delle strutture e quindi di operare nelle giuste condizioni.
 
Nel 2005/6 sono stati erogati € 20.000 per un’aula di scuola per i ragazzi malati lungodegenti di Tanguiéta ed inoltre € 33.000 per la costruzione di un laboratorio per la lavorazione delle erbe medicinali africane a Tanguiéta.
 
Nel 2006 è stata finanziata con € 20.000 la trivellazione di un pozzo d’acqua potabile a Porga.
 
Nel 2007 sono stati elargiti € 20.000 per la ristrutturazione del Centro nutrizionale di Tanguiéta in memoria della dottoressa Giovanna Binda dell’ospedale dei Fatebenefratelli di Erba.
 
Nel 2008 si sta per procedere ad un grosso finanziamento per il rinnovo dell’impianto elettrico di Tanguiéta e poi si continuerà con la ristrutturazione della pediatria dell’ospedale di Afagnan e con un nuovo pozzo per Tanguiéta.
 
All’assemblea dei soci dell’UTA Onlus, tenutasi a Romano d’Ezzelino domenica 30 marzo 2008, i soci ordinari, compresi i consiglieri, erano 46 con un incremento di quattro nuovi soci rispetto al periodo precedente. I soci benemeriti erano 182 registrando un incremento di 30 nuovi soci rispetto all’anno precedente.
 
Gruppi formali e informali che aiutano l’UTA
 
A Erba (Como) presso l’ospedale dei Fatebenefratelli per iniziativa del primario di Chirurgia dr. Stefano Savio, socio benemerito dell’UTA Onlus, è sorto un gruppo di medici e industriali che raccoglie fondi per la ristrutturazione e l’ampliamento del Centro nutrizionale di Tanguiéta per onorare la memoria della defunta dr.ssa Giovanna Binda. Il progetto è già stato realizzato. Le sorelle della dottoressa Binda, Antonietta e Gioconda, continuano nella raccolta dei fondi per i bambini africani ammalati della pediatria e del Centro nutrizionale.
Sempre a Erba il dottor Giuseppe Perone, che da una decina d’anni va in Africa da fra Fiorenzo per fare operazioni agli occhi di adulti e di bambini altrimenti condannati alla cecità, ha lanciato un’iniziativa per aiutare l’ospedale di Tanguiéta. L’Università di Pavia e i Lions di Milano e della Brianza hanno creato un’Associazione intitolata al cattedratico di Pavia morto di recente prof. Francantonio Bertè con lo scopo di raccogliere fondi in parte per la ricerca scientifica dell’Università di Pavia e in parte all’UTA per i bambini malati poveri di Tanguiéta. Già sono arrivati all’UTA Onlus diversi bonifici.
 
A Brescia prosegue la sua azione il gruppo informale che da qualche buon frutto, specialmente con tante adozioni a distanza dagli operatori dell’ospedale Sant’Orsola con il Concerto annuale di Gospel e la Lotteria dell’UTA.
Un nuovo gruppo è sorto a Pian di Borno (Brescia), per iniziativa del dottor Roberto Cazzaniga, che va spesso in Africa da fra Fiorenzo. Con il parroco don Giovanni Isonni e Marisa Priuli, sorella di fra Fiorenzo, hanno dato all’UTA ONLUS un buon contributo e intendono continuare.
La Caritas bresciana ha dato nel 2007 un buon contributo grazie ai panificatori bresciani, capeggiati dal signor Dangolini, amico di fra Fiorenzo e questo è migliorato nell’anno in corso: per costruire la nuova cucina di Tanguiéta.
Anche il gruppo di Cervia, guidato dalla signora Fiorella Placucci, ha fatto delle belle iniziative a favore dell’associazione.
Da non dimenticare il gruppo di Fonzaso, stimolato dalla nostra socia Anna Carraro.
Il cantante di Putignano (Bari), Andrea Giglio, con la vendita di un suo CD ha dato, insieme con i suoi amici, un bell’aiuto per fra Fiorenzo.
Don Ilario Cappi, Cappellano dell’Ospedale di Modena, oltre ad avere dato soldi nel 2007 e inviato infermieri in Africa da fra Fiorenzo, con il suo Gruppo missionario di Merano ha dato un forte contributo all’UTA per l’ospedale di Tanguiéta a favore dei bambini della pediatria e per la costruzione di un ambiente murario dove troverà collocazione l’apparecchio che produce ozono, offerto dal dottor Galoforo dell’Associazione O 3 for Africa di Brescia.
 
Novità
 
La prima novità assoluta dell’UTA consiste nel fatto che fra Fiorenzo all’inizio del 2007 ha cominciato a indirizzare alla nostra Associazione gli aiuti economici di varie Associazione e Fondazioni nazionali ed internazionali, e precisamente:
  • – GENEVA FOUNDATION, di Ginevra: aiuti per la sala operatoria;
  • –  UNIDEA, Fondazione di Unicredito, Milano – Ambulanza;
  • –  ASSOCIAZIONE PASSERELLES, Francia, per lavori di sala operatoria;
  • – FONDAZIONE CHARLEMAGNE, sezione italiana, per laboratorio fitoterapico.
 
La scelta di fra Fiorenzo è stata determinata dal fatto che per lui era difficile gestire i rapporti con questi Enti; avere sempre sotto mano la situazione per quanto riguarda: i versamenti/contributi ricevuti, l’avanzamento dei lavori, le somme spese.
Da quest’anno l’UTA è in grado di fornire a questi Enti lo stato della situazione con grande precisione e trasparenza.
La seconda novità è che la Provincia Lombardo-
Veneta dei Fatebenefratelli ha scelto la nostra Associazione come unico ufficiale gestore dei pagamenti delle fatture di medicinali e materiale sanitario destinato agli ospedali africani.
Dal 2007 sia la Provincia Lombardo-Veneta sia l’UTA Onlus non accreditano più i versamenti di danaro sulla Banca di Parigi, di Afagnan e di Tanguiéta.
La Banca Popolare di Marostica con cui opera l’UTA Onlus è stata incaricata di pagare le fatture emesse in Italia per acquisto di medicinali, materiale sanitario, materiale edilizio, eccetera per gli ospedali africani. Il Padre Provinciale stesso versa, ogni tanto, dei soldi (offerte ricevute e/o pensioni dei Religiosi anziani) sul conto bancario dell’UTA Onlus per pagamenti da effettuare.
Per il direttivo e i soci dell’UTA Onlus è motivo di grande onore e soddisfazione godere la stima e la fiducia del Padre Provinciale, fra Giampietro Luzzato.
 
Iniziative dell’UTA ONLUS
 
La direzione dell’UTA Onlus invia trimestralmente una lettera circolare a circa 1.400 persone selezionate. Questa iniziativa serve a tenere informate le persone a noi affezionate su tutte le nostre iniziative, sulla vita associativa, sulla raccolta e sulla erogazione dei fondi e sulle notizie che ci arrivano dall’Africa. Ad ogni offerente viene inviata una lettera personale di ringraziamento; a richiesta, la direzione rilascia una dichiarazione ai fini della deduzione dalla denuncia dei redditi.
 
Il calendario delle iniziative stabilito dal consiglio UTA è il seguente:
la cena del radicchio trevisano in febbraio, la cena dell’asparago bianco di Bassano in aprile,
la cena del pesce con l’aiuto della pescheria Luca Bertoncello di Cassola in novembre,
la serata del vino novello a novembre presso le Cantine Dal Bello in Fonte Alto,
la festa dell’UTA alla fine di marzo con la sottoscrizione a premi e l’assemblea annuale dei soci.
 
A Romano d’Ezzelino ha preso l’avvio con grande successo la “Marcia del sorriso” che coinvolge le scuole medie e si ripeterà ogni anno l’11 novembre.
Anche l’iniziativa di Nicola Farronato & C. “Back 2 Africa”, viaggia di successo in successo convogliando alla festa 5.000 giovani e ci fa ben sperare nel futuro.
Il direttivo dell’UTA è impegnato a promuovere iniziative per valorizzare la figura di fra Fiorenzo Priuli, medico-chirurgo, 39 anni di Africa, consulente dell’O.M.S. per le malattie tropicali e insignito (2002) della “Legion d’Onore” a Lomé dall’Ambasciatore francese per benemerenza del lavoro svolto in Togo e in Benin. Inoltre, gli è stato attribuito il premio
“Cuore Amico” a Brescia nel 2004.
 
Con lui testimonial si è riusciti a far conoscere e diffondere l’UTA onlus mediante la stampa e la televisione non solo locale ma anche nazionale. Ne parla Telepace; RAI-TV primo canale nella rubrica: Dieci minuti di… RAI-TV secondo canale nella rubrica: Sulla via di Damasco… Tutto questo grazie all’interessamento di fra Marco Fabello, Direttore Generale dei due ospedali Fatebenefratelli di Brescia e Direttore della Rivista Fatebenefratelli.
 
Mediante le conferenze di fra Fiorenzo, organizzate dall’UTA, nel periodo che passa in Italia, abbiamo fatto conoscere i problemi degli ospedali africani e il sostegno economico
che da loro la nostra Associazione benefica, non solo a Romano Ezzelino e zone limitrofe, ma anche nelle altre case della Provincia Lombardo-Veneta, all’ospedale di Melegnano,
all’istituto del Pime (Milano) e perfino a Roma all’istituto Padre A. Gemelli e in Campidoglio.
Nel decimo anniversario della sua fondazione l’UTA ha provveduto alla pubblicazione di un libro per far conoscere i bisogni della gente africana delle zone di influenza dei nostri due ospedali di Afagnan nel Togo e di Tanguiéta nel Benin ed anc he tutto quello c he ha f atto la nostr a Associazione benefica a favore dei malati di questi ospedali. Siccome 10 di noi nel 2001 sono andati nel cuore dell’Africa per rendersi conto della situazione e dell’opera che svolgono gli ospedali dei Fatebenefratelli e sono tornati sconvolti dalle miserie che hanno visto, ma anche decisi a darsi da fare sul serio per aiutare i malati poveri, specialmente bambini, di comune accordo l’abbiamo intitolato Africa nel cuore. Ne abbiamo fatto una prima presentazione a Romano nel 2006 con il giornalista Elio Cadelo, amico di fra Fiorenzo, che continua a parlare di noi su RAI radio uno nella rubrica “Pianeta
dimenticato”. Con i LIONS della Pedemontana di Asolo siamo riusciti anche a farne una presentazione (2007) a Roma in Campidoglio di fronte al vicesindaco Maria Pia Garavaglia. Questo libro è per noi oggi un significativo biglietto da visita per trovare nuovi aderenti e benefattori.
 
In conclusione, la nostra associazione è in continua crescita per l’arrivo di nuovi soci ordinari, di nuovi soci benemeriti e di un buon numero di nuovi offerenti.
Nella raccolta e nell’erogazione dei fondi, ogni anno superiamo largamente la quota degli anni precedenti, fino al superamento della soglia dei € 500.000,00. Tutto questo grazie all’impegno dei soci per sostenere le iniziative tradizionali e per crearne sempre di nuove. Di questo ringraziamo il Signore, ma anche tutti coloro che in vario modo ci aiutano nel raggiungimento delle nostre finalità umanitarie.
 
Ufficio Missioni
 
La Provincia Lombardo-Veneta dei Fatebenefratelli, che ha fondato gli ospedali di Afagnan nel 1961 e di Tanguiéta nel 1970 ha sempre compiuto un rilevante sforzo per far funzionare questi ospedali e curare davvero i malati poveri. Per il tempo degli inizi posso dare la mia testimonianza diretta in quanto sono stato incaricato di provvedere a inviare medici, infermieri professionali, medicinali, materiale sanitario, eccetera. Ho fatto anche due viaggi e soggiorni in Africa per rendermi conto delle necessità (1971/72 ). Con l’invenzione dei containers la spedizione delle merci è diventata sicura e non si sono più avuti furti o rotture di casse.
 
Negli anni ottanta la curia provinciale ha visto la necessità di creare un ufficio delle missioni e l’ha affidato al signor Elvio Basile, che aveva maturato precedenti esperienze con i Padri Comboniani.
La Banca dell’UTA, per volere del Padre Provinciale, fra Giampietro Luzzato, paga tutte le fatture di medicinali e materiale sanitario, ma la preparazione dei containers e le pratiche giuridiche e burocratiche delle spedizioni le svolge l’ufficio missionario.
 
Ospitalità a servizio dell’evangelizzazione
 
Lo scopo primario dell’azione ospedaliera dei Fatebenefratelli è sempre e dappertutto l’annuncio del Regno di Dio: l’amore misericordioso del Padre che si manifesta nei “segni” di amore dell’ospitalità svolta dal nostro Ordine ospedaliero. Questa testimonianza di amore per i malati, i poveri e i bisognosi l’Ordine ospedaliero attualmente la svolge in circa 300 opere di tutto il mondo, di cui oltre 50 sono nei Paesi in via di sviluppo.
 
I Fatebenefratelli hanno sempre davanti l’esempio di Gesù nel compimento della sua azione messianica a favore degli oppressi, dei poveri, dei malati, degli emarginati, nonché il carisma dell’ospitalità del loro fondatore San Giovanni di Dio (1495-1550), uomo ricco di umanità, vero discepolo di Gesù e lo propongono come modello da imitare ai loro collaboratori e a tutti i cristiani La cura dei malati è per il Cristianesimo come un biglietto da visita. Essa mostra con i fatti la bontà del Dio dei cristiani. I Fatebenefratelli in Africa curano i malati, specialmente quelli poveri. Questo fatto parla da solo e fa riflettere la gente: “Perché queste persone non lavorano per fare soldi, ma unicamente per fare del bene a gente che ne ha bisogno?”
Il vescovo di Natitingou, mons. Pascal Nkoue, ha riconosciuto ufficialmente che la carità che si esercita nell’ospedale dei Fatebenefratelli di Tanguiéta è alla base di tante con versioni al cattolicesimo nella sua Diocesi.Visitando gli ospedali africani, abbiamo notato che durante le cerimonie religiose la chiesa è sempre gremita di gente. Non sono tutti cristiani, anzi la maggior parte non lo è affatto, ma si tratta di gente che vuole esprimere la propria ammirazione e riconoscenza verso la bontà del Dio dei cristiani.
 
La scelta degli ultimi
 
Quando nel 1960 i Fatebenefratelli hanno deciso di andare a curare i malati in Africa, hanno fatto delle scelte ben precise:
– Hanno deciso di fare degli ospedali veri e propri, e non soltanto dei dispensari, perché solo così si possono salvare delle vite umane.
– Hanno costruito gli ospedali nelle zone povere e sguarnite di assistenza, indicate dalle autorità locali e li hanno attrezzati a dovere.
– Hanno deciso di andare a curare i malati poveri, seguendo l’esempio del loro Santo Fondatore Giovanni di Dio. I ricchi potevano farsi curare anche senza l’intervento dei Fatebenefratelli.
 
La scelta dei Fatebenefratelli è stata coraggiosa ed impegnativa. Curare i malati poveri, infatti, comporta l’impegno a reperire fondi in continuazione, anno per anno per coprirne le spese. E vi assicuro che non è mai stato facile.
Ci sono degli enti (istituti religiosi, fondazioni, ong, onlus, eccetera) che finanziano e/o realizzano progetti di ospedali, di dispensari, ma poi nessuno si prende cura di farli funzionare e così in breve tempo diventano regno delle scimmie e dei topi. Ma i Fatebenefratelli, curano davvero i malati poveri.
Citiamo la testimonianza del nostro missionario fra Gilberto Ugolini, intervistato dalla TV di Bassano del Grappa nel mese di marzo 1998, poco dopo la sua liberazione dalle mani dei guerriglieri della Sierra Leone: “Dai nostri ospedali non è mai stato respinto nessuno perché non aveva soldi da pagare”. Ma qualcuno dirà: “A più di quarant’anni dall’indipendenza, non sono migliorate le condizione di vita della gente del Togo e del Benin?”
Veramente si sono verificati tanti miglioramenti: ci sono religiosi africani in buon numero; ci sono medici e infermieri africani; è in atto una graduale emancipazione dell’Africa dalla Provincia–madre, mediante la creazione della Provincia Africana, guidata da fra Robert Chakana. Ma la situazione economica del Togo e del Benin dall’indipendenza ad oggi è sempre peggiorata. Basti dire che la moneta locale, legata al Franco francese, alla fine degli anni ottanta è stata svalutata del 50%. Questo significa che da un giorno all’altro la gente si è ritrovata il doppio più povera di prima.
Anche attualmente si teme una svalutazione di grosse dimensioni. Fra Fiorenzo ci ha avvertito di non inviare soldi sui conti correnti bancari degli ospedali in Africa, ma di tenerli nella nostra Banca in Italia: ci invierà qui le fatture da pagare, a scanso di brutte sorprese.
 
Solidarietà umana e carità cristiana
 
La solidarietà trae le sue origini dal fatto che siamo tutti uguali, tutti della medesima natura con i medesimi diritti e doveri. Nella società civile si è sviluppata molto la filantropia, l’aiuto dei ricchi verso i poveri fatto spontaneamente. Tanti ospedali, orfanotrofi, case di r iposo per anziani de vono la lor o origine alle donazioni di uno o più benefattori. Grazie a questi grandi benefattori, tanti istituti religiosi, hanno potuto curare i malati, assistere i vecchi, gli orfani e dare un’istruzione ai poveri.
L’UTA per statuto è aperta a tutti, basta che siano sensibili alle necessità dei poveri. Di fatto però è costituita per la stragrande maggioranza da gente laica cattolica e nel programma della festa annuale è sempre inserita la S. Messa. Con tutto il rispetto di chi non è praticante, o fa fatica a credere, o crede ma non si identifica tanto con questa Chiesa storica, ritengo opportuno anche dire che cosa aggiunge di significativo lo spirito cristiano nella pratica della solidarietà, qual è il suo valore aggiunto. Cristo ci ha rivelato il vero volto di Dio, che è Padre buono e misericordioso verso tutti gli uomini e chiama tutti a far parte della sua famiglia, a vivere nella fiducia e nella gioia dei figli di Dio. Dal dono della figliolanza divina pervenutaci attraverso la fede, il Battesimo e il dono dello Spirito deriva la fratellanza umana. Tutti i credenti in Dio e in Gesù Cristo costituiscono un solo corpo che è la Chiesa, di cui Cristo è il Capo (1Cor 12, 12 ss).
 
Come dobbiamo amare i fratelli? Come li ama Dio! Quindi, quanto a estensione, dobbiamo amare tutti, anche quelli che noi definiamo nostri nemici, perché Dio non ha nemici, ma solo figli da salvare. Inoltre, quanto a intensità, dobbiamo amare i fratelli come fa Dio con noi. Dobbiamo, perciò, amare il prossimo con amore gratuito, che non si aspetta ricompensa: aiutare anche economicamente quelli che non hanno la possibilità di restituire, quindi i poveri, i malati, i bisognosi. Noi aspettiamo la nostra ricompensa da Dio,
alla fine dei tempi, perché l’elemosina che facciamo, la facciamo a Cristo presente nei poveri e nei sofferenti (Mt 25, 34-36).
 
La tradizione cristiana più genuina, per tutti i secoli passati, ha realizzato quello che sinteticamente ha indicato san Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”… “A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di
fame?”.
 
Associazioni che aiutano i Fatebenefratelli
 
A sostegno della Provincia Lombardo-Veneta ci sono quattro associazioni benefiche onlus che aiutano gli ospedali africani. Queste per loro natura e per statuto sono aperte a tutte le persone di buona volontà: quindi non sono politiche, non sono religiose, non hanno il minimo scopo di lucro; sono libere, autonome e si basano sul volontariato; la loro finalità
principale è quella di raccogliere fondi per finanziare progetti di supporto e di aiuto agli ospedali africani di Afagnan e di Tanguiéta.
 
AMICI DI TANGUIETA,Presidente Carloluigi Giorgetti, fondata il 9 ottobre 1984 con sede in Milano, Via San Vittore, 12. Si occupa principalmente della formazione del personale medico e infermieristico. Ha finanziato progetti significativi: pediatria di Tanguiéta, case per i medici, casa di accoglienza, eccetera.
 
UNITI PER TANGUIETA E AFAGNAN = U.T.A. Presidente dr. Marzio Melandri, fondata a Bassano del Grappa (Vicenza) il 5 settembre 1996 con sede in Via Ca’ Cornaro, 5 a Romano d’Ezzelino. Si occupa principalmente del recupero dei bambini poliomielitici,
dei bambini che rischiano di morire di fame e dei malati di A.I.D.S.
 
GRUPPO VOLONTARI OSPEDALIERI PER L’AFRICA = G.V.O. Presidente Mauro Rosa, fondata nel 1997 con sede in Ponti sul Mincio (Mantova). Un gruppo di ortopedici che spesso vanno ad aiutare fra Fiorenzo Priuli specie per i poliomielitici.
 
GRUPPO SOLIDARIETÀ AFRICA = G.S.O. Presidente dr. Paolo Viganò, costituita nel 1997, anche se operante da tempo, con sede a Seregno (Milano). Un gruppo di medici che ogni tanto va ad aiutare fra Fiorenzo Priuli. Come virologi hanno fatto ricerche sull’A.I.D.S. in Africa, fornito attrezzature di laboratorio analisi e formato personale tecnico.
Queste quattro Associazioni benefiche, diventate poi onlus nel 1998, ossia organizzazioni non lucrative di utilità sociale, si sono federate tra di loro per finanziare progetti in comune a favore degli ospedali africani, perciò il 27 ottobre 1997 hanno costituito la FAMAF = Federazione Associazioni missioni africane Fatebenefratelli con sede a Milano,Via San Vittore, 12 con presidente il dr. Franco Poggio.
 
Al convegno di Monguzzo (Como), 11-13 giugno 1999, ci siamo resi conto “de visu” che ci sono altri gruppi che aiutano gli ospedali africani: in Svizzera, in Francia e in Olanda. La Provvidenza è veramente grande!
 
Storia del pozzo di Afagnan (Togo)
 
La storia del pozzo di Afagnan assomiglia un po’ ai fioretti di San Francesco: una serie di vicissitudini, che aggravano sempre più la situazione, e finalmente un finale in gloria per l’intervento inaspettato e provvidenziale di un “deus ex machina” che risolve il problema quasi con la bacchetta magica. Mi riferisco unicamente alle mie conoscenze, altri magari potrebbero aggiungere tante altre cose. Quando sono andato in Africa la prima volta nel 1971 il Padre Priore di Afagnan, fra Onorio Tosini, mi ha portato a visitare il pozzo. Nella zona bassa del paese, verso il fiume Mono, era stata effettuata molti anni prima dai francesi una trivellazione di alcune centinaia di metri che faceva sgorgare acqua in abbondanza. Ho visto all’esterno del pozzo una grossa pozza dove molte mamme lavavano i loro bambini e tanti ragazzetti facevano il bagno. Mi fu detto che gli africani non usavano lavarsi ogni giorno solo la faccia come fanno tanti di noi, ma: o tutto o niente! E là, avendone la possibilità, si lavavano abbondantemente ed era una gioia vederli perché si divertivano come ad una festa.
 
Per portare l’acqua all’ospedale c’era una pompa e una conduttura abbastanza lunga. L’ospedale comunque era ben rifornito. Veniva riempito il chateaux d’aux e tanti serbatoi sul tetto, per cui aveva anche una certa autonomia in caso di guasto alla pompa.
Il pozzo dei francesi un triste giorno franò e di acqua non ne uscì più neanche una goccia.
Le autorità civili si mossero e fecero fare un’altra perforazione, ma la malasorte volle che uscisse acqua salata. Diciamo malasorte, ma poi vedremo che fu ignoranza e presunzione di sapere le cose senza documentarsi.
 
L’acqua salata creò problemi sanitari nei due villaggi di Afagnan-ga e Afagnan Bletta, primo fra tutti la pressione alta. L’acqua salata usata in ospedale per le pulizie del pavimento corrodeva i piedi dei letti dei malati. Sia l’ospedale che la popolazione dovevano andarsi a rifornire di acqua potabile più lontano con grave disagio. Presso l’ospedale trovarono facile mercato i venditori di acqua potabile. Tramite la Croce Rossa Italiana arrivò ad Afagnan un impianto di desalinizzazione che, alla prova dei fatti, si rivelò troppo sproporzionato per le esigenze idriche da soddisfare e così oneroso che ogni litro d’acqua costava come una bottiglia di champagne. Così, nel 1997 arrivò a Romano d’Ezzelino fra Fiorenzo Priuli e sottopose alla neonata UTA il progetto di un pozzo a 11 chilometri di distanza, più conduttura d’acqua e rete elettrica dal costo di un miliardo di lire.
 
Dopo un primo impatto scioccante, ci siamo dati da fare.
Tramite l’amico comune ing. Giuseppe Mozzi, riuscimmo a portare da noi a Romano il geologo Angelo Bernardi di Castefranco, che molti anni addietro aveva studiato le mappe sotterranee delle falde acquifere del Togo e del Benin. Appena gli abbiamo spiegato il problema, gli venne in mente di essere stato all’ospedale di Afagnan e di essere stato ben accolto da un frate, che gli aveva offerto perfino uno spuntino di pane e soppressa. Noi in quel frate così ospitale abbiamo ravvisato subito la figura del Priore, l’amegan fra Onorio Tosini.
Poi ci disse, quasi meravigliato: “Perché volete andare a cercare l’acqua così lontano, quando ce n’è in sovrabbondanza proprio sotto l’ospedale?”.“Ma è salata!” – gli rispondemmo in coro.“No! – disse – è salata solo la falda superiore, ma se si va giù fino a tre-quattro cento metri, si trova l’acqua del mestriziano, l’acqua che scendendo dai monti verso il mare lungo la roccia sotterranea, si è accumulata sotto la sabbia ed ha una forte pressione per cui facendo una perforazione essa sale fino a 50 metri dal livello del terreno. Per cui le pompe basta  metterle poco più giù di quel livello. Il vero problema era quello di impermeabilizzare le falde superiori durante la perforazione in modo che non inquinassero l’acqua della falda inferiore. Se sgorgava acqua salata dalla perforazione in attività, era perché la ditta che aveva eseguito i lavori non aveva usato questo accorgimento.
 
Nel parlare delle pompe fra Fiorenzo disse che ce ne volevano due per dare l’acqua non solo all’ospedale ma anche ai due villaggi. Sentendo questo Angelo si illuminò in volto e disse: “Voi sì che lavorate bene! Ho fatto tanti pozzi per i musulmani quand’ero in Africa, ma essi non hanno mai dato una goccia d’acqua a nessuno che non fosse dei loro. Perciò il progetto ve lo faccio gratis.
 
Finalmente la “Cooperation Francese”, vedendo che il progetto riguardava non solo un ospedale privato, ma anche due villaggi del Togo, lo considerò un’opera sociale di sviluppo che rientrava nelle sue competenze. E fece tutto a sue spese.
Così, finalmente, verso la fine del 2001, fra Fiorenzo ci comunica la bella notizia che il pozzo di oltre 300 metri di profondità, scavato nel terreno dell’ospedale, ha cominciato a sgorgare. La sua acqua dolce, senza traccia alcuna di sale, è migliore di quella minerale, se ne può pompare quanta se ne vuole, perché la sorgente è praticamente inesauribile.
 
Scuola elementare di Tanguiéta (Benin)
 
Negli anni ‘80 nel Benin le scuole cattoliche erano state chiuse perché lo Stato con gli aiuti della Russia aveva reso obbligatoria a tutti la scuola pubblica. Nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, la Russia cessò di dare aiuti ai Paesi africani e le scuole morirono perché gli insegnanti non pagati smisero di insegnare.
Fra Léopold Gnami ci ha fatto presente la richiesta del vescovo di Natitingou, mons. Pascal Nkoue, che oltre a rispondere a un’esigenza dei cattolici, soddisfaceva a un diritto fondamentale della popolazione e favoriva la continuità della presenza di medici e infermieri nell’ospedale di Tanguiéta perché offriva l’istruzione dell’obbligo ai loro bambini.
Questo fatto ha convinto l’U.T.A. a realizzare il progetto della Scuola elementare di Tanguiéta con un finanziamento di £ 80 milioni.
Il Comune di Romano d’Ezzelino, usufruendo della Legge dell’8 per mille riguardante gli Enti locali, ha finanziato la costruzione di un’aula (su sei) di detta scuola. Ma la cosa più bella e sorprendente l’hanno compiuta i ragazzi delle scuole elementari e medie di Romano. Sotto Natale hanno fatto le loro mostre-mercato ed hanno raccolto una considerevole somma per la scuola elementare.
Da lì poi è sorta l’idea dei nostri ragazzi di continuare ad aiutare i loro coetanei africani con l’invio di materiale scolastico ed anche giocattoli. Da diversi anni, infatti, dietro indicazione di fra Fiorenzo, i ragazzi forniscono i soldi per pagare il maestro che coadiuva con suor Carmen all’insegnamento nella piccola scuola, finanziata dall’UTA e situata accanto alla pediatria dell’ospedale, a favore dei ragazzi malati lungodegenti.
Padiglioni del Centro sanitario di Porga (Benin)
 
Sulle ali dell’entusiasmo per il successo ottenuto con la scuola elementare, l’U.T.A. ha accolto la richiesta di fra Léopold Gnami di finanziare la costruzione di due piccoli padiglioni del centro sanitario di Porga per la somma di € 60.000 nell’arco di due anni. Porga è un villaggio che sorge a 65 chilometri a Nord-Ovest di Tanguiéta, al confine con il Burkina-Faso.
Questo nuovo centro sanitario farà da filtro all’ospedale di Tanguiéta per i casi più leggeri di malati del Nord del Benin e del vicino Burkina Faso. Il progetto nasce dalla storia commovente dell’anziano Capo villaggio di Porga, di nome Kah Kiansi, un lebbroso curato e tenuto in vita a lungo da fra Fiorenzo. Questo capo villaggio ha concesso un grande appezzamento di terreno all’ospedale di Tanguiéta perché i Fatebenefratelli facessero un piccolo ospedale al suo paese. Siccome poi in quella zona si faceva il mercato, cosa importantissima per il villaggio, ma di grande disturbo per un ospedale, egli è riuscito a convincere la popolazione a spostare il mercato dalla parte opposta.
 
Verso la fine del 2003 il suo sogno è stato realizzato. Peccato che non sia riuscito a vederlo con i suoi occhi essendo nel frattempo deceduto. Ma il suo merito rimane comunque. A Porga all’inizio funzionava un dispensario che lavorava principalmente per le mamme. Così abbiamo visto Porga nel mese di agosto 2001. Era in costruzione la maternità con un finanziamento dell’associazione svizzera “Frères des nos frères”.
Con l’intervento dell’UTA, aiutata dall’associazione bresciana “Memorial Marilena” si è poi costruita la pediatria e il reparto di degenze per adulti.
 
Volontariato gratuito o retribuito
 
Gli Italiani sono molto sensibili e generosi, ma poi si chiede preoccupata: Questi soldi arriveranno a destinazione? E poi, quanti ne arriveranno davvero?
La maggiore preoccupazione riguarda proprio la gestione di questi fondi. Infatti i nostri missionari ci riferiscono che i funzionari della FAO e dell’UNICEF ricevono stipendi da nababbi, viaggiano con macchine di lusso, alloggiano in alberghi di cinque stelle, hanno insomma un tenore di vita lussuoso che stride enormemente con la miseria delle popolazioni tra le quali vengono mandati. È uno scandalo che fa ricordare il ricco epulone e il povero Lazzaro del Vangelo!
 
La conclusione è tremenda ed è documentata dai bilanci annuali di queste organizzazioni: l’UNICEF divora per l’apparato organizzativo il 60% delle risorse stanziate dall’O.N.U. e la FAO, peggio ancora, se ne mangia l’80%! L’anno scorso la FAO ha minacciato di dichiarare fallimento!
In questi giorni è contestata dai poveri del terzo mondo, perché non fa nulla per loro (aprile 2008). I funzionari di queste grandi organizzazioni si godono la vita alle spalle della povera gente!
 
Cari lettori, notate bene la differenza tra gli organismi basati sulla professionalità stipendiata e quelli basati sul volontariato, come la nostra associazione onlus U.T.A.
La nostra associazione è giovane e piccola, ma i fondi che raccoglie li invia interamente alla destinazione prefissata. I bambini malati sono al centro della nostra attenzione, noi non teniamo niente per l’organizzazione, non abbiamo segretarie stipendiate, non ci sono gettoni di presenza per i Consiglieri, non ci sono premi di produzione per i Soci più attivi. Se qualcuno di noi va in Africa a visitare gli ospedali si paga il viaggio e si sdebita dell’ospitalità dei Frati lasciando in Africa anche il guardaroba leggero che si era comprato per l’occasione.
 
Piccola scuola adiacente alla pediatria di Tanguiéta
 
Terminata la scuola cattolica elementare di Tanguiéta, ci siamo resi conto che l’ospedale aveva esigenza di un’altra scuola per i ragazzi lungodegenti della pediatria dell’ospedale di Tanguiéta. Nel mese di giugno del 2003 sono passato da Tanguiéta con fra Luigi Galatà le Suore che gestiscono la scuola elementare, che è stata intitolata a un missionario importante della zona: Père Chazal ci hanno invitato a pranzo e ci hanno fatto una bella festa.
Tornati all’ospedale abbiamo visto nella pediatria suor Carmen che, nelle prime ore del pomeriggio, insegnava a diversi gruppetti di ragazzi, in gran parte con le gambe ingessate: e tutti scrivevano su un foglio di carta, ma per terra. Abbiamo ammirato l’impegno con cui allievi e insegnante svolgevano il loro lavoro. Nessuno ci ha detto nulla, ma ci è apparsa evidente la necessità di un’aula scolastica per questi ragazzi.
 
Nel frattempo a Riese Pio X (Treviso), un giovane diciassettenne mentre rincasava con la sua moto perde la vita in un incidente stradale, lasciando i genitori e la sorella nella costernazione. Dopo un po’ di tempo, passata la rabbia e la disperazione, i genitori pensano di fare qualcosa di buono per onorare la memoria del loro figliolo Stefano.
I coniugi Trevellin si incontrano a Romano d’Ezzelino con fra Fiorenzo e, dietro suo suggerimento, decidono di finanziare con € 20.000 la costruzione di una grande aula scolastica adiacente alla pediatria di Tanguiéta, che è entrata in funzione nel 2006.
 
Medicina tradizionale africana
 
Qui conviene sentire la testimonianza diretta di fra Fiorenzo dr. Priuli. Malgrado le nuove possibilità di cure offerte dai nostri ospedali fin dalla loro apertura, più del 90% degli ammalati continuarono ed in parte continuano a ricorrere prima di tutto alle cure indigene più o meno enfatizzate da cerimonie animiste.
I nostri primi approcci alla medicina praticata dai guaritori, risalgono all’inizio degli anni ‘80. In effetti, non ci volle molto per renderci conto che, malgrado molte cure fossero deleterie e pregiudicassero gravemente la nostre possibilità di curare, alcune erano a volte incredibilmente efficaci, quasi miracolose ed ottenevano risultati in malattie per noi praticamente incurabili.
Alcune malattie erano ed in parte restano con l’etichetta “non da ospedale” e tra queste gli itteri (le epatiti) al punto che se un paziente contraeva un ittero durante il ricovero, la famiglia domandava di lasciarlo uscire per continuare le cure a casa… ed effettivamente nel giro di pochi giorni l’ittero spariva ed il paziente ritornava a stare bene!
 
A poco a poco, l’amicizia con qualche guaritore ed i legami specialmente con le monache cistercensi del monastero de l’Etoile (Parakou) che già coltivavano certe piante, ci portarono a proporre ai malati sofferenti di malattie epatiche anche senza ittero prima la tisana del kinkueliba (o kinkéliba) e poi la famosa polvere gialla i cui nomi scientifici sono: combretum micranthum e cochlospermum tinctorium.
 
Combretum micranthum (C.M.)
 
combretumSi tratta di un arbusto che cresce spontaneamente nella savana soprattutto dell’Africa occidentale. Nella stagione delle piogge dà foglie e frutti che diventano poi rossicci e seccano al sopraggiungere della stagione secca. Ma più sovente sono distrutte dai fuochi della savana che divampano spesso appena arriva l’Armatan.
Benché anche le radici del combretum abbiamo proprietà terapeutiche, noi fin dell’inizio utilizziamo solo le foglie sia verdi e fresche che essiccate all’ombra o nella macchina di disidratazione in modo che non perdano nessuna delle proprietà terapeutiche.
Il Combretum Micranthum è una pianta che è stata assai studiata dai farmacologi specialmente francesi che con vari metodi sono arrivati ad estrarre vari principi attivi interessanti. Inoltre non è stata messa in evidenza tossicità alcuna.
Usato dai guaritori soprattutto per curare le crisi di malaria e per la cura dell’“ittero” in generale, nei nostri ospedali è stato per vari anni “la tisana per le malattie del fegato” e questo con molto successo fino ad oggi… comprovato da risultati biochimici che mostrano la quasi costante normalizzazione della bilirubinemia e della transaminasi (SGPT).
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Fin dal 1990 noi abbiamo associato l’uso della tisana di C.M. nelle terapie volte a curare gli ammalati di AIDS in ragione del fatto che l’infezione HIV è spesso associata è Epatiti B e/o C. Ma è grazie alle ricerche del dr. Pino Ferrea, infettivologo e ricercatore genovese, medico volontario a Tanguiéta con la moglie pediatra all’inizio degli anni ‘80, che avendo sperimentato nella propria famiglia (moglie e figlioletto) i benefici effetti della tisana di C.M. rientrato in Italia ha iniziato delle ricerche sulle proprietà terapeutiche della pianta.
Nel corso di queste ricerche è stato scoperto e confermato che, in vitro, l’estratto delle foglie del C.M. è molto attivo contro i virus dell’epatite B, dell’erpes simplex ed infine del virus HIV.
È dunque a partire da questa scoperta che il C.M sotto forma di tisana è utilizzato non solo per le epatiti ma anche nei pazienti sia semplicemente HIV positivi che per gli ammalati che non rientrano nei parametri che impongono l’introduzione degli antiretrovirali oppure di pazienti che per questioni diverse non possono avervi accesso. Grazie al dr. Paolo Viganò, collega ed amico del dr P. Ferrea, ed al G.S.A (Gruppo solidarietà Africa) cui fanno capo un gruppo di esperti, tecnici e volenterosi, in questi ultimi cinque anni un laboratorio ben attrezzato sta monitorando i risultati di questa terapia che sta suscitando interesse e speranza specie nei colpiti dall’infezione di HIV. Spesso possono loro stessi reperire la pianta poco lontano da casa. (Il rimedio di molte malattie è spesso vicino ai malati ma non è conosciuto).
 
Cochlospermum tinctorium (C.T.) + cochlospermum planchoni (C.P.)
 
Si tratta di due piante molto vicine per morfologia, per struttura e che hanno in comune un bellissimo fiore giallo. Sono delle piante della regione delle savane e del Sahel. Il Cochlospermum Tinctorium ha la caratteristica di dare un fiore o dei mazzetti di fiori a raso del suolo, proprio quando la savana è completamente disseccata e spesso dopo che è passato quello che chiamano “le feu de brousse”. Su una terra fissurata dalla siccità, questo fiore giallo continua a fiorire per circa due mesi e poi dà luogo ad un piccolissimo arbusto che non oltrepassa 30 centimetri, che poi viene a sua volta bruciato con l’arrivo della siccità.
Il Cochlospermum Planchoni invece, è una pianta a morfologia molto simile, ma che nasce come piantina che cresce fino a quasi un metro di altezza all’inizio della stagione delle piogge e che all’inizio del mese di agosto fino all’arrivo della stagione secca, continua a dare un fiore molto simile a quello del Cochlospermum Tinctorium ma sulla cima di ogni stelo.
Il principio medicinale che utilizziamo è tratto dalle radici di queste due piante, le cui radici sono alquanto profonde, spesso molto voluminose e praticamente costituiscono il serbatoio d’acqua che permette ai fiori di fiorire come proprio se fossero in un vaso di acqua quando nell’ambiente ci sono temperature di oltre 40 gradi e un tasso di umidità che a volte scende fino al 15%.
Le radici, una volta estratte dalla terra, se sono tagliate hanno un colore bianco che immediatamente diventa color rosso d’uovo. Ripulite della corteccia, le radici sono messe a seccare all’ombra, poi sono triturate e la polvere che ne esce costituisce il medicinale che noi utilizziamo.
La preparazione di questa polvere, viene realizzata con non poca fatica durante la stagione secca, in quanto il suolo è difficile da scavare per poter estrarre le radici. Però il clima secco favorisce una rapida essiccazione delle radici ed evita che, durante il periodo di essiccazione, delle muffe possano contaminarla. La polvere è poi conservata in contenitori ermetici e messa nei sacchetti o nei flaconcini quando vuole essere messa alla disposizione dei malati. Tanto il C.M. che il C.T. non hanno assolutamente bisogno di essere conservati in frigo o al fresco! Qui sono conservati a temperature che frequentemente superno i 40°. Evitare solo l’umidità! Sono ormai una ventina di anni che noi utilizziamo regolarmente la polvere di queste due piante per la cura delle epatiti, sia da sole che in associazione con la tisana del Combretum Micranthum.
 
Degli studi sono stati condotti su questa sostanza e soprattutto nell’istituto di farmacologia di Milano sono state tirate delle conclusioni che praticamente lo danno come un’eccellente sostanza per curare gli effetti dell’epatite B e dell’epatite C in particolare. Sappiamo da ricerche fatte in internet su questa pianta, che ha anche un’azione molto importante nella cura della malaria e di malattie virali. Nei nostri ospedali Saint Jean de Dieu di Afagnan e di Tanguiéta, l’utilizzo di questa polvere, è stato più volte preceduto e seguito da controlli in modo particolare delle transaminasi e della bilirubinemia. I risultati sono stati costantemente buoni e questo anche dopo brevi cicli di terapia di 10-15 giorni. Numerosi pazienti anche europei hanno avuto lo stesso riscontro quando hanno utilizzato la polvere del Cochlospermum Tinctorium e/o del Cochlospermum Planchoni per la cura di epatiti che non rispondevano ad altre terapie.
Oggi, negli ospedali di Saint Jean de Dieu di Tanguiéta e di Afagnan, praticamente le sole sostanze utilizzate per la cura delle epatiti, restano il Combretum Micranthum, il Cochlospermum Tinctorium e il Cochlospermum Planchoni ! ( Fra Fiorenzo dr. Priuli )
 
Oltre a queste medicine per le epatiti, fra Fiorenzo ha messo a disposizione dei malati italiani anche: Platanus senegalensis per la cura dell’asma. Guiera senegalensis per la cura delle ulceri esterne ed interne.
 
 
 
RIEPILOGO FONDI RACCOLTI –  RIEPILOGO FONDI EROGATI
 
1996 31-12 £ 58.855.300 1996 £ 20.000.000
1997 31-12 £ 136.401.845 1997 £ 143.000.000
1998 31-12 £ 137.962.995 1998 £ 95.000.000
1999 31-12 £ 165.820.234 1999 £ 185.000.000
2000 31-12 £ 165.396.612 2000 £ 144.000.000
2001 31-12 € 108.817,34 2001 € 76.435,63
2002 31-12 € 197.572,73 2002 € 181.500,00
2003 31-12 € 141.446,92 2003 € 124.000,00
2004 31-12 € 242.105,20 2004 € 215.000,00
2005 31-12 € 204.478,57 2005 € 240.000,00
2006 31-12 € 378.011,54 2006 € 248.480,10
2007 31-12 € 519.176,28 2007 € 444.454,15
 
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In occasione della denuncia dei redditi, tutti gli anni, c’è l’opportunità di elargire il 5 per mille senza nessun costo per il contribuente, ad una associazione che abbia i requisiti di legge.
 
L’U.T.A. onlus è una di queste e il nostro codice fiscale è:

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Basta inserire questo numero nell’apposito spazio sul modulo della denuncia dei redditi da parte di chi compila la denuncia.
 
Uta onlus - l'Africa nel cuore
2012-08-2118

OSPITALITA’ DI SAN GIOVANNI DI DIO – Luca Beato O.H.

San Giovanni di Dio & FigliOSPITALITA’ DI SAN GIOVANNI DI DIO

1 – Dio è il primo a praticare l’ospitalità

Dio è amore infinito, gratuito, creativo, redentivo, sanante, santificante, immortalizzante. Dio ci precede in tutto. L’uomo è colui che riceve tutto da Dio, la vita fisica, la salute, la felicità, la vita dello spirito, la promessa della vita eterna come partecipazione alla vita immortale di Dio stesso. Questo significa che noi uomini siamo tutti nel cuore di Dio che ci tiene come ospiti e ci tratta con tanto amore, tanta premura e tanta tenerezza. Il primo a praticare l’ospitalità è Dio stesso nei nostri confronti.

Quello che Dio chiede all’uomo è il riconoscimento di questo rapporto creaturale e filiale nei suoi confronti. L’amore di Dio verso l’uomo, amore di benevolenza infinita, diventa amore di amicizia soltanto quando l’uomo ricambia con il suo amore, elevato al di sopra di tutte le cose del mondo, l’amore di Dio. “Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”( Mc 12,29-30 che cita Dt 6,4-5).

Dio con il suo amore bussa al nostro cuore e chiede di essere accolto con il nostro amore. La prima ospitalità che noi dobbiamo praticare è quella verso Dio. “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”(Ap 3,20).

Gesù conferma che l’amore verso Dio è il primo e il più importante dei comandamenti però vi aggiunge subito il secondo comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”( Mc 12,30 che cita Lv 19,18 ), aggiungendo: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”, come dire che i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo sono strettamente legati tra di loro da costituire una unità perfetta. Questa è la novità portata da Gesù: non si può pensare di amare Dio se non si amano gli uomini nostri fratelli perché sono anch’essi figli di Dio, oggetto del suo amore paterno. Non è possibile praticare l’ospitalità verso Dio, se non si pratica l’ospitalità verso il prossimo.

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2 – Gesù è il modello di ospitalità rivoluzionaria

Noi Fatebenefratelli quando parliamo di ospitalità intendiamo la cura e l’assistenza ai malati principalmente negli ospedali e poi, per estensione, anche nel territorio. Questa forma di ospitalità non si trova nell’Antico testamento per tutta una serie di barriere pregiudiziali. Là l’ospitalità è intesa verso il forestiero sano e attivo, entrato nel proprio territorio.

Nell’esercizio della sua missione salvifica Gesù ha dovuto superare tutta una serie di separazioni pregiudiziali imposte dalla Legge ebraica: ha dovuto fare una vera rivoluzione.

Il popolo ignorante, quindi inosservante della Legge nelle sue minuziose prescrizioni sulle purità legali, sui cibi puri e impuri, sulla separazione dai peccatori, ecc. veniva considerato sotto la continua maledizione di Dio.

Le donne erano considerate quasi sempre impure a causa delle perdite vaginali di sangue, per le mestruazioni, per il parto, ecc.

I malati erano considerati dei maledetti da Dio per i loro peccati, o personali o dei loro antenati, specialmente infrazioni di tabù. Nei casi di epilessia si vedeva proprio il diavolo che si era impossessato del malato.

I peccatori pubblici erano segnati a dito come maledetti da Dio. Incontrandoli, non solo non si dovevano salutare, ma bisognava lanciare contro di loro una serie di scongiuri per evitare il pericolo di contrarre la loro maledizione. Chi infatti entra in contatto con una persona impura contrae la sua impurità, partecipa della maledizione divina che grava su di lei.

Gesù, a differenza degli Ebrei osservanti, conduce la sua vita in mezzo al popolo, non ha paura di essere toccato da gente impura, si lascia circondare dai bambini, ha un seguito di donne quando va in giro a predicare, tocca i malati e perfino i lebbrosi, va a cena in casa di pubblicani e peccatori, si lascia toccare anche dalle prostitute. Non ha paura di diventare impuro e di cadere sotto la maledizione di Dio. Come annunciatore e iniziatore del Regno di Dio, Egli è portatore della grande benedizione del Padre che si traduce in forza liberatrice dell’uomo da tutte le forme di oppressione che gravano su di lui. I miracoli compiuti da Gesù a favore dei malati sono così numerosi nei Vangeli che fanno di Lui un guaritore taumaturgico. Gesù è passato alla storia non solo come un grande predicatore e autorevole maestro, ma anche come un portentoso guaritore di malati.

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3 – San Giovanni di Dio campione di ospitalità

San Giovanni di Dio ha capito benissimo questa esigenza del Vangelo di Gesù espressa simbolicamente nella parabola del buon samaritano e l’ha vissuta pienamente. Dopo la sua conversione turbolenta e il conseguente ricovero tra i malati di mente nell’ospedale reale di Granada, manifesta il suo progetto di vita: “ Gesù Cristo mi conceda il tempo e mi dia la grazia di avere io un ospedale, dove possa raccogliere i poveri abbandonati e privi di ragione, e servirli come desidero io” (De Castro). Perché ha deciso di fare questo? Ecco la motivazione. “Per la viva considerazione del molto che aveva ricevuto dal Signore, tutto quello che faceva e dava gli sembrava poco, e si sentiva sempre debitore di più. E perciò viveva con l’ansia propria dei Santi, di dare se stesso in mille modi per amore di Colui che era stato tanto magnanimo e munifico con lui” (De Castro).

La consapevolezza di essere stato accolto tra le braccia amorevoli del Padre nel suo ritorno a casa come il figliol prodigo, lo spingeva ad essere accogliente verso tutte le persone che avevano bisogno di aiuto e di soccorso.

Uscito dall’ospedale, pur tra enormi difficoltà, cerca di realizzare il suo progetto. Il Padre Giovanni d’Avila lo appoggia con raccomandazioni presso le persone nobili e facoltose. Riesce così ad affittare un locale a due piani trasformandolo in confortevole centro di accoglienza per poveri vecchi, malati e barboni. Non essendoci rendite per mantenerlo, a differenza dell’ospedale reale, si mette a chiedere l’elemosina ai concittadini dicendo spesso: “Chi fa del bene a se stesso? Fate bene per amor di Dio, fratelli miei in Gesù Cristo” (De Castro).

Nel 1545 trova i suoi primi due collaboratori, Antonio Martin e Pietro Velasco: due nemici da lui riconciliati. Saranno quelli che proseguiranno la sua opera dopo la sua morte, i primi Fatebenefratelli.

Qualche anno dopo (1547) con gli aiuti di vari benefattori e in particolare del Vescovo di Granada riesce ad avere un vero ospedale tutto suo della capacità di 110 letti, mantenuto esclusivamente dalle elemosine della popolazione. Qui Giovanni di Dio ha potuto esprimere non solo la sua grande bontà d’animo verso i malati, ma dimostrare anche la sua genialità profetica precorritrice dei tempi. Cesare Lombroso ha scritto su di lui: Un fatto degno di attenzione è che in quanto al trattamento per i malati Giovanni fu un riformatore poichè non mise che un solo malato per ciascun letto; egli fu il primo che pensò a dividere i malati in categorie; fu insomma il creatore dell’ospedale moderno.

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4 – Il carisma dell’ospitalità

La vita e la spiritualità di san Giovanni di Dio è caratterizzata dal carisma dell’Ospitalità. Ospitalità così straordinaria che può essere solo un dono speciale dello Spirito santo, lo Spirito dell’amore, che spinge a sacrificare anche la vita per i propri fratelli. Un’ospitalità virtualmente aperta a tutte le persone che si trovavano nel bisogno e che incontrava sul proprio cammino: poveri, infermi, disoccupati, senzatetto, prostitute, vedove, orfani, anziani, ma che ha trovato la sua massima espressione verso i malati del suo ospedale. Anche qui la sua ospitalità era ad amplissimo raggio: “Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente persone affette da ogni malattia e gente di ogni tipo, sicchè vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi, e altri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui”(2 GL,5). Per i suoi malati poi non si limitava a fornire il cibo e le cure necessarie, ma cercava anche di consolarli con parole e gesti premurosi. Dopo una giornata di lavoro, la sera “Per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza avere visitato tutti gli infermi, uno per uno, e chiesto loro come era andata la giornata, come stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li confortava spiritualmente e corporalmente”(De Castro).

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San Giovanni di Dio era profondamente convinto che l’ospitalità che offriamo ai poveri, ai malati e ai bisognosi, la pratichiamo verso Dio e Gesù Cristo, che si immedesima nei poveri (Mt 25,40). La tradizione per esprimere questa fede di Giovanni, narra che una volta mentre lavava i piedi ad un malato, questi si trasfigurò in Gesù Cristo. Anche quando chiedeva l’elemosina esprimeva questa fede: chi fa l’elemosina per amore di Dio fa del bene a se stesso, perché Dio la ritiene fatta a sé e ricompenserà il gesto d’amore con la vita eterna. Dio non si lascia vincere in generosità: se noi lo ospitiamo nei poveri e nei malati, Egli ci prenderà poi come ospiti nella sua Casa per sempre.

Luca Beato, O.H.

San Giovanni di Dio lava i piedi...

SAN RICCARDO PAMPURI – IV – APOSTOLICAMENTE OPEROSO – Luca Beato O.H.

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IV – APOSTOLICAMENTE OPEROSO

Spirito missionario a 360 gradi

San Riccardo Pampuri è stato definito apostolicamente operoso, ma io credo sarebbe meglio dire “missionario a 360 gradi”.

La capacità di svolgere dell’apostolato richiede un substrato di fede viva e di capacità di aprirsi agli altri per comunicare la propria esperienza vitale. San Riccardo non ha avuto bisogno di aspettare l’Enciclica Lumen fidei di Papa Francesco per sapere che la fede non è una semplice adesione intellettuale ad una serie di dogmi, ma la presa di coscienza di essere amati da Dio: il che ci apre alla fiducia nella sua iniziativa di salvezza mediante l’opera di Gesù Cristo e indirizza la nostra vita alla via buona del vangelo sulle tracce del suo insegnamento. La fede viva quindi è sempre accompagnata dalla speranza e dalla carità e comporta la conversione del cuore. La fede va professata, ed ecco le varie professioni di fede (Credo). La fede va celebrata, ed ecco la Liturgia, specialmente la S.Messa. La fede va vissuta mediante la pratica delle opere di giustizia e di carità. La fede viva illumina tutta la nostra vita e riempie il cuore di gioia. San Riccardo è un esempio eccelso di un’esistenza illuminata da fede ardente. In tutti gli stati di vita in cui si è trovato: studente, soldato, medico condotto e frate, ha sempre saputo mantenere un atteggiamento di serenità e di gioia, che merita la nostra considerazione e la nostra ammirazione.

La fede viva, unita a un carattere gioioso e socievole, dà origine all’apostolato vero, non di facciata, ma di sostanza. E’ l’esigenza profonda di comunicare agli altri la propria esperienza spirituale. L’Amore è come la tosse, non lo si può nascondere. San Riccardo era un innamorato di Dio e di Gesù Cristo, ed era impossibile nascondere questa realtà; essa trapelava da tutto quello che diceva, faceva e scriveva. Nel Collegio Sant’Agostino durante le Scuole medie ed il Ginnasio era il primo della classe, ma con il suo modo di fare tranquillo, accattivante, piacevole, si faceva ben volere da tutti ed era sempre disponibile ad aiutare i compagni più deboli e in difficoltà.

L’ambiente studentesco universitario, in cui regna Bacco, Tabacco e Venere vede per contrasto un Pampuri che non si ubriaca, non va a donne, non dice scurrilità e per giunta fa la comunione tutti i giorni e inserisce Dio in quasi tutti i suoi discorsi. Studia Medicina, ma coltiva l’idea di farsi prete o frate. Tutto ciò poteva essere considerato una debolezza, da prendere di mira con apposite frecciate, ma lui era intelligentissimo e dotato di una dialettica formidabile per cui tutti lo rispettavano.


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Per gli universitari cattolici c’è il Circolo Severino Boezio, fondato dal sacerdote Giuseppe Ballerini, uno dei maggiori apologeti del suo tempo e futuro Vescovo di Pavia. Ecco cosa attesta del nostro Santo: “Il circolo universitario Severino Boezio va glorioso del nome del carissimo dottor Pampuri e gli è assai debitore perché vi portò più soci lui col suo esempio e con l’intemerata sua vita che non tutte le conferenze e gli altri mezzi di propaganda, compreso, non arrossisco a dirlo, il mio personale interessamento”.

1-San Riccardo Pampuri - di Franco Ferlenga 71Durante il servizio militare San Riccardo, come caporalmaggiore della Sanità, in un ambiente dominato dalla mentalità agnostico-positivista degli ufficiali medici, in mezzo a quello “scempio della povera carne umana”, faceva dell’apostolato discreto tra i malati, procurando i sacramenti a chi ne aveva bisogno e dicendo parole di conforto a tutti. Nella rotta di Caporetto, invece di pensare a mettere in salvo la propria pelle, come tutti gli altri, rischiò la vita per salvare il materiale sanitario del suo ospedale da campo, prezioso per la cura dei i suoi commilitoni feriti o malati.

Il dottor Carità

Di San Riccardo la preghiera liturgica della S. Messa dice che “seppe trasformare la sua professione medica in missione di carità”. E’ la definizione sintetica della sua opera di medico condotto a Morimondo (1922-1927), mentre il popolo, andando alla spiccia, gli affibbiò il titolo significativo di Dottor Carità.

Morimondo - Trivolzio - Certosa 23 luglio 2014

La giornata di Pampuri a Morimondo cominciava sempre con S. Messa e Comunione eucaristica della Chiesa dell’Abbazia adiacente alla sua abitazione. Qui alimentava la sua fede che gli faceva vedere nei suoi malati il Cristo sofferente e quindi cominciava subito il suo giro di visite, saltando spesso anche la colazione, con grave disappunto della sorella Margherita, che si era messa a suo servizio con amorevole sollecitudine per la sua salute e la sua buona riuscita in ambito professionale. Verso sera, finito il giro delle visite, lasciava cavalla e calesse, entrava in chiesa per una visita al SS. Sacramento, si inginocchiava e restava a lungo immerso nella preghiera al punto da dimenticarsi della cavalla, che quando era stufa andava a casa da sola, e per la cena spesso dovevano chiamarlo più volte. Come un mistico godeva di stare alla presenza di Dio e la sua anima entrava in una grande pace interiore.

San Riccardo Pampuri - di Franco Ferlenga 3

San Riccardo Pampuri – di Franco Ferlenga 3

calesseIl Pampuri era anzitutto un bravo medico. Visitava coscienziosamente i suoi malati, andava volentieri lui da loro in bicicletta o con il calesse tirato dalla cavalla Tosca fornitagli dallo zio Carlo, risparmiando loro tanti viaggi al suo ambulatorio. Con i malati problematici faceva ripetute visite al giorno. Ben presto si acquistò la stima dei suoi colleghi che lo chiamavano per consulti medici.

Avendo a che fare con una popolazione molto povera, lui benestante si sentiva in dovere di fare qualcosa per loro. Infatti, se uno è povero, cosa serve fargli una bella diagnosi, se poi non può curarsi? E cosa serve stabilire una bella cura se poi non c’è la dieta adatta? Ecco allora che Riccardo, talvolta, oltre a scrivere una bella ricetta, mette sotto il foglio i soldi per acquistare le medicine in farmacia e poi magari fa arrivare il pollo a casa per il brodo. Se incontra per strada un povero con le scarpe rotte gli dà le sue, se ha bisogno della giacca gli dà la sua e perfino se gli occorre un materasso gli dà il suo. Alle critiche di sua sorella e dei colleghi medici per la sua prodigalità risponde con una scrollata di spalle. Alla sorella Margherita faceva spesso delle sorprese portando a casa a mangiare senza preavviso qualche poveraccio. Ma bisogna sapere che c’erano anche i pranzi programmati con certa povera gente. A un povero sempre in debito col fornaio prendeva il libretto e gli saldava il conto. Il medico suo successore al vedersi presentare questo libretto andò su tutte le furie sbottando:“Ho famiglia io, non sono mica un ente di beneficenza”.

Ma cosa diceva il Pampuri ai suoi malati? Noi non lo sappiamo con precisione, perché non ci sono testimonianze dirette. I suoi gesti premurosi di carità sono già un’evangelizzazione. Ma il Pampuri nella sua vita di fede viva crede nella vittoria della vita sulla morte anche quando la medicina si arrende. Sostiene quindi nella speranza della vita eterna i malati gravi ed innalza preghiere al Signore con essi e i loro familiari.

Cuore missionario

San Riccardo Pampuri - Suor Longina-001Non è fuori luogo affermare che San Riccardo aveva uno spirito missionario a 360 gradi, che manifestava in tutte le sue relazioni con il prossimo. Lo spirito missionario era già vivo in Casa Campari e Pampuri, dove Riccardo era nato e cresciuto e si traduceva in sostegno concreto alle missioni estere. C’era addirittura una sorella di Riccardo missionaria in Egitto, Maria, di otto anni più vecchia di lui, alla quale egli era molto affezionato: l’anno che era stato a Milano per la Scuola le aveva fatto da mammina. A 23 anni si era fatta suora nella Congregazione della Suore Francescane Missionarie d’Egitto prendendo il nome di Longina. Con essa ha mantenuto una continua corrispondenza e a lei chiedeva preghiere per ottenere luce sulla sua scelta di vita e per la buona riuscita della sua vita professionale.

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Anche Riccardo avrebbe voluto fare il missionario, ma era perfettamente conscio che non gli era proprio possibile farlo, date le sue precarie condizioni di salute. Una volta, infatti, aveva tentato di farsi ricevere come catechista in un Ordine missionario, ma la sua richiesta era stata respinta. Il suo amore per le Missioni estere era enorme. Ogni mese, quando riceveva lo stipendio, correva alla Posta per spedire pacchi di roba e soldi. Diceva che il suo stipendio lo investiva all’estero perchè rendeva di più. Allora lo Zio Carlo investiva un altro stipendio sul territorio per Riccardo, perché rendesse il suo frutto qui ed ora. In pratica gli riempiva di viveri il calesse tutte le volte che andava a trovarlo.

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Con questo spirito, se non poteva andare a convertire i pagani in Africa, si sforzava di convertire i “pagani di ritorno” cioè gli Italiani che si erano allontanati dalla Chiesa. Ecco quindi il suo impegno nelle molteplici forme di apostolato parrocchiale: Catechismo, Buona stampa, Azione Cattolica, Banda musicale, Teatro, Esercizi spirituali dai Gesuiti a Triuggio. E non sorprende che sia arrivato alla creazione della Commissione missionaria parrocchiale. L’occasione gli fu offerta dalla visita di un prete milanese, Don Luigi Ghezzi, che era andato a propagandare le missioni a Morimondo. Di questa Commissione egli fu Presidente, Segretario e Tesoriere. Fu così che nacque il legame con l’ufficio diocesano milanese dell’Unione missionaria del Clero, dove conobbe Don Riccardo Beretta, che divenne suo direttore spirituale e gli aprì la via verso l’Istituto religioso ospedaliero dei Fatebenefratelli.

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Attualità di San Riccardo Pampuri

Noi Fatebenefratelli abbiamo una grande stima ed ammirazione per San Riccardo Pampuri, innamorato di Dio e di Cristo, che vedeva e curava amorevolmente nei suoi malati e da buon Fatebenefratello si sforzava di incarnare nell’oggi il “carisma dell’ospitalità” secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Oltre che nella devozione essa si esprime anche nel fatto di avergli dedicato due cose importanti ed emblematiche: 1) L’Asilo notturno di Brescia; 2) La Viceprovincia africana Togo-Benin. Siamo certi che se San Riccardo non fosse morto tanto giovane, ma fosse campato 88 anni, come sua sorella missionaria Suor Longina, avrebbe avuto modo di condividere pienamente le iniziative missionarie dei Fatebenefratelli in Africa e la lotta alle nuove povertà della nostra società.

Problema del giorno

Stiamo vivendo il gravissimo problema dei profughi che fuggono dai paesi di persecuzione e di guerra, e che per arrivare fino a noi affrontano pericolosi viaggi nei barconi con il rischio di morire annegati. Non c’è solo il piccolo Aylan trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, la cui foto ha commosso il mondo intero. Sono migliaia e migliaia di persone, come un Esodo biblico. Ma non tutti si commuovono di fronte al dramma di questa povera gente. C’è chi polemizza e perfino chi alza i muri o stende il filo spinato contro di loro.

I Fatebenefratelli, senza attendere l’appello accorato del Papa, hanno dimostrato la loro disponibilità all’accoglienza di un certo numero di profughi. A Brescia nell’Asilo notturno San Riccardo Pampuri, ne vengono accolti 180. Poi a gruppi di 20, quando hanno svolto le pratiche mediche e giuridiche per la richiesta di asilo politico, vengono trasferiti negli Alberghi. All’emergenza bisogna rispondere con i fatti e non con le polemiche.

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Ma anche noi siamo d’accordo che è preferibile, in linea di massima, aiutare la povera gente nel luogo dove si trova. I Fatebenefratelli italiani hanno cominciato negli anni ’50 del secolo scorso ad aprire ospedali in Africa (Chisimaio in Somalia 1956, Afagnan nel Togo 1964 e Tanguiéta nel Benin 1970) ed hanno creato le Scuole per infermieri ad Afagnan, la Scuola elementare cattolica “Père Chazal” a Tanguiéta, la piccola Scuola della Pediatria dell’Ospedale di Tanguiéta e promosso le Vocazioni religiose indigene. Dal 1996 in supporto ai Fatebenefratelli è sorta l’Associazione benefica “Uniti per Tanguiéta e Afagnan”, in sigla UTAONLUS, che fornisce agli Ospedali africani un sostanzioso aiuto. Da più di 15 anni i religiosi africani hanno assunto la gestione di queste Opere con la creazione della Viceprovincia San Riccardo Pampuri, anche se abbisognano sempre del nostro sostegno economico per curare i malati poveri.

Con la benedizione di san Riccardo Pampuri speriamo che queste Opere, in Italia e in Africa, possano continuare sempre più e sempre meglio a fare del bene a chi ne ha bisogno.

Luca Beato,O.H.

PROGETTO ATELIER

PROGETTO ATELIER
Percorso educativo e formativo destinato ai minori e agli adulti
ospiti dell’Asilo Notturno San Riccardo Pampuri di Brescia
e a tutti i minori stranieri non accompagnati seguiti dal Comune di Brescia.

INTRODUZIONE
Dall’estate 2012, presso l’Asilo Notturno San Riccardo Pampuri, è stata avviata un’attività di falegnameria dedicata ai minori ospiti della struttura e ad alcune figure di utenti adulti. Le finalità di tale progetto coniugavano sin dal principio l’educazione dei ragazzi, la loro formazione pratica e la costruzione di oggetti destinati alla stessa comunità e al piccolo commercio.
Nel tempo il progetto ha preso forma e si è sempre più dedicato all’aspetto educativo.

L’arte del legno è sempre stata una delle forme più nobili di artigianato manifatturiero e il falegname è una figura conosciuta da tutti nell’immaginario collettivo. Si tratta di uno dei lavori manuali più antichi e che ad oggi rappresenta ancora un mestiere il cui operato è sempre richiesto e necessario.

Considerate le indicazioni ricevute dal Comune di Brescia riguardanti le attività interne alle strutture che accolgono minori stranieri non accompagnati e in seguito al confronto con tali strutture, vediamo la necessità di sviluppare nuovi percorsi e nuove idee che possano valorizzare al meglio le grandi potenzialità educative del Progetto, sviluppando maggiormente l’aspetto della creatività artistica.
Si è quindi pensato di unire al lavoro del legno la pittura, la scultura, e altri generi di attività artistiche, e di allargare il progetto anche agli ospiti maggiorenni.

DA APRILE 2014 IL PROGETTO FALEGNAMERIA ASSUME DELLE MODIFICHE SOSTANZIALI.

A seguire viene riportato il progetto presentato da Zaccagnini Claudia, Stuto Stefania, Pagnoni Alessandro, giovani artisti bresciani, professionisti, specializzati in arti grafiche, arte terapia, fotografia, scultura in legno, ferro e rame, e che collaborano con gli educatori dell’Asilo Notturno San Riccardo Pampuri nella realizzazione di attività per gli ospiti della struttura.

… i laboratori espressivi creativi

La nostra idea prevede la creazione di un ambiente in cui diverse arti si incontrano e dove ogni ragazzo ha la possibilità di sperimentare più tecniche artistiche e artigianali e acquisire delle competenze pratiche.

Questa proposta vuole arricchire il contesto educativo nel quale va ad inserirsi, riconoscendo all’atto creativo un ruolo fondamentale nel processo di apprendimento e di crescita personale.
Ogni ragazzo avrà la possibilità di intraprendere un percorso in cui potrà esprimersi liberamente e far emergere le proprie emozioni e idee. Percorso che lo aiuterà ad essere più aperto verso il mondo esterno e consapevole delle proprie capacità.

OBIETTIVI

• Maturare le proprie potenzialità espressive e la propria capacità di osservazione e relazione
• Acquisire una manualità artistica e ampliare la conoscenza di diverse tecniche e materiali artistici
• Sviluppare la propria creatività
• Acquisire una progettualità ai fini della realizzazione di manufatti completi
• Attivare una cooperazione e organizzazione sistematica del lavoro di gruppo ( condivisione delle esperienze)
• Sensibilizzare alla tematica del riciclo, in quanto ogni elemento e materia ha la possibilità di essere reinventato e riutilizzato
• Acquisire la capacità di comunicare attraverso il linguaggio universale dell’arte, dove le diversità tra i vari individui diventano una ricchezza

METODOLOGIA

Ogni laboratorio verrà strutturato in 4 fasi principali che prevedono:
• La presentazione del materiale e delle attrezzature
• L’individuazione di una tematica da sviluppare
• L’ideazione e la progettazione
• La realizzazione

Durante tutte le attività i ragazzi saranno condotti in modo che possano esprimersi in modo autonomo, liberi da stereotipi e condizionamenti. É importante che ognuno abbia la possibilità di scegliere, provate e creare trovando un proprio modo di fare, ma sempre all’interno di un attività guidata, dove quindi non sarà lasciato a se stesso, ma sarà aiutato e incoraggiato ad esprimersi nel modo più personale possibile.

PROPOSTE DI LABORATORIO

LABORATORIO DI CRETA

Il laboratorio prevede la conoscenza del materiale tramite uno studio della modellazione bidimensionale e tridimensionale. Si realizzeranno bassorilievi, oggetti tridimensionali ed elementi decorativi.
Successivamente si apprenderà la tecnica per la creazione di calchi in gesso.

LABORATORIO DI RESTYLING CREATIVO

Il laboratorio prevede il recupero di materiali di scarto( quali mobilio, elementi d’arredo, oggetti di uso quotidiano e scarti di lavorazione) che prenderà nuova vita attraverso il restauro e la realizzazione di di oggetti e manufatti creativi.
In questo spazio i ragazzi apprenderanno diverse tecniche come quella dell’assemblaggio, restauro di base, decorazione, saldatura e intaglio del legno.

LABORATORIO DI PITTURA E MURALES

In questo laboratorio i ragazzi potranno apprendere le tecniche di base del disegno e delle tecniche pittoriche.
Il laboratorio è finalizzato alla realizzazione di Murales, progetto che prevede una prima parte progettuale tramite la realizzazione di bozzetti legati ad una tematica specifica.
In una seconda fase i ragazzi faranno delle prove di diverse tecniche pittoriche su pannelli, per poi arrivare alla realizzazione finale su parete.

LABORATORIO DI CARTA RICICLATA

Con l’utilizzo di materiali cartacei di scarto si realizzeranno nuovi fogli di carta tramite la tecnica della macerazione.
Questa tecnica permette di creare carta di diverso spessore, texture, colore e di creare inserti con materiali di diversa natura.
Fine ultimo del laboratorio è la realizzazione di piccole opere bidimensionali o oggetti quali lampade, lanterne, aquiloni e altro.

Nel nostro “Atelier “ , che nasce da una prima idea di laboratorio di falegnameria, un elemento fondamentale rimane sempre il legno.
Di seguito esponiamo nel dettaglio il laboratorio di falegnameria.

GLI STRUMENTI DI LAVORO NELL’AREA “FALEGNAMERIA”
La falegnameria è dotata di macchinari professionali per ottenere qualsiasi prodotto artigianale, dall’intaglio al mobile finito, partendo dal legno grezzo.
Il primo approccio per la conoscenza dell’arte del legno passa attraverso la manualità, per tanto si utilizzano da subito strumenti d’intaglio:

– Scalpelli
– Sgorbie

Sono presenti in oltre attrezzature elettriche di piccole dimensioni, da banco. Queste vengono introdotte nel percorso d’insegnamento solo quando il ragazzo viene considerato idoneo dal mastro falegname:

– Seghetto alternativo
– Levigatrici orbitali
– Pantografi
– Taglierine manuali
– Trapano a colonna
– Avvitatori
– Trapani manuali
– Lamello
– Spazzolatrice

I macchinari più pericolosi vengono utilizzati solo ed esclusivamente dagli operatori autorizzati:

– Combinata (pialla filo, pialla spessore, tupie, cavatrice)
– Squadratrice
– Levigatrice a nastro

LE FINALITA’ PRATICHE

L’attività di falegnameria fornisce al ragazzo la possibilità di apprendere un ventaglio di nozioni pratiche che possono essere utilizzate in futuro, anche nella ricerca di un’attività lavorativa:

– Apprendere l’utilizzo di strumenti di lavoro manuali ed elettrici.
– Conoscere le diverse qualità di legno lavorabile.
– Sviluppare la concezione di tridimensionalità.
– Leggere un disegno tecnico.
– Apprendere un metodo di lavoro che accomuna tecnica e creatività.
– Sviluppare un gusto estetico personale e il concetto di armonia delle forme.
– Imparare a costruire un book fotografico ed un opuscolo per sponsorizzare gli oggetti costruiti.
– Apprendere il concetto di valore materiale e valore intrinseco di un oggetto manifatturiero.
– Conoscere le regole della sicurezza sul lavoro attraverso un corso specifico, alla fine del quale verrà consegnato al giovane un attestato ufficiale.

LE FINALITA’ EDUCATIVE
L’attività pratica, armonizzata e condotta dagli educatori e dagli operatori presenti, diventa parte integrante del progetto educativo di gruppo ed individuale.
– IL VALORE DEL TEMPO: la pratica di qualsiasi forma artistica necessita di un tempo di apprendimento; il giovane si accosta ad essa con l’impazienza di arrivare al prodotto finito, ma solo grazie ad un percorso didattico affrontato con pazienza e costanza, accostato a molto esercizio pratico, riuscirà ad ottenere risultati soddisfacenti.

– NON ACCONTENTARSI: il legno è un materiale vivo, le venature e i nodi si comportano in maniera particolare e solo la pazienza e la sensibilità dell’artigiano può lavorarlo per ottenere un oggetto utile e bello allo stesso tempo. Tale lavoro richiede pazienza e determinazione e la fretta non può essere contemplata. Questa dinamica dell’ imparare a coltivare la pazienza ha una valenza educativa di notevole importanza. Spesso nei meccanismi messi in atto dall’adolescente, si tende a ricorrere a scorciatoie per raggiungere un obiettivo, portando così ha risultati di scarso valore. Acquisendo i pregi della pazienza il ragazzo potrà così dedicare il giusto tempo e la giusta sensibilità alle proprie attività e di conseguenza potrà riversare queste qualità anche nella costruzione della propria rete di relazioni, instaurando rapporti veri e profondi.

– LAVORO INDIVIDUALE E LAVORO DI SQUADRA: un oggetto di arredamento è spesso composto da parti distinte, diverse l’una dall’altra, ma con caratteristiche simili affinché l’oggetto finito abbia un aspetto gradevole e al contempo qualità funzionali. Ogni ragazzo lavora individualmente su un pezzo particolare, ma partendo da un unico disegno e utilizzando la stessa tecnica di lavorazione di tutti i componenti del gruppo. L’oggetto che ne risulta è un chiaro esempio lavoro di squadra, frutto della cooperazione dei ragazzi, oltre ad essere un manufatto di qualità.

– SEGUIRE LE INDICAZIONI: la costruzione di un oggetto di falegnameria richiede la lettura approfondita di un disegno che va seguito nei minimi particolari. Tale attività rappresenta uno spunto per comprendere l’importanza delle regole e per lo sviluppo di un’autodisciplina indispensabile per un percorso di vita che porti all’autonomia.

– SENSO DELLA BELLEZZA E SENSIBILITA’: i nostri ragazzi spesso provengono da contesti famigliari e culturali che non danno la possibilità di acquisire un’“educazione all’estetica”, che possa oltrepassare gli stereotipi di rappresentazione di immagini e prestare attenzione e cura all’ aspetto estetico dei manufatti. La lavorazione del legno educa così il giovane allo sviluppo di questi aspetti. Inoltre, la pratica di un mestiere artistico insegna a trasmettere emozioni attraverso il lavoro e a fare proprio l’oggetto al quale ci si sta dedicando.

– RESPONSABILITA’: l’operato di ciascuno è finalizzato alla costruzione di un elemento che è parte di un oggetto finito, per tanto deve armonizzarsi al ritmo di lavoro del gruppo. Il ragazzo ha la responsabilità del componente sul quale lavora, che deve essere finito entro un tempo prestabilito.

– PROGETTUALITA’: lo sviluppo di progetti individuali e/o di squadra abitua il ragazzo ad affrontare i problemi con metodicità, pensando ed elaborando ogni singolo passaggio necessario per raggiungere i propri traguardi.

IDEE E POSSIBILITA’

– Disporre di banchi di lavoro singoli per permettere ai ragazzi di avere uno spazio personalizzato e autonomo che comprende tavolo da lavoro, armadietto e attrezzatura indispensabile varia. Questa soluzione permetterebbe ai giovani apprendisti di lavorare su progetti individuali mirati, evitando interferenze e distrazioni e all’operatore di seguire con maggiore attenzione il singolo ragazzo.

– Costruire oggetti domestici (giocattoli, arredo da giardino, taglieri, scacchiere, soprammobili, ecc..), integrando il lavoro di falegnameria con l’attività artistica degli altri laboratori di Atelier, dunque con l’utilizzo di materiali di riciclo, fotografie, ecc.. .

– Partecipazione a mostre, eventi culturali, mercatini, nei quali i ragazzi stessi, accompagnati dagli educatori, potranno esporre e vendere i loro manufatti.

– Costruzione e sponsorizzazione di casette in legno ricavate dagli scarti di falegnameria, destinate per esempio a depositi di attrezzi da giardinaggio.

– Acquisto di una stufa a legna da alimentare con scarti di falegnameria, soluzione a costo zero per il riscaldamento degli ambienti nei quali lavoreranno i minori.

– Costruzione di letti e di elementi di arredo essenziali, destinati all’Asilo Notturno.

Lista degli oggetti utilizzati

  • BINDELLA
  • AVVITATORE
  • TRAPANO A FILO
  • SMERIGLIATRICE ANGOLARE
  • LEVIGATRICE ORBITALE
  • SEGHETTO ALTERNATIVO
  • COMPRESSORE
  • SALDATRICE
  • TRAPANO
  • FERRAMENTA VARIA
  • ACCESSORI DI PROTEZIONE
  • BANCONI, DEDIE, SGABELLI, CAVALLETTI
  • COLORI AD ACQUA
  • VERNICI
  • PENNELLI
  • CRETA
  • RECIPIENTI DI VARIE DIMENSIONI
  • MATERIALE ELETTRICO
  • SCARTI DI LAVORAZIONE DEL LEGNO
  • LEGNAME
  • MATERIALI DI RICICLO DI OGNI GENERE

Quello che devi sapere

Negozio: Roncadelle
Tempo di realizzazione: UNA VOLTA ALLESTITO LO SPAZIO ATELIER, ATTREZZATO CON GLI STRUMENTI UTILI ALLE ATTIVITA’ PROPOSTE, IL PROGETTO SARA’ ATTIVO GIORNALMENTE, SENZA LA PREVISIONE DI UN TERMINE.
Persone: 15-30

SAN RICCARDO PAMPURI – III-EUCARISTICAMENTE PIO – Luca Beato O.H.

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III – EUCARISTICAMENTE PIO

Noi siamo abituati ad andare in Chiesa, vedere il presbiterio senza balaustre, l’altare come una mensa, il prete rivolto al popolo che guarda in faccia la gente e parla in italiano, la gente che canta diverse volte durante la Messa, viene coinvolta nelle Letture, nella Preghiera dei fedeli, porta le offerte all’altare e poi va processionalmente a fare la S. Comunione. Si sta normalmente in piedi, ci si siede durante le Letture e l’omelia e ci si inginocchia solo al momento della consacrazione.

Ma non è sempre stato così. C’è voluto il Concilio Vaticano II (1961-1964) per fare la Riforma Liturgica. Prima si parlava in latino, la balaustra segnava la separazione tra i fedeli e il sacerdote, il quale voltava le spalle alla gente e faceva come da ponte tra la gente e Dio, recitando le preghiere prescritte in latino che solo pochi capivano. Il popolo, in gran parte analfabeta, durante la celebrazione della S. Messa pregava per conto suo in ginocchio, oppure ripiegava sulla recitazione comunitaria del Santo Rosario, anch’esso in latino. Anch’io ho visto questa procedura quand’ero ragazzo al mio paese e quand’ero giovane religioso a San Colombano al Lambro (Milano). Qui c’era un religioso, diventato quasi una istituzione, Fra Raffaele Poggi, che diceva il rosario in latino, ma un po’ in fretta per stare dentro il tempo, per cui finiva col dire : “Ave Maria, sti è, sti è, sti Jesu” a cui i malati mentali rispondevano:“Santa Maria, sti è , sti è, sti Amen”. Questa era la situazione al tempo di san Riccardo Pampuri. Ma egli era un privilegiato perché aveva studiato e quindi conosceva il latino. E poi si era procurato il messalino per cui poteva seguire il celebrante in tutta la celebrazione stando in silenzio e in ginocchio, come facevamo noi religiosi.

A monte della riforma liturgica ci sta un nuova impostazione teologica della S.Messa e della S.Comunione. Qui è necessario fare un po’di storia. San Paolo celebrava l’Eucaristia nel contesto di un cena di solidarietà dei ricchi verso i poveri. Ma l’Eucaristia non veniva conservata. Poi si è pensato di portarla anche ai malati e di conservarla anche a casa loro. La complicazione è avvenuta dopo il 1000 con il sorgere di eresie che negavano la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Da una parte si sono moltiplicate le iniziative per affermare la presenza reale: l’uso delle torce in chiesa durante la consacrazione, adorazioni eucaristiche, processioni. D’altra parte si è sviluppato un senso di indegnità di noi cristiani nei confronti dell’Eucaristia, definita “tremendum mysterium, da adorare ma stando a debita distanza. Per conseguenza tanti cristiani andavano a Messa, ma non facevano la Santa Comunione. Ho letto da qualche parte che un prete si gloriava di non avere aperto il tabernacolo per un anno intero! La Teologia preconciliare, che ho studiato all’Università Gregoriana di Roma, distingueva ancora: la S.Messa come Sacrificio e la Santa Comunione come Sacramento, che poteva essere amministrato autonomamente. Tante volte anche noi religiosi, se non potevamo partecipare alla S. Messa, ci si premurava di fare almeno la S.Comunione.

Veramente un secolo prima di San Riccardo era cominciato un movimento spirituale per portare i cristiani alla pratica della Santa comunione da lungo trascurata: la famosa pratica dei primi nove Venerdì del mese. Era sotto inteso che se un cristiano, invece di fare la comunione solo a Pasqua, la faceva una volta al mese per nove mesi di seguito, forse poi gli rimaneva la voglia di continuare a comunicarsi di frequente.

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San Riccardo si comporta fin da piccolo come un buon cristiano praticante. Quando a nove anni fa la Prima Comunione, vi giunge così bene preparato, che prende l’abitudine di confessarsi ogni giovedì e di comunicarsi ogni Domenica.

Quando poi frequentava l’Università di Pavia per prendere la Laurea in medicina e chirurgia, era capace di stare a digiuno dalla Mezzanotte fino alle 11.00 del mattino per fare la Santa comunione nella Chiesa di S.Maria Canepanova. I Frati francescani che lo conoscevano qualche volta si impietosivano di lui e gli offrivano qualcosa da mangiare.

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Chiesa di S.Maria Canepanova

San Riccardo Pampuri - di Franco Ferlenga 3

San Riccardo Pampuri – di Franco Ferlenga 3

Divenuto medico condotto a Morimondo ha preso abitazione con la sorella Margherita vicino all’antica abbazia. Così trovava comodo l’accesso alla Chiesa per la S.Messa quotidiana al mattino e per la visita al SS.Sacramento verso sera dopo aver finito l’impegno professionale delle visite ai malati. La visita si prolungava parecchio e spesso la sorella doveva andare a chiamarlo per la cena.

Con il Concilio Vaticano II la Teologia ha messo in rilievo il legame stretto tra S.Messa e S.Comunione, affermando che la S.Messa è il Sacramento del Sacrificio di Cristo, come è stata l’ultima cena di Gesù con il mandato: “Fate questo in memoria di me”. La Liturgia ha recepito il messaggio dell’esegesi più recente che l’istituzione dell’Eucaristia è avvenuto in un clima conviviale (celebrazione della Pasqua ebraica e cena di addio) per cui anche la celebrazione della S.Messa deve conservare l’idea della partecipazione a un pranzo, anzi a un pranzo di nozze, le nozze tra Cristo e la Chiesa sua Sposa.

L’Eucaristia è dunque un banchetto al quale siamo invitati dal Signore, il quale ci spezza personalmente il pane della parola, il pane eucaristico e il pane della carità.

1) Gesù spezza il pane dalla parola (per farci crescere nella fede viva).

La Liturgia della parola, molto valorizzata nella riforma liturgica, è importantissima. Non di solo pane vive l’uomo. La parola di Dio che alimenta la nostra fede è più importante anche del pane quotidiano. Per la nostra salvezza è indispensabile riconoscere Gesù Cristo come il pane vivo disceso dal cielo per nutrire la nostra vita nel tempo e per l’eternità (Discorso eucaristico del Vangelo di Giovanni, cap. 6). Ma non si può riconoscere il Cristo risorto, quando spezza il pane, se prima non si capisce in base alle Scritture il Cristo che soffre la passione e la morte di croce (Cfr. Discepoli di Emmaus, Lc 24, 25 ss).

2) Gesù spezza il pane eucaristico (comunione con Cristo e con i fratelli).

E’ propriamente la comunione sacramentale, che tutti i partecipanti alla Santa Messa sono invitati a fare. Chi partecipa alla Santa Messa e non fa la Comunione è come un invitato a pranzo che non mangia. Tutti si preoccupano di lui, perché, poveretto, deve proprio star male.

La comunione sacramentale non ci mette in comunione soltanto con Cristo, ma anche tra di noi, che siamo il Corpo di Cristo.

Parecchi gesti della liturgia indicano questa realtà:

  • – il simbolismo del pane ricavato dalla macinatura di molti grani e del vino ricavato dalla pigiatura di molti acini.
  • – L’invocazione del canone: “…per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo Corpo”.
  • – Il gesto di pace prima della Santa Comunione.
  • – Il cibarsi del medesimo pane alla stessa mensa.

3) Gesù spezza il pane della carità (o meglio: agàpe = solidarietà)

La comunione ( koinonìa ) porta alla diaconìa, al servizio degli altri, alla condivisione dei nostri beni con chi ne ha di bisogno. E’ chiaro che la colletta (= raccolta di offerte) che si fa all’ offertorio è solo un gesto simbolico. Quello che Gesù vuole da noi è che mettiamo a servizio del prossimo non solo i nostri beni economici, ma tutta la nostra persona, i talenti, i carismi che abbiamo ricevuto (1 Cor.12-14). A imitazione di Gesù, la cui vita è stata definita dal Papa Beato Paolo VI una pro-esistenza, un’esistenza a favore degli uomini.

L’atteggiamento di fondo del cristiano è quello del servizio reciproco, simboleggiato dalla lavanda dei piedi che Gesù ha fatto agli apostoli. La Chiesa vera, autentica, evangelica, voluta da Gesù non è quella del potere economico, politico, religioso: (queste sono le tentazioni che Gesù ha vinto e che anche noi dobbiamo respingere); non è quella del trionfalismo, ma quella dell’umiltà e del servizio; è la Chiesa del grembiule.

Si capisce a questo punto perché il Concilio ha parlato dell’Eucaristia come culmine e fonte della vita cristiana. Chi vive bene la sua vita cristiana con fede viva, speranza certa e carità operosa ha tutti i presupposti per celebrare bene l’Eucaristia, la veste adatta per partecipare al banchetto (Mt 22,11), la carta d’identità per essere riconosciuto davanti al Padre e collocato tra gli eletti (Mt 25,31 ss) e così partecipare alle nozze eterne del Cristo glorioso con la Chiesa sua sposa.

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Trivolzio – Particolare chiesa parrocchiale

Chi celebra bene l’Eucaristia (leiturghìa) cresce progressivamente nella fede e sotto l’influsso dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore, lavora per creare la comunione fraterna ( koinonìa ) e impegna la sua vita nel servizio verso il prossimo (diakonìa): compie gesti di solidarietà, lavora per la giustizia e per la pace al fine di costruire un mondo nuovo, più giusto, più umano e più solidale.

Tutti i fedeli, uniti al Presidente dell’Eucaristia, devono fare proprie le parole di Cristo e condividerne l’atteggiamento interiore. Per cui quando il Sacerdote dice: “Questo è il mio corpo offerto in sacrifico per voi”, devono esprimere l’intenzione: “Questa è la mia vita messa a sevizio dei fratelli”. E quando dice: “Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti…” devono intendere: “Questa è la mia vita, che sono disposto a sacrificare per il bene dei fratelli”.

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San Riccardo Pampuri, pur vivendo l’Eucaristia secondo la vecchia Liturgia aveva recepito l’insegnamento di Gesù datoci nell’ultima cena con l’istituzione dell’Eucaristia e con la lavanda dei piedi agli apostoli. E conosceva pure l’insegnamento di San Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “Questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “Voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”… A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame?…”.

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San Riccardo Pampuri – di Franco Ferlenga 1

Dall’Eucaristia San Riccardo traeva la forza della sua premurosa carità verso i malati, per cui non pensava solo a fare delle belle diagnosi, ma ai poveri dava i soldi per procurarsi le medicine e sovente faceva arrivare da qualche parte anche il pollo per la ricostituzione fisica. Nei malati, poveri e affamati, vedeva Cristo da soccorrere, da curare e da consolare. Tutto questo faceva con spontaneità e con gioia, come esigenza profonda del suo essere cristiano.

Luca Beato, O.H.

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SAN RICCARDO PAMPURI – II – ANGELICAMENTE PURO – Luca Beato O.H.

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ANGELICAMENTE PURO

San Riccardo Pampuri è stato definito angelicamente puro. Come va intesa questa affermazione? E’ possibile a un essere umano vivere come un angelo? E poi certe usanze del passato a noi sembrano inconcepibili o racconti esagerati o addirittura cose da psicopatici. Ma certamente ogni cosa va vista e giudicata nel suo tempo.

Noi ora siamo abituati a vedere donne in minigonna, ragazze in spiaggia con il topless, films con scene di nudo completo e di sesso esplicito. Adesso siamo spesso alle esagerazioni di sesso esibito. Ma non è sempre stato così. Dobbiamo pensare che al tempo di San Riccardo le donne portavano le gonne lunghe fino alle caviglie e le maniche arrivavano ai polsi come al tempo di Dante Alighieri, quando gli innamorati si beavano se potevano vedere la caviglia della donna amata. Le donne cattoliche al posto del reggiseno dovevano portare una fascia che comprimesse un po’ le mammelle per sminuirne il rilievo dal busto. Ad esse era proibito andare in bicicletta perché mostravano le gambe e quindi davano scandalo. Mia zia Emilia per questo motivo è sempre andata a piedi tutta la vita, macinando chilometri e chilometri. Non parliamo poi delle giostre: se nei paesi qualche ragazza ardiva salire sulle barchette, il prete in Chiesa la disonorava di fronte a tutti i fedeli. Quelle poi che si presentavano alla balaustra per fare la S.Comunione con il rossetto sulle labbra venivano sistematicamente saltate.

San Riccardo, come tanti di noi di una certa età, ha frequentato le scuole separate; quelle miste sono state introdotte dopo. Non parliamo solo del Collegio vescovile S.Agostino, ma anche del Liceo pubblico di Pavia. In Chiesa oltre la separazione, gli uomini dovevano stare davanti per non distrarsi alla vista delle donne e tra uomini e donne c’era un banco con lo schienale più alto che nascondeva le persone antistanti. Il grande moralista del cambiamento Bernard Haering riferisce, con senso critico, che le donne in Chiesa non potevano salire sul presbiterio e se poi si avvicinavano all’altare maggiore oltre il limite di tre metri commettevano peccato mortale.

I Preti in confessione, seguendo le direttive di Sant’Alfonso de Liguori, dovevano fare domande ai penitenti sul sesso, specialmente ai maschi, per il problema della masturbazione, ritenuto un peccato mortale. Qui devo tirare in ballo ancora Bernard Haering. Perché la masturbazione era considerata un peccato grave? Tante volte anch’io, come prete, me lo sono chiesto, ma non trovavo la risposta nei libri di morale, se non il fatto che lo diceva S.Tommaso d’Aquino. Ma perché S. Tommaso sosteneva questa gravità? Finalmente in un libretto di Bernard Haering ho trovato la risposta. I moralisti dei tempi passati, con il grado di conoscenza che avevano, consideravano lo sperma, che viene emesso dall’uomo in una eiaculazione, in modo globale, unitario, come un seme che deve essere deposto nel posto giusto: la vagina della donna. Se il seme, considerato come un homusculus=piccolo uomo, veniva sparso altrove, era come fare un aborto. Di qui l’idea che fosse un peccato mortale.

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Ma con la recente conoscenza della sessualità maschile e femminile le cose sono cambiate. Ogni eiaculazione maschile comporta l’emissione di 8/10 milioni di spermatozoi. Nel caso più fortunato della emissione di sperma nella vagina, comincia la corsa degli spermatozoi verso l’ovulo da fecondare e solo uno su tanti milioni riesce talvolta nel suo intento. Per giunta, si è anche scoperto che la donna non è passiva, solo atta a ricevere il seme nella sua vagina, perché produce gli ovuli, uno ogni 28 giorni, dal momento della pubertà fino alla menopausa. E la fecondazione può avvenire solo nell’incontro tra spermatozoo ed ovulo maturo a metà del ciclo mestruale. Tutto ciò fa dire agli esperti che la natura è per se stessa una sprecona. Come si fa ad affermare ancora oggi che un po’ di sperma sprecato è un peccato mortale? Anche qui vale il principio che la verità fa l’uomo libero.

Nel 1963 nel corso degli Esercizi spirituali tenuto dai Padri di Rho in preparazione all’Ordinazione sacerdotale dei futuri sacerdoti della Diocesi di Milano, tra i quali mi trovavo anch’io, il predicatore tuonava: “Guai a voi, se date l’assoluzione ai fidanzati che fanno l’amore prima del matrimonio”.

I coniugi cattolici venivano educati ad avere rapporti sessuali solo quando volevano mettere al mondo un figlio. Per cui quando è stato messo a punto il metodo di Ogino-Knaus che indicava i giorni fecondi della donna, i preti parlavano in senso dispregiativo di moralina perché si prospettava loro la possibilità di avere rapporti sessuali a volontà senza correre rischio di maternità imprevista.

San Riccardo Pampuri al Collegio Sant’Agostino avrà ascoltato le prediche che ho dovuto sorbire anch’io quarant’anni dopo (1953/54) al Collegio San Carlo di Milano, con le raccomandazioni a noi adolescenti di tenere le mani a posto quando si andava a dormire. A questo proposito ho sentito un’ illuminante affermazione da parte di uno psicologo nel 1968 a Milano: “ Il problema della masturbazione verrà risolto quando i giovani andando a letto potranno staccare il sesso e posarlo sull’attaccapanni”.

SANTA MARIA INCORONATA DI CANEPANOVA (PV) 1

Più tardi durante il Liceo, frequentando i Francescani della chiesa di Santa Maria di Canepanova a Pavia, San Riccardo avrà sentito l’esaltazione della vita religiosa in contrapposizione alla vita di peccato (e non alla vita matrimoniale, come sarebbe più giusto), cosa che ho visto fare in una Rivista dei Gesuiti, mi pare Studi cattolici, anche dopo il Concilio Vaticano II.

In questo ambiente generale così misogino e quasi ossessionato per la purezza, definita la bella virtù, è quasi sorprendente il fatto che durante gli studi universitari San Riccardo sia andato ad alloggiare in casa di donne, le sorelle Moro, sia pure dopo la guerra. Ma anche il suo ingresso nel Terzo Ordine francescano e la sua professione religiosa appartengono a questo periodo (1921/22), dopo l’esperienza della vita militare, che sicuramente ha segnato per lui una maturazione umana importante per la scelta di vita.

Dato che parliamo di Liceo e di Università, è giusto affrontare anche la questione dei libri di testo. Al processo di beatificazione qualcuno ha testimoniato che i libri di San Riccardo, nella parte riguardante la ginecologia, avevano le pagine pinzate. L’Avvocato del diavolo, allora, voleva arrestare il procedimento, perché riteneva il soggetto “psicopatico”. Nel supplemento di indagini, ho avuto la bella sorte di condurre personalmente in automobile il Postulatore, Padre Gabriele Russotto a Rapallo a parlare con un medico, compagno di studi di San Riccardo. Egli ci disse molto serenamente che i libri di medicina di San Riccardo li prendeva sempre lui l’anno successivo, ma non aveva mai notato niente di particolare.

Parlando poi con un compagno di Noviziato di San Riccardo, Fra Cesare Gnocchi, ho trovato la spiegazione del fatto. Le pagine pinzate dovevano essere quelle del testo accessibile ai Novizi e/o ai Giovani professi nelle lezioni di carattere infermieristico tenute da San Riccardo. Ma questo per disposizione del Maestro allo scopo di non scandalizzare i giovani religiosi. Negli ambienti religiosi questa era un’usanza che i responsabili dell’educazione erano tenuti ad osservare. L’ho sperimentata anch’io nel seminario di Lodi (1957/59). Il Vicerettore Don Bruno Vignati, futuro Parroco di San Colombano al Lambro (Milano), ha revisionato tutti i libri di arte del Liceo. Ricordo che avevamo i tre volumi di Mary Pittaluga molto ricchi di riproduzioni artistiche. All’esame di Maturità presso il Liceo statale Pietro Verri di Lodi (1959) quando mi è stato chiesto di mostrare i libri di Arte sui quali avevo studiato, sono diventato rosso come un peperone, mentre la Professoressa guardava esterrefatta le opere d’arte piene di bianchi pezzetti geometrici di carta, incollati sopra a coprirne le nudità.

Il fatto più importante che mostra la maturità umana di San Riccardo in modo inequivocabile è la scelta della specializzazione dopo la laurea in Medicina e Chirurgia. Il neo medico condotto, dovendo accorrere quando veniva chiamato dall’ostetrica nei parti difficili, che allora avvenivano sistematicamente a domicilio, ha sentito l’esigenza di prendere la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia e per fare questo è andato a scuola dal grande luminare milanese del suo tempo Prof. Luigi Mangiagalli, che poi ha dato il nome alla Clinica Mangiagalli, oggi famosa in tutto il mondo.

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Il dottorino Pampuri era considerato nel suo ambiente un “buon partito” e perciò ha ricevuto diverse proposte di matrimonio. Ma egli era un consacrato come terziario francescano e quindi non ne ha preso alcuna in considerazione. Quello che interessa notare è il fatto che nel caso specifico egli ringraziava dell’attenzione mostrata alla sua persona esprimendo stima verso il matrimonio cristiano, anche se poi dichiarava che non era interessato alla proposta. Egli coltivava invece l’idea di farsi religioso.

Anche nella difesa contro i pericoli si mostrava abile, ma senza fanatismi. Di fronte ad una sua paziente che lo chiamava con frequenza, senza un vero motivo sanitario, decide di mandarle un suo collega.

Entrando nella vita religiosa San Riccardo ha trovato un ambiente piuttosto rigido. Tutti gli Istituti religiosi maschili praticavano la separazione completa dalla donne mediante la CLAUSURA, cioè la destinazione di luoghi ad uso solo dei frati. Anche negli ospedali c’era la separazione dei reparti e i religiosi curavano solo gli uomini. Per le donne c’erano le Suore, che a loro volta facevano vita separata dagli uomini, frati compresi. Frati e Suore si trovavano insieme solo nella Chiesa, gli uni da una parte e le altre da un’altra. Tutto un sistema di protezioni per l’osservanza della castità consacrata, togliendo di mezzo le occasioni prossime di peccato.

E le penitenze e la “disciplina”(=flagellazione) a che cosa miravano? Nel monachesimo c’era l’ossessione della “polluzione notturna”. Noi sappiamo che ad un uomo normale, se non ha rapporti sessuali, ogni tanto gli avviene una emissione spontanea di sperma nel sonno, magari insieme a sogni erotici. Ma un monaco, quando gli capitava, si sentiva colpevole almeno in causa: assunzione di cibo, bevanda, o qualche discorso, ecc. Ho fatto a tempo anch’io a subire certe prediche su cibi e bevande da un frate cappuccino in un corso di esercizi spirituali a Pontedilegno.

I digiuni e le astinenze dovevano diminuire le forze dell’organismo in modo da ridurre, se non eliminare del tutto, la produzione di sperma.

Non c’è da meravigliarsi se San Riccardo entrando in Convento abbia adottato tante cose che facevano parte della vita religiosa in voga allora, anche se con l’esperienza precedente di medico condotto aveva acquisito una mentalità più aperta di tanti suoi confratelli, compresi i suoi Superiori. In questo contesto si può capire l’obbiezione fatta di fronte all’incarico di dirigere il gabinetto dentistico: “Come? Sbandierate tanto che la vita religiosa mette al riparo dal pericolo delle donne e poi in concreto mi rituffate in mezzo ad esse!” Ma penso che la vera ragione fosse il timore della stanchezza dello stare sempre in piedi nelle sue condizioni precarie di salute. E’ di questo periodo anche la raccomandazione a un suo amico di dire alla sua figliola di non accorciare troppo la gonna.

Col tempo tante cose sono state abbandonate. Della “disciplina” ho solo sentito parlare come di cosa del passato. Poi sono venute le leggi statali a imporre la vita promiscua di maschi e femmine a partire dalla scuola di ogni ordine e grado e poi anche negli ospedali. E la Chiesa ufficiale un po’ alla volta si è adeguata. Su base dottrinale il vero cambiamento è avvenuto con il Concilio Vaticano II. Si pensi all’affermazione della doppia finalità del Matrimonio: procreazione ed espressione anche sessuale dell’amore. Si pensi all’affermazione della pari dignità della vocazione matrimoniale e religiosa, per cui anche nel matrimonio si può raggiungere la santità eroica degna degli onori degli altari. Si pensi all’affermazione che riguardo ai problemi di vita affettiva si deve tener conto degli apporti delle scienze che studiano l’uomo: antropologia, medicina, psicologia, psichiatria e pedagogia. Si pensi all’introduzione della pedagogia propositiva al posto di quella protettiva e punitiva. Dobbiamo quindi imparare a vivere insieme uomini e donne nel rispetto reciproco, tenendo presente che la virtù principale del cristiano non è la castità o purezza ma la carità. Bisogna quindi educare i giovani all’amore.

San Riccardo nella cultura della sua epoca è diventato santo e noi negli usi e costumi del nostro tempo ci stiamo provando. Speriamo di farcela anche noi.

Luca Beato, O.H.

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SAN RICCARDO PAMPURI – I – NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO – Luca Beato O.H.

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SAN RICCARDO PAMPURI

( 1897 – 1930 )

A soave ricordo di Fra Riccardo dott. Pampuri, medico chirurgo dei Fatebenefratelli, nel secolo e nel chiostro angelicamente puro, eucaristicamente pio, apostolicamente operoso”. Questa era l’epigrafe scritta sulla lapide della tomba di San Riccardo Pampuri nel cimitero di Trivolzio (PV). Prenderò spunto da questa scritta che esprime in sintesi la santità di San Riccardo, per tracciare un breve profilo della sua vita, ricordandolo nel 25° anniversario della sua canonizzazione.

Casa Natale di San Riccardo Pampuri

Casa Natale di San Riccardo Pampuri

I – NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO

Linearità e progressività del suo cammino spirituale

La vita di S.Riccardo Pampuri si svolge con straordinaria linearità, con graduale sviluppo delle virtù cristiane, per cui la scelta della vita religiosa a tre anni dalla sua morte si può considerare come una naturale conseguenza di quanto aveva costruito in antecedenza nella sua esistenza di buon laico cristiano.

Ermino Filippo nasce a Trivolzio il 2 Agosto 1897, decimo di 11 figli. A tre anni resta orfano della mamma che muore di tubercolosi. Ma dalla disgrazia nasce una grazia: viene accolto a Torrino, a tre chilometri da Trivolzio, dagli zii materni Carlo e Maria Campari, che lo allevano come un figlio. Questa è la sua vera famiglia, per le cui premure umane e cristiane Erminio cresce come Gesù in sapienza età e grazia presso Dio e presso gli uomini. In particolare è lo zio Carlo, in quanto medico, che ha un’importanza fondamentale nella sua formazione, senza naturalmente togliere merito alla zia Maria e alla domestica Carolina.

A sette anni riceve la Cresima e due anni dopo fa la Prima Comunione, alla quale giunge molto preparato, tanto che prende l’abitudine di confessarsi ogni giovedì e di comunicarsi ogni Domenica.

Per la Scuola elementare deve affrontare qualche difficoltà: i primi tre anni a Trovo distante un chilometro e gli altri due a Casorate Primo a ben quattro chilometri di distanza. Frequenta la scuola con fedeltà ed impegno notevoli.

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Studi del ginnasio e del liceo

Nel 1908 comincia a frequentare il ginnasio Manzoni a Milano avendo come base l’abitazione del fratello maggiore Ferdinando. L’esperienza di Milano risulta negativa: il ragazzo, solo in casa per gran parte del giorno, soffre di malinconia e non rende bene a scuola. Allora gli zii l’anno successivo lo collocano nel Collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia, dove rimane per sei anni, fino al 1915. Per quattro anni frequenta il Ginnasio interno al collegio; nei due anni successivi frequenta il liceo Ugo Foscolo di Pavia. Fu esentato dalla Terza Liceo per gli eventi bellici.

San Riccardo si trova perfettamente a suo agio nel Collegio. Per il profitto e la condotta San Riccardo riceve in questi anni diversi attestati di lode. Intreccia alcune amicizie importanti che conserverà per tutta la vita, in particolare con il suo compagno di scuola Benedetto Secondi, successivamente compagno anche di Università. Consolida le basi della sua formazione spirituale usufruendo dei mezzi che il Collegio mette a sua disposizione: preghiera, Sacramenti della Confessione e della Comunione. Egli poi conserverà sempre un buon ricordo dei Superiori avuti in Collegio e in modo particolare di Don Mario Bocchiola, che ha avuto un ruolo speciale nella sua formazione spirituale.

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Studi universitari (1915-21)

Nel 1915 San Riccardo si iscrive all’Università di Pavia nella Facoltà di Medicina. E’ evidente in questa scelta l’influsso dello zio medico. Nel 1921 consegue la Laurea in Medicina e Chirurgia a pieni voti. A metà strada (1917-20) c’è l’interruzione per la chiamata alle armi della Grande guerra.

Non alloggia più in Collegio ma presso famiglie private, prima la famiglia De Amici e, dopo la guerra, la famiglia delle sorelle Moro. In questo periodo dà prova di essere un cristiano convinto che vive in modo pieno e autentico la fede. Porta avanti gli studi con impegno e fedeltà, ma anche con fatica, costretto dalla guerra a interromperli dal 1917 al ’19. La sua condotta morale è a dir poco irreprensibile. Intensifica la sua vita spirituale usufruendo largamente dei mezzi di grazia, ai quali si era abituato nel Collegio Sant’Agostino: S. Messa, Confessione e Comunione. In particolare per la S. Comunione era capace di restare digiuno dalla mezzanotte fin oltre le 11.00 del mattino, perché allora al termine delle lezioni poteva andare nella Chiesa di S. Maria Canepanova gestita dai Padri Francescani a comunicarsi.

Ma il dono della fede, “così bella e così santa”, esige poi la testimonianza della vita per diventare feconda di opere. Il nostro santo si inserisce molto bene nella vita ecclesiale di Pavia, che fra gli studenti universitari ha dato vita al Circolo “Severino Boezio” per contrastare l’imperversare dell’anticlericalismo. Di questo Circolo egli diventa presto un membro appassionato, facendosi notare tra gli studenti per le sue doti intellettuali e per la sua vita intemerata, acquistando anche la stima dei capi responsabili per la sua capacità di portare ad esso tanti nuovi soci. In questo periodo lo troviamo anche impegnato nell’Associazione caritativa “San Vincenzo de’ Paoli”.

Il contatto frequente, quasi quotidiano, con i Padri Francescani crea nel suo animo una forte ammirazione per la figura di San Francesco. Si iscrive al Terzo Ordine al quale viene ammesso il 10 Marzo 1921. L’anno seguente il 28 Aprile fa la professione con i voti religiosi di povertà, obbedienza e castità, assumendo il nome di Antonio. Ma non bisogna pensare a un giovane tutto casa e chiesa. Egli infatti partecipa attivamente alla vita del suo tempo. Non si tira indietro nelle discussioni tra scienza e fede e tiene testa validamente all’anticlericalismo imperante del suo tempo. E quando nella lotta tra fazioni opposte di studenti c’è scappato il morto, ha avuto il coraggio di andare a chiudergli gli occhi e dire una preghiera sfidando il tiro dei cecchini ben appostati.

Ama la lettura di buoni libri cattolici e quotidianamente attinge all’ Osservatore romano, di cui apprezza gli articoli sui problemi politici e sociali per “la bellezza della forma e l’acutezza di osservazione” e settimanalmente a La civiltà cattolica, di cui chiosa spesso gli articoli più significativi di carattere sociale.

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Servizio militare (1917-1920)

San Riccardo, fin quando l’Italia non era entrata i guerra era per il non intervento, come la Chiesa pavese, secondo gli appelli del Papa Benedetto XV. Ma poi il 1° Aprile 1917 da buon cittadino inizia il servizio militare. Dopo tre mesi passati a Milano presso un ospedale militare, viene assegnato all’86a sezione di sanità e mandato in zona di guerra. Nell’ambiente militare è molto stimato e benvoluto. Dimostra grande premura verso i soldati infermi e quando si presenta l’occasione non manca di offrire consigli e sostegni morali.

Mentre per tanti giovani la vita militare provoca uno sbandamento morale con l’abbandono della pratica religiosa, per Fra Riccardo è stato un periodo di grande testimonianza di vita cristiana. Basti pensare che nel 1950/51 ero con i fratini del Collegio di Brescia in vacanza a Malonno nella Canonica adiacente alla grande chiesa costruita in alto sopra il paese e il vecchio parroco ci raccontava che al paese c’erano diverse donne che si ricordavano del soldato Pampuri, “perché lo vedevano spesso in chiesa e perché faceva tanta carità”. Nel campo militare di Malonno prestò servizio soltanto pochi mesi nell’estate del 1918.

In occasione della rotta di Caporetto ( 24 Ottobre – 9 Novembre 1917), invece di fuggire come tutti gli altri, si preoccupò di salvare il materiale sanitario a sua portata di mano. Caricò tutto su un carretto, vi attaccò un mucca e viaggiò sotto la pioggia battente per 24 ore fino a raggiungere la sua Compagnia in fuga a Latisana. Per questo atto eroico si prese una Medaglia di bronzo, ma si beccò anche la pleurite, che venne a minare la sua salute già cagionevole. Per questo motivo dopo il congedo gli venne assegnata una piccola pensione alla quale però egli rinunciò al ricevimento del primo stipendio di medico condotto.

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Professione medica (1922-1927)

La guerra è finita il 4 Novembre 1918, ma per il congedo passò ancora molto tempo. San Riccardo ricevette tante licenze di studio così da poter completare i corsi universitari. Fu mandato in servizio in diversi posti: Malonno (BS), Cadenabbia (CO) e infine, come aspirante medico all’ospedale militare di Milano. Il congedo arrivò nel mese di giugno 1920 col grado di sottotenente medico di complemento. Dopo un breve tirocinio a Torrino nello studio dello zio Carlo, accetta una supplenza nel comune di Vernate e fa il concorso per passare da titolare, ma gli viene assegnata la condotta di Morimondo, un paese lontano 15 chilometri, molto esteso e con brutte strade. Accetta senza recriminazioni, inizia il suo servizio nel mese di gennaio 1922 prendendo casa presso la vecchia abbazia con la sorella Margherita, vi si ambienta subito e vi rimane fino al mese di giugno 1927. Dovendo spesso intervenire chiamato dall’ostetrica per i parti difficili, frequenta un corso di perfezionamento nell’Istituto Ostetrico Ginecologico di Milano diretto dal Prof. Luigi Mangiagalli.

Limita per quanto possibile gli impegni che comportano l’allontanarsi dalla condotta e rinuncia in certi casi a chiedere la licenza per qualche giorno di riposo provocando anche le rimostranze degli zii di Torrino. Un caso increscioso di un’ammalata, convalescente da epidemia di tifo e giudicata quasi guarita, aggravatasi inaspettatamente e morta senza soccorso medico, anche se non ha avuto conseguenze giuridiche e penali nei suoi confronti, gli ha causato un forte rimorso di coscienza con conseguente rinnovato impegno di stare il più possibile vicino ai suoi malati.

Con i malati poveri, dopo la prescrizione delle medicine, dava loro anche i soldi per comprarsele e se avevano bisogno di ricostituirsi faceva loro arrivare anche il pollo per la dieta. Qualche volta è stato anche imbrogliato, ma questo è un rischio che corre chiunque fa l’elemosina. Talvolta ha scambiato la giacca o le scarpe con uno più povero di lui. Anche il materasso una volta è sparito di casa.

Pur nella assiduità all’assistenza dei malati, un malato grave l’ha visitato otto volte in una giornata, trovava il tempo per la Santa Messa e la Comunione quotidiana, la visita pomeridiana molto prolungata al SS. Sacramento e un’ora di lettura di aggiornamento medico scientifico.

Dopo i malati, quello che l’assorbiva di più era la vita parrocchiale con le sue molteplici iniziative. Era infatti il braccio destro del Parroco Don Cesare Alesina.

San Riccardo Pampuri

San Riccardo Pampuri

Religioso ospedaliero (1927-1930)

Essendo medico era naturale — si potrebbe pensare — che si facesse religioso nell’Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio. Invece prima bussò dai Francescani e dai Gesuiti, ma per la sua malferma salute fu respinto. Ma anche per entrare nei Fatebenefratelli gli fu necessaria una raccomandazione. Fu Don Riccardo Beretta, suo direttore spirituale, conosciuto a Milano presso il Segretariato dell’Unione missionaria del Clero, dove portava le offerte della Parrocchia per le Missioni, a raccomandarlo al Padre Zaccaria Castelletti, Provinciale della Provincia Lombardo-veneta dei Fatebenefratelli, del quale era amico. Così il 22 Giugno 1927 viene accolto tra Fatebenefratelli nel Convento-ospedale S.Giuseppe di Milano. Poco dopo viene trasferito a Brescia S.Orsola dove entra nel Noviziato il 21 Ottobre prendendo il nome di Riccardo in omaggio al suo direttore spirituale e fa la Professione temporanea il 24 Ottobre dell’anno dopo. Durante il noviziato San Riccardo era sempre puntuale e zelante negli esercizi di pietà, generoso e fedele negli impegni di lavoro, attento a partecipe agli istruzioni del maestro dei novizi.

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Gli viene affidata la direzione dell’ambulatorio dentistico per i poveri. E qui bisogna dire che il suo arrivo a Brescia è stato provvidenziale perchè era appena uscita una legge che imponeva la direzione medica ai gabinetti dentistici. Sia pure con qualche timore riguardante la sua scarsa salute, accetta l’incarico e lo svolge con dedizione e competenza così da conquistarsi la stima e l’affetto dei suoi pazienti, come prima aveva fatto a Morimondo.

Con la Professione dei voti religiosi di povertà, castità, obbedienza e ospitalità, egli vede coronato il suo sogno di consacrazione a Dio nella vita religiosa. Gli viene dato anche l’incarico di istruire i giovani religiosi nella tecnica infermieristica ed è ammirevole la passione e l’impegno con i quali adempie questo compito. Nell’Ospedale spesso fa supplenza per la guardia medica, ma col tempo poi lo chiamano per consulti medici e a lui si rivolgono volentieri anche i seminaristi.

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Intanto lo stato di salute si va complicando. Nelle lettere alla sorella e ai parenti si dimostra sempre ottimista per non destare preoccupazioni, ma con lo zio Carlo medico condivide la sua situazione. Dalla gracile costituzione fisica e dalla pleurite di Caporetto, si è arrivati ora alla tubercolosi nel 1929, curata con le medicine disponibili a quei tempi, col riposo a letto e con la convalescenza in luoghi salubri. Egli segue con calma interiore e uniformità alla volontà di Dio l’evolversi della sua malattia e raccomanda di fare così anche a suo nipote Giovanni, che per malattia deve lasciare il Seminario di Pavia. Quando la situazione si aggrava, il 18 Aprile 1930 viene trasferito in autolettiga da Brescia a Milano per essere meglio curato e assistito dai suoi parenti. Qui, all’Ospedale San Giuseppe, resiste al male ancora pochi giorni edificando tutti con la sua serenità. Muore in concetto di santità il 1° Maggio 1930 verso le ore 23.00. Il suo funerale a Trivolzio fu un vero trionfo.

Luca Beato, O.H.

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VI TRASMETTO QUELLO CHE HO RICEVUTO – Luca Beato O.H.

Cristo nella gloria  Correggio Pinacoteca Vaticana

Luca Beato O.H.

Fatebenefratelli | Luglio • Settembre 2014

Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture (1Cor 15,3).

Continua l’osservazione dell’Enciclica Lumen fidei (La luce della fede) di Papa Francesco, nel testo i numeri ci ricollegano all’enciclica.

due-papi_LumenFideiLa Chiesa, madre della nostra fede

«Poiché la fede è ascolto e visione, essa si trasmette anche come parola e come luce. “Anche noi crediamo e perciò parliamo”, ci dice san Paolo (2Cor 4,13). La parola ricevuta si fa risposta, confessione e, in questo modo, risuona per gli altri, invitandoli a credere. Ma la fede è anche una luce che si rispecchia di volto in volto. In particolare la luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce. La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a per Cristo e incomincia a vedere con gli occhi di Lui. A partire da Cristo che è Luce da Luce, Figlio Unigenito del Padre, conosciamo Dio anche noi e possiamo accendere in altri il desiderio di avvicinarsi a Lui.

Anche la connessione fra fede e Decalogo è importante. Nel Vangelo la fede è legata alla conversione, alla vita morale. La fede viva appare come un cammino, una strada da percorrere, aperta dall’incontro con il Dio vivente. Il Decalogo non è un insieme di precetti negativi, come potrebbe sembrare a prima vista» (46). Anche perché noi lo riceviamo attraverso Gesù, il suo precetto di Amore verso Dio e verso il prossimo, il Discorso della Montagna sulle Beatitudini e la migliore giustizia (Mt 5-7) e poi le opere di misericordia (Mt 25,31-46). Attraverso Gesù ecco come vanno rivisti i dieci comandamenti.

1) Non solo non avere altri dei all’infuori di Lui, ma amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, amare il prossimo e addirittura il nemico come se stessi.

2) Non solo non pronunciare invano il nome di Dio, ma neppure giurare su Dio.

3) Non solo santificare la Festa con il riposo, ma in quel giorno fare attivamente il bene.

4) Non solo onorare il padre e la madre per vivere a lungo sulla terra, ma, se necessario per una vita autentica, rispettarli anche nella forma della separazione.

5) Non solo non uccidere, ma evitare pensieri e discorsi dettati dall’ira.

6) Non solo non commettere adulterio, ma rifuggire da intenzioni adultere.

7) Non solo non rubare, ma rinunciare al diritto di restituire un torto subito.

8) Non solo non rendere falsa testimonianza, ma fare in modo che il sì sia con assoluta sincerità un sì e il no un no.

9) Non solo non attentare alla casa e alla roba del prossimo, ma sopportare ogni sopruso.

10) Non solo non attentare alla donna del prossimo, ma astenersi dal divorzio legale.

«La fede confessa così l’amore di Dio, origine e sostegno di tutto, si lascia muovere da questo amore per camminare verso la pienezza della comunione con Dio. Il Decalogo allora appare come il cammino della gratitudine, della risposta del nostro amore all’amore misericordioso di Dio» (46).

L’unità e l’integrità della fede

«Con l’avvento della globalizzazione, il mondo è più propenso ad assumere impegni comuni. Ma è quasi impossibile pensare all’unità nella stessa verità, perché appare come lesiva della libertà e dell’autonomia della persona. Quando però parliamo di fede intendiamo l’esperienza dell’amore di Dio e di Gesù Cristo, che ci porta ad avere una visione comune che arricchisce il nostro sguardo e genera gioia.

  • La fede è “una”, in primo luogo per l’unità del Dio conosciuto e confessato.
  • La fede è “una”, inoltre, perché si rivolge all’unico Signore Gesù Cristo, alla sua vita, alla sua storia concreta che condivide con noi. Non bisogna perciò dividere il Gesù della storia dal Cristo della fede o pensare che ci sia un Cristo per gli ignoranti e uno per gli intellettuali.
  • La fede è “una”, infine, perché è condivisa da tutta la Chiesa, che è un solo corpo e un solo spirito. Confessando la stessa fede poggiamo sulla stessa roccia, siamo trasformati dalla stesso Spirito d’amore, irradiamo un’unica luce e abbiamo un unico sguardo per penetrare la realtà» (47)
  • .«Dato che la fede è una sola, deve essere anche confessata in tutta la sua purezza e integrità. Ogni epoca può trovare punti della fede più facili o difficili da accettare: per questo è importante vigilare perché si trasmetta tutto il deposito della fede (1 Tm 6,20), e così la fede si mostra cattolica, ioè universale, perché la sua luce cresce per illuminare tutto il cosmo e tutta la storia» (48).

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«Questo è il compito del Magistero della Chiesa. Come servizio all’unità della fede e alla sua trasmissione integra, il Signore ha dato alla Chiesa il dono della successione apostolica. Il magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone» (49). È chiaro che questa unità esiste in modo assoluto quando la fede è intesa come fiducia in Dio e affidamento alla sua bontà, misericordia e provvidenza. In una parola la fede che salva, valida sempre, tanto per noi come per gli Ebrei a cominciare dal nostro padre Abramo.

Diverso è il discorso quando si tratta dei contenuti della fede. Qui la fede di noi cristiani è molto diversa e molto più ricca di quella del nostro padre Abramo, perché la rivelazione di Dio è progredita nel tempo attraverso Mosè e i Profeti e ha raggiunto la sua pienezza in Gesù Cristo.La stessa fede cristiana poi ha avuto un sviluppo omogeneo nel tempo. Si tengano presenti tanto per averne un’idea:

  • Il Credo o simboloapostolico (Credo corto)
  • e il Credo Niceno-Costantinopolitano (Credo lungo).

Anche nelle affermazioni contenute nel Credo c’è una graduatoria di importanza. Il Catechismo di San Pio X enumera così le verità principali della fede: Unità e Trinità di Dio, incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la piattaforme comune richiesta da tutte le denominazioni cristiane che vogliono far parte del Consiglio mondiale delle Chiese con sede a Ginevra, che si adopera per l’unità dei cristiani. Per questo motivo ne sono esclusi i testimoni di Geova, perché sono una forma aggiornata di ebraismo. sona (dimensione orizzontale), come una fiamma si accende da un’altra fiamma» (37).

«La trasmissione della fede passa anche attraverso l’asse del tempo di generazione in generazione (dimensione verticale). È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni,conservato vivo in quel soggetto unico che è la Chiesa. La Chiesa è una Madre che ci insegna a parlare il linguaggio della fede. Lo Spirito Santo che è Amore e dimora nella Chiesa, mantiene uniti tra di loro tutti i tempi e ci rende contemporanei di Gesù, diventando così la guida del nostro camminare nella fede» (38).

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«È impossibile credere da soli. La fede non è un’opzione individuale che avviene nell’intimo del credente. Essa avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa. La forma dialogata del Credo, usata nella liturgia battesimale, ce lo ricorda. È possibile rispondere in prima persona, “credo”, solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche “crediamo”. Questa apertura al “noi” ecclesiale avviene secondo l’apertura propria dell’amore di Dio, che non è solo rapporto tra Padre e Figlio, tra “io” e “tu”, ma nello Spirito è anche un “noi”, una comunione di persone. Ecco perché chi crede non è mai solo, e perché la fede tende a diffondersi, ad invitare altri alla sua gioia» (39).

I Sacramenti e la trasmissione della fede

«È attraverso la Tradizione apostolica conservata nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, che noi abbiamo un contatto vivo con la memoria fondante. Per trasmettere un contenuto meramente dottrinale, un’idea, forse basterebbe un libro, o la ripetizione di un messaggio orale. Ma ciò che si comunica nella Chiesa, ciò che si trasmette nella Tradizione vivente, è la luce nuova che nasce dall’incontro con il Dio vivo, una luce che tocca la persona nel suo centro, nel suo cuore, coinvolgendo la sua mente, il suo volere e la sua affettività, aprendola a relazioni vive nella comunione con Dio e con gli altri. Per trasmettere tale pienezza esiste un mezzo speciale, che mette in gioco tutta la persona, corpo e spirito, interiorità e relazioni.

Battesimo cattolico

Questo mezzo sono i Sacramenti, celebrati nella Liturgia della Chiesa» (40).«La trasmissione della fede avviene in primo luogo attraverso il Battesimo. In esso “siamo sepolti insieme a Cristo nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).

Nel Battesimo diventiamo nuove creature e figli adottivi di Dio. L’uomo riceve anche una dottrina da pro-fessare e una forma concreta di vita che richiede il coinvolgimento di tutta la persona e lo incammina verso il bene. Come nessuno nasce da solo all’esistenza, così nessuno battezza se stesso: la fede non è opera dell’individuo isolato, ma deve essere ricevuta entrando nella comunione ecclesiale che trasmette il dono di Dio» (41).

«I genitori sono chiamati non solo a generare i figli alla vita, ma a portarli a Dio affinché, attraverso il Battesimo, siano rigenerati come figli di Dio, ricevano il dono della fede. Così, insieme alla vita, viene dato loro l’orientamento fondamentale dell’esistenza e la sicurezza di un futuro buono, orientamento che verrà ulteriormente corroborato nel Sacramento della Confermazio ne con il sigillo dello Spirito santo» (43).

Liturgia Eucaristica

«La natura sacramentale della fede trova la sua espressione massima nell’Eucaristia. Essa è nutrimento prezioso della fede, incontro con Cristo presente in modo reale con l’atto supremo di amore, il dono di Se stesso che genera vita.

Da una parte c’è l’asse della storia: il memoriale della passione, morte e risurrezione di Cristo si rinnova nel presente e mostra la capacità di aprire al futuro, di anticipare la pienezza finale. Poi c’è l’asse che conduce dal mondo visibile a quello invisibile: il pane e il vino si trasformano nel corpo e sangue di Cristo, Gesù crocifisso si trasforma nel Cristo glorioso; tutto il creato si incammina verso la sua pienezza in Dio» (44). «Nell’Eucaristia è importante la professione di fede del “Credo”. Non si tratta di un elenco di verità astratte cui prestare l’assenso. Si tratta di entrare nel mistero che si professa e di lasciarsi trasformare da esso. Nella confessione Trinitaria e in quella Cristologica si dice dunque che questo Dio comunione, scambio di amore tra Padre e Figlio nello Spirito, è capace di abbracciare la storia dell’uomo, di introdurlo nel suo dinamismo di comunione, che ha nel Padre la sua origine e la sua meta finale» (45).

Fede, preghiera e Decalogo

«Nella trasmissione della memoria della Chiesa acquista importanza particolare la preghiera del Padre Nostro. In essa il cristiano impara a condividere la stessa esperienza spirituale di Cristo e incomincia a vedere con gli occhi di Lui. A partire da Cristo che è Luce da Luce, Figlio Unigenito del Padre, conosciamo Dio anche noi e possiamo accendere in altri il desiderio di avvicinarsi a Lui. Anche la connessione fra fede e Decalogo è importante. Nel Vangelo la fede è legata alla conversione, alla vita morale. La fede viva appare come un cammino, una strada da percorrere, aperta dall’incontro con il Dio vivente. Il Decalogo non è un insieme di precetti negativi, come potrebbe sembrare a prima vista» (46). Anche perché noi lo riceviamo attraverso Gesù, il suo precetto di Amore verso Dio e verso il prossimo, il Discorso della Montagna sulle Beatitudini e la migliore giustizia (Mt 5-7) e poi le opere di misericordia (Mt 25,31-46).

gesù - discepoliAttraverso Gesù ecco come vanno rivisti i dieci comandamenti.

1) Non solo non avere altri dei all’infuori di Lui, ma amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, amare il prossimo e addirit-tura il nemico come se stessi.

2) Non solo non pronunciare invano il nome di Dio, ma neppure giurare su Dio.

3) Non solo santificare la Festa con il riposo, ma in quel giorno fare attività di bene.

4) Non solo onorare il padre e la madre per vivere a lungo sulla terra, ma, se necessario per una vita autentica, rispettarli anche nella forma della separazione.

5) Non solo non uccidere, ma evitare pensieri e discorsi dettati dall’ira.

6) Non solo non commettere adulterio, ma rifuggire da intenzioni adultere.

7) Non solo non rubare, ma rinunciare al diritto di restituire un torto subito.

8) Non solo non rendere falsa testimonianza, ma fare in modo che il sì sia con assoluta sincerità un sì e il no un no.

9) Non solo non attentare alla casa e alla roba del prossimo, ma sopportare ogni sopruso.

10) Non solo non attentare alla donna del prossimo, ma astenersi dal divorzio legale.

«La fede confessa così l’amore di Dio, origine e sostegno di tutto, si lascia muovere da questo amore per camminare verso la pienezza della comunione con Dio. Il Decalogo allora appare come il cammino della gratitudine, della risposta del nostro amore all’amore misericordioso di Dio» (46).

L’unità e l’integrità della fede «Con l’avvento della globalizzazione, il mondo è più propenso ad assumere impegni comuni. Ma è quasi impossibile pensare all’unità nella stessa verità, perché appare come lesiva della libertà e dell’autonomia della persona. Quando però parliamo di fede intendiamo l’esperienza dell’amore di Dio e di Gesù Cristo, che ci porta ad avere una visione comune che arricchisce il nostro sguardo e genera gioia.

  • La fede è “una”, in primo luogo per l’unità del Dio conosciuto e confessato.
  • La fede è “una”, inoltre, perché si rivolge all’unico Signore Gesù Cristo, alla sua vita, alla sua storia concreta che condivide con noi. Non bisogna perciò dividere il Gesù della storia dal Cristo della fede o pensare che ci sia un Cristo per gli ignoranti e uno per gli intellettuali.
  • La fede è “una”, infine, perché è condivisa da tutta la Chiesa, che è un solo corpo e un solo spirito. Confessando la stessa fede poggiamo sulla stessa roccia, siamo trasformati dalla stesso Spirito d’amore, irradiamo un’unica luce e abbiamo un unico sguardo per penetrare la realtà» (47).
  • «Dato che la fede è una sola, deve essere anche confessata in tutta la sua purezza e integrità. Ogni epoca può trovare punti della fede più facili o difficili da accettare: per questo è importante vigilare perché si trasmetta tutto il deposito della fede (1 Tm 6,20), e così la fede si mostra cattolica, cioè universale, perché la sua luce cresce per illuminare tutto il cosmo e tutta la storia» (48).
  • «Questo è il compito del Magistero della Chiesa. Come servizio all’unità della fede e alla sua trasmissione integra, il Signore ha dato alla Chiesa il dono della successione apostolica. Il magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone» (49).

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È chiaro che questa unità esiste in modo assoluto quando la fede è intesa come fiducia in Dio e affidamento alla sua bontà, misericordia e provvidenza. In una parola la fede che salva, valida sempre, tanto per noi come per gli Ebrei a cominciare dal nostro padre Abramo.

Diverso è il discorso quando si tratta dei contenuti della fede. Qui la fede di noi cristiani è molto diversa e molto più ricca di quella del nostro padre Abramo, perché la rivelazione di Dio è progredita nel tempo attraverso Mosè e i Profeti e ha raggiunto la sua pienezza in Gesù Cristo.

La stessa fede cristiana poi ha avuto un sviluppo omogeneo nel tempo. Si tengano presenti tanto per averne un’idea: Il Credo o simbolo apostolico (Credo corto) e il Credo Niceno-Costantinopolitano (Credo lungo). Anche nelle affermazioni contenute nel Credo c’è una graduatoria di importanza. Il Catechismo di San Pio X enumera così le verità principali della fede: Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la piattaforme comune richiesta da tutte le denominazioni cristiane che vogliono far parte del Consiglio mondiale delle Chiese con sede a Ginevra, che si adopera per l’unità dei cristiani. Per questo motivo ne sono esclusi i testimoni di Geova, perché sono una forma aggiornata di ebraismo.

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DIO PREPARA LORO UNA CITTA’ – Luca Beato O.H.

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Luca Beato O.H.


1-1 SETTEMBRE 2013 - SCANNABUE - SAN GIOVANNI BATTISTA DECOLLATO67La fede, secondo San Paolo, non è un’adesione puramente intellettuale a una serie di dogmi, come quelli esposti nel credo o simbolo apostolico, ma il riconoscere ed accogliere il Cristo risorto come Messia e Signore, ricevere il Battesimo come partecipazione mistica alla morte e risurrezione di Cristo, vivere la vita nuova, la vita dello spirito, che ci rende un solo Corpo di cui Cristo è il Capo e ci fa agire vicendevolmente con spirito di amore e gesti di carità, considerandoci membra gli uni degli altri. Il cristiano, quindi, deve compiere le opere, ma non quelle prescritte dalla Legge ebraica (farsi circoncidere, osservare le leggi dei cibi puri e impuri, delle purità cultuali, del riposo del sabato, della separazione dagli esseri impuri: pagani, peccatori pubblici, malati, feriti, lebbrosi e cadaveri, eccetera) bensì quelle suggerite dallo spirito dell’amore verso Dio e verso l prossimo. La fede viva non è mai disgiunta dalla carità verso il prossimo: «Il regno di Dio infatti non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini» (Rm 14,17-18).

Dopo questa premessa, ascoltiamo le parole del Papa, nel testo i numeri ci ricollegano all’enciclica “La luce della fede”.

La fede e il bene comune

«La fede dei Patriarchi, si veda Noè ed Abramo, oltre che come un cammino, si configura come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri. La fede rivela quanto possono essere saldi i vincoli tra gli uomini, quando Dio si rende presente in mezzo ad essi» (50).

«Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr. Gal 5,6), la luce della fede si mette al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. Essa non serve solo a costruire una città eterna nell’aldilà, ma ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza.Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento» (51).

Famiglia

La fede e la famiglia

«Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Essa nascedal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cfr Gen 2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e permette di donare l’intero futuro alla persona amata. La fede poi aiuta a cogliere in tutta la sua profondità e ricchezza la generazione dei figli, perché fa riconoscere in essa l’amore creatore che ci dona e ci affida il mistero di una nuova persona» (52).

«In famiglia, la fede accompagna tutte le età della vita, a cominciare dall’infanzia: i bambini imparano a fidarsi dell’amore dei loro genitori. I giovani devono sentire la vicinanza e l’attenzione della famiglia e della comunità ecclesiale nel loro cammino di crescita nella fede. Essi hanno il desiderio di una vita grande. L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che questo amore è affidabile, perché trova il suo fondamento in Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (53)

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Una luce per la vita in società

«La fede, assimilata e approfondita in famiglia, diventa luce per illuminare tutti i rapporti sociali. Nella “modernità” si è cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. Ma questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune, non riesce a sussistere. Grazie alla fede abbiamo capito la dignità unica della singola persona, che non era così evidente nel mondo antico (Vedi la schiavitù, gli aborti, gli infanticidi, i giochi dei gladiatori e tante violazioni dei diritti umani). Al centro della fede biblica, c’è l’amore di Dio, la sua cura concreta per ogni persona, il suo disegno di salvezza che abbraccia tutta l’umanità e l’intera creazione e che raggiunge il vertice nell’Incarnazione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Quando questa realtà viene oscurata, viene a mancare il criterio per distinguere ciò che rende preziosa e unica la vita dell’uomo. Egli allora perde il suo posto nell’universo, si smarrisce nella natura, rinunciando alla propria responsabilità morale, oppure pretende di essere arbitro assoluto, attribuendosi un potere di manipolazione senza limiti» (54).

La ricerca scientifica ha dei limiti da osservare quando riguarda la persona. «La fede, inoltre, nel rivelarci l’amore di Dio Creatore, ci fa rispettare maggiormente la natura, facendoci riconoscere in essa una grammatica da Lui scritta e una dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita; ci aiuta a trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e sul profitto, ma che considerino il creato come dono di cui tutti siamo debitori; ci insegna a individuare forme giuste di governo, riconoscendo che l’autorità viene da Dio per essere al servizio del bene comune.

La fede afferma anche la possibilità del perdono, che necessita molte volte di tempo, di fatica, di pazienza, di impegno; perdono possibile se si scopre che il bene è sempre più originario e più forte del male, che la parola con cui Dio afferma la nostra vita è più profonda di tutte le nostre negazioni.

La fede possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama» (55).

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La fede e la prosperità

Il Papa non affronta direttamente questo argomento, ma esso non è da trascurare perché tanti cristiani pensano che seguendo la via buona del Vangelo si acquista il diritto ad un trattamento particolare da parte di Dio. Nell’Alleanza del monte Sinai Dio promette la terra al popolo, dove crescere, moltiplicarsi e vivere in libertà godendo l’abbondanza dei prodotti del suolo e dei nati dei greggi e degli armenti, a patto chequesti osservi i comandamenti del decalogo. La conclusione pratica che ha tirato la gente è questa: se uno gode di salute e prosperità vuol dire che è benedetto da Dio; se invece le cose gli vanno storte o è colpito da malattia vuol direche è maledetto da Dio. Gesù ha combattuto questa mentalità: Dio nel suo amore grande e misericordioso ha un progetto di salvezza per ciascuno di noi. E noi siamo chiamati ad aprirci al suo amore con grande fiducia, da mantenere salda sia nella buona che nella cattiva sorte, perché la salvezza va raggiunta superando le prove della vita.(Cfr. Rom 8,31-39).

Famiglia e malattia

Una forza consolante nella sofferenza

«Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto d’amore, affidamento nelle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore.

Sofferenze proprie. Parlare della fede spesso comporta parlare anche di prove dolorose, ma appunto in esse San Paolo vede l’annuncio più convincente del Vangelo, perché è nella debolezza e nella sofferenza cheemerge e si scopre la potenza di Dio che supera la nostra debolezza e la nostra sofferenza.

Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande sulla croce (cfr Mc 15,34), il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù. Perfino la morte risulta illuminata e può essere vissu ta come l’ultima chiamata della fede… l’ultimo “Vieni” pronunciato dal Padre, cui ci consegniamo con la fiducia che Egli ci renderà saldi anche nel passo definitivo» (56).

Sofferenze altrui. «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino. All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce. In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per vedere in essa la luce. Cristo è colui che, avendo sopportato il dolore, “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2)» (57). Come fa Cristo così hanno fatto i Santi della carità: con la propria storia di bene hanno accompagnato tante storie di sofferenza».

1-San Giovanni di Dio in manicomio

Per noi vale soprattutto l’esempio di San Giovanni di Dio, che da malato diventa curatore di malati. Infatti l’esperienza del soggiorno tra i malati di mente, all’inizio fu tremenda, ma pian piano si trasformò in qualcosa di salutare, perché gli fece balenare l’idea di impegnare il resto della sua vita a curare i malati in modo umano e non con i mezzi crudeli e spietati che aveva sperimentato sulla sua pelle.

«La sofferenza inoltre ci ricorda che il servizio della fede al bene comune è sempre servizio di speranza, che guarda in avanti, sapendo che solo da Dio, dal futuro che viene da Gesù risorto, può trovare fondamenta solide e durature la nostra società. In questo senso, la fede è congiunta alla speranza perché, anche se la nostra dimora quaggiù si va distruggendo, c’è una dimora eterna cha Dio ha ormai inaugurato in Cristo, nel suo corpo (cfr 2Cor 4,16 -5,5). Il dinamismo di fede, speranza e carità (cfr 1Ts 1,3; 1Cor 13,13) ci fa abbracciare le preoccupazioni di tutti gli uomini e camminare verso la Gerusalemme celeste, quella città, “il cui architetto e costruttore è Dio stesso” (Eb 11,10), perché “la speranza non delude” (Rm 5,5).

Questa speranza, unita alla fede e alla carità, ci proietta quindi verso un futuro certo, che si colloca in una prospettiva diversa rispetto alle proposte illusorie degli idoli del mondo, ma che dona nuovo slancio e nuova forza al vivere quotidiano» (57).

Il Papa Francesco a questo punto fa una calorosa esortazione: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino verso la salvezza eterna» (57).

Speranza

SE NON CREDERETE NON COMPRENDERETE – Luca Beato O.H.

Globuli Rossi Company

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La fede in Cristo ci salva perché è in Lui che la vita si apre radicalmente a un Amore che ci precede e ci trasforma dall’interno, che agisce in noi e con noi… che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano. Continua l’osservazione dell’Enciclica Lumen fidei (La luce della fede) di Papa Francesco, nel testo i numeri ci ricollegano all’enciclica.

Fede e verità

isaia667«Il re Acaz, impaurito dai re nemici che gli vogliono muovere guerra, cerca la sicurezza che gli può dare un’alleanza con il grande impero dell’Assiria. Il profeta Isaia, allora, lo invita ad affidarsi soltanto alla vera roccia che non vacilla, il Dio d’Israele. Dio è affidabile, quindi è ragionevole avere fede in Lui, costruire la propria sicurezza sulla sua Parola» (23).

«È certo che l’uomo ha bisogno di conoscenza, ha bisogno di verità, perché senza di essa non si sostiene, non va avanti. La fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Ma proprio per il suo nesso intrinseco con la verità, la fede è capace di portare una luce nuova, perché essa vede più lontano, perché comprende l’agire di Dio, che è fedele alla sua alleanza e alle sue promesse» (24).

«Ma l’uomo contemporaneo diffida di fronte alla verità grande, la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale. Anche perché i grandi totalitarismi del secolo scorso (Comunismo e Nazi-fascismo) hanno abusato di questa verità imponendo la propria concezione globale per schiacciare la storia concreta del singolo. Anche la religione è sotto accusa perché sarebbe all’origine del fanatismo, che vuole sopraffare chi non condivide la propria credenza (Inquisizione e Crociate, per il Cristianesimo nel passato; Fondamentalismo e terrorismo per l’Islam nel presente)» (25).

Giovanni Paolo II - chiede perdono


Durante il giubileo del 2000 il Papa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono al mondo intero per i peccati della Chiesa contro l’umanità. Egli ne ha enucleati sette, ma si tratta solo di una indicazione che non pretende di esaurirli tutti: deviazioni dal Vangelo, crociate e inquisizione, divisioni tra cristiani, persecuzioni degli ebrei, conversioni forzate, maschilismo e schiavismo, ingiustizie sociali. Il Papa per la Chiesa cattolica ha chiesto perdono all’umanità, ma nessun altro capo di Religione o di Stato lo ha imitato. «La fede cristiana autentica ha una valenza in più in quanto porta una verità legata all’amore. Lo ricorda San Paolo: “Con il cuore si crede” (Rm 10,10). Il cuore, nella Bibbia, è il centro dell’uomo, dove si intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l’interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l’intelletto, il volere, l’affettività. Esso è il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo» (26).

«L’amore non è riducibile a un sentimento soggettivo e passeggero. Esso tocca certo la nostra affettività, ma per aprirla alla persona amata, per stabilire con lei un rapporto duraturo che mira all’unione. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Ma anche la verità ha bisogno dell’amore. Senza amore la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona» (27).

«La scoperta dell’amore come fonte di conoscenza, trova espressione autorevole nella concezione biblica della fede. Israele fa esperienza dell’amore con cui Dio lo ha scelto come popolo e ha stretto con lui un’alleanza: ciò illumina il suo cammino nella storia. Il Dio vero è il Dio fedele, Colui che mantiene le sue promesse e in questo modo offre la possibilità di comprendere il suo disegno di salvezza. In seguito Israele capirà che questo disegno di Dio si estende al mondo intero» (28).

La fede come ascolto e visione «La conoscenza della fede è presentata nella Bibbia come un ascolto. San Paolo usa una frase diventata classica: fides ex audito “la fede viene dall’ascolto” (Rm 10,17). La conoscenza associata alla parola è sempre conoscenza personale, che riconosce la voce, si apre ad essa in libertà e la segue in obbedienza. Perciò San Paolo ha parlato dell’“obbedienza della fede” (Rm 1,5). All’ascolto della parola di Dio si unisce poi il desiderio di vedere il suo volto» (29).

«La sintesi tra l’udire e il vedere si realizza nella persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (Gv 1,14). La luce della fede è quella di un volto in cui si vede il Padre» (30).

«Soltanto attraverso l’Incarnazione, attraverso la condivisione della nostra umanità, poteva giungere a pienezza la conoscenza propria dell’amore. La luce dell’amore, infatti, nasce quando siamo toccati nel cuore, ricevendo così in noi la presenza interiore dell’amato, che ci permette di riconoscere il suo mistero. Con la sua Incarnazione, con la sua venuta tra noi, Gesù ci ha toccato e, attraverso i Sacramenti, anche oggi ci tocca; in questo modo, trasformando il nostro cuore, ci ha permesso e ci permette di riconoscerlo e di confessarlo come figlio di Dio» (31).

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Il dialogo tra fede e ragione «Mossi dal desiderio di illuminare tutta la realtà a partire dall’amore di Dio manifestato in Gesù, cercando di amare con quello stesso amore, i primi cristiani trovarono nel mondo greco, nella sua fame di verità, un partner idoneo per il dialogo. L’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico costituì un passaggio decisivo perché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli, e favorì una feconda interazione tra fede e ragione, che si è andata sviluppando nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. La luce dell’amore, propria della fede, può illuminare gli interrogativi del nostro tempo sulla verità.

La verità di un amore, non si impone con la violenza, non schiaccia il singolo. Nascendo dall’amore può arrivare al cuore, al centro personale di ogni uomo. La fede perciò non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti. D’altra parte, la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena dal mondo materiale. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine.

La fede invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile, aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza» (34).

In passato c’è stato conflitto tra scienza e fede: è famoso il caso Galileo. Ciò era dovuto al fatto che l’autorità della Chiesa riteneva che la Bibbia spiegasse tutta la creazione. Allora la Teologia ha creato la sua cosmologia col sistema tolemaico geocentrico e i sette cieli, due corruttibili e cinque incorruttibili, ecc. Ma poi nella Chiesa ci si è resi conto che la Bibbia è un libro religioso e non scientifico e descrive il mondo con la mentalità della gente comune che viveva nella terra di Israele 2.500 anni fa. Ora non c’è più motivo di conflitto.

La fede e la ricerca di Dio

«Il cammino dell’uomo religioso passa per la confessione di un Dio che si prende cura di lui e che non è impossibile trovare. “Chi si avvicina a Dio, deve credere che Egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11,6). L’uomo religioso cerca di riconoscere i segni di Dio nelle esperienze quotidiane della sua vita, nel ciclo delle stagioni, nella fecondità della terra e in tutto il movimento del cosmo. Dio è luminoso, e può essere trovato anche da coloro che lo cercano con cuore sincero. Esempio significativo di questa ricerca sono i Magi. Per loro la luce di Dio si è mostrata come cammino, come stella che guida lungo una strada di scoperte. L’uomo religioso è in cammino e deve essere pronto a lasciarsi guidare, a uscire da sè per trovare il Dio che sorprende sempre.

Poiché la fede si configura come via, essa riguarda anche la vita degli uomini che, pur non credendo, desiderano credere e non cessano di cercare. Chi si mette in cammino per praticare il bene si avvicina già a Dio, è già sorretto dal suo aiuto, perché è proprio della dinamica della luce divina illuminare i nostri occhi quando camminiamo verso la pienezza dell’amore» (35).

Fede e teologia

«Poiché la fede è una luce, ci invita a inoltrarci in essa, a esplorare sempre di più l’orizzonte che illumina, per conoscere meglio ciò che amiamo. Da questo desiderio nasce la teologia cristiana. È chiaro allora che la teologia è impossibile senza la fede e che essa appartiene al movimento stesso della fede, che cerca l’intelligenza più profonda dell’autorivelazione di Dio, culminata nel Mistero di Cristo.

Essere teologi atei è un’assurdità. La teologia non è soltanto parola su Dio, ridotto quasi ad un oggetto di studio, come nelle scienze sperimentali (teologia scolastica), ma prima di tutto accoglienza e ricerca di un’intelligenza più profonda di quella parola che Dio ci rivolge, parola che Dio pronuncia su se stesso, perché è un dialogo eterno di comunione, e ammette l’uomo all’interno di questo dialogo (teologia patristica e monastica).

Essere teologi dissidenti è un’anomalia. La teologia condivide la forma ecclesiale della fede; la sua luce è la luce del soggetto credente che è la Chiesa. Ciò implica, da una parte, che la teologia sia a servizio della fede dei cristiani, si metta umilmente a custodire e ad approfondire il credere di tutti, soprattutto dei più semplici. Inoltre, la teologia, poiché vive della fede, non consideri il Magistero del Papa e dei Vescovi in comunione con lui come qualcosa di estrinseco, un limite alla sua libertà, ma, al contrario, come uno dei suoi momenti interni, costitutivi, in quanto il Magistero assicura il contatto con la fonte originaria, e offre dunque la certezza di attingere alla parola di Cristo nella sua integrità» (36).

È chiaro che qui il Papa esprime un auspicio. La storia del cristianesimo ci mostra il continuo sorgere di forme di pensiero diverse tra loro che hanno dato origine a correnti eretiche, a guerre di religione e a scismi che hanno lacerato la Chiesa di Cristo. Ma anche a prescindere da queste forme estreme, ci sarà sempre una tensione tra il Magistero ufficiale e la Teologia sia dogmatica sia morale: il primo mira all’uniformità e alla conservazione, mentre la seconda mira alla novità, alla soluzione dei problemi nuovi della società e quindi si presta alla varietà di interpretazioni e di soluzioni. Questa varietà però, sempre nell’ambito dell’ortodossia e dell’ortoprassi, rappresenta una ricchezza per la Chiesa e non una povertà. Al di là di questo però esistono dei problemi che attendono soluzioni adeguate.

Alla Chiesa gerarchica, maschilista e celibataria, si rimprovera l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne, mentre nella società civile è stabilita la parità di diritti e doveri tra uomini e donne. Alla Chiesa si rimprovera l’atteggiamento di chiusura verso i mezzi anticoncezionali per la programmazione delle nascite. C’è poi il problema della riammissione ai sacramenti delle persone divorziate e poi risposate. Infine ricordiamo, specialmente per noi che lavoriamo negli ospedali, il problema, ancora non risolto dalla scienza, dell’inizio della vita umana (al momento del concepimento? dopo sei giorni? dopo tre mesi?) e del suo termine naturale (vita vegetativa? cervello piatto?) al fine di stabilire nei termini giusti la malizia dell’aborto e dell’eutanasia.

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ABBIAMO CREDUTO ALL’AMORE – Luca Beato o.h.

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Fra Luca Beato 06Nei quattro articoli di quest’anno, prenderemo ispirazione dall’Enciclica, emanata di recente, intitolata Lumen fidei = La luce della fede, scritta a quattro mani, stilata da Benedetto XVI e completata da Papa Francesco, per trarre degli spunti atti a rafforzare la nostra fede che costituisce il fondamento della pastorale della salute, nella sua fase non sacramentaria, ossia di evangelizzazione, come è richiesto agli operatori di pastorale nel mondo di oggi in gran parte scristianizzato.

 *  I numeri nel testo ci ricollegano all’Enciclica. 

Introduzione

L’uomo certo può arrivare a conoscere e ad amare Dio con il lume della sua ragione, attraverso l’osservazione delle meraviglie del creato, per cui tutti gli uomini, anche

quelli dei Paesi più sperduti, possono raggiungere la salvezza. Ma dal momento che storica mente Dio si è degnato di rivelarsi all’uomo, è giusto usufruire di questa opportunità che rende la conoscenza di Dio più spedita (citius), più sicura (tutius) e più abbondante (potius). 

Il Cristianesimo è una religione storica, che colloca la sua radice remota nel patriarca Abramo considerato “nostro padre nella fede” e si sviluppa pian piano con la rivelazione di Dio a Mosè e ai profeti, e infine trova il suo compimento nella persona e nell’opera di Gesù Cristo. Questa lunga storia mette in risalto quello che Dio ha fatto a favore del suo popolo, il suo amore per noi, per cui è conosciuta anche come storia della salvezza. 

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Abramo, nostro padre nella fede 

Al tempo di Abramo era diffuso il politeismo. Si pensava a divinità particolari legate a luoghi specifici, per cui ogni popolo doveva adorare gli dei propri del suo territorio. «Ma ad Abramo accade un fatto sconvolgente: Dio gli rivolge la Parola, si rivela come un Dio che parla, lo chiama per nome, stabilisce con lui un rapporto personale per cui diventa il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. La fede è legata all’ascolto, è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un tu che ci chiama per nome» (8).

«Abramo riceve una chiamata e una promessa: una chiamata a uscire dalla propria terra e un invito ad aprirsi a una vita nuova, ad un cammino verso un futuro inatteso. La Parola di Dio contiene anche una promessa specifica: la tua discendenza sarà numerosa, sarai padre di un grande popolo» (9).

«Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi a questa Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino nel tempo» (10).

 «La promessa della discendenza si realizza per Abramo nella paternità del figlio Isacco. Quel Dio che chiede ad Abramo di affidarsi totalmente a lui, si rivela come la fonte da cui proviene ogni vita. In questo modo la fede si collega con la Paternità di Dio, dalla quale scaturisce la creazione» (11).

Secondo la mentalità del tempo in cui gli idoli richiedevano sacrifici umani, anche Abramo è tentato di sacrificare a Dio il suo figlio primogenito. Ma il Dio della vita impedisce la morte di Isacco (cfr 11). Così secondo gli esegeti, anche se il Papa non lo dice, va letto l’episodio dell’angelo che trattiene la mano di Abramo che sta per sacrificare il figlio Isacco. Per gli operatori sanitari, la fede in Dio porta alla difesa della vita, specialmente quella più debole, nella fase iniziale contro l’aborto e nella fase terminale contro l’eutanasia.

 L’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio ha emanato un documento apposito “Insieme per servire e difendere la vita” inoltre negli ospedali dei Fatebenefratelli si pratica l’obbiezione di coscienza contro l’aborto nei Paesi in cui la legge lo consente. 

La fede di Israele 

«Dal libro dell’Esodo apprendiamo un po’ di storia del popolo d’Israele, quando si apre all’azione di Dio che vuole liberarlo dalla miseria della sua schiavitù. La fede comporta la chiamata a un lungo cammino per poter adorare il Signore sul Sinai ed ereditare la terra promessa. La confessione di fede di Israele si sviluppa come racconto dei benefici di Dio (mirabilia Dei), del suo agire per liberare e guidare il popolo; racconto che poi si trasmette di generazione in generazione, viene ricordato e confessato nel culto e illumina il suo cammino lungo la storia della salvezza» (12). 

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«La storia d’Israele mostra anche la tentazione dell’incredulità in cui il popolo tante volte è caduto. L’opposto della fede appare qui come idolatria (il vitello d’oro). L’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà. La fede in quanto legata alla conversione, è l’opposto dell’idolatria: è separazione dagli idoli, che sono incarnazione dei vizi degli uomini, per tornare al Dio vivente, mediante un incontro personale. Credere significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, sostiene e orienta l’esistenza, si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia» (13). 

Quel giorno là Dio non c’era” è il titolo provocatorio di un film sulla Shoah degli Ebrei, sterminati nei campi di concentramento voluti da Hitler in Germania. La cattiveria umana arriva a compiere delle carneficine umane di tale gravità per cui è lecito chiedersi: «Perché Dio permette tali misfatti?».

Ma se noi uomini siamo cattivi non dobbiamo incolpare Dio! Dio non è con i prepotenti anche se essi affermano con arroganza: «Got mit uns –cioè– Dio è con noi». Dio è sempre con i poveri, i prigionieri, gli schiavi, gli oppressi di ogni genere. «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…» (Magnificat… Lc 1,46-55).

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 La pienezza della fede cristiana 

«La fede cristiana è centrata in Cristo: è confessione che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti. Tutte le linee dell’Antico Testamento si raccolgono in Cristo. Egli diventa il “sì” definitivo a tutte le promesse, fondamento del nostro “Amen” finale a Dio. La vita di Gesù appare come il luogo dell’intervento definitivo di Dio, la suprema manifestazione del suo amore per noi. La fede cristiana è dunque illuminare l tempo» (15). 

«La prova massima dell’affidabilità dell’amore di Cristo si trova nella sua morte per l’uomo. Gesù ha offerto la sua vita per tutti: non solo per gli amici, ma anche per coloro che erano nemici, per trasformarne il cuore. Non bisogna avere paura di guardare la sofferenza del Cristo crocifisso, perché è proprio nella contemplazione della sua morte che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando essa si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi, che è capace di entrare nella morte per salvarci. La totalità del suo amore vince ogni sospetto e ci permette di affidarci pienamente a Lui» (16). 

«Ma la morte di Cristo svela l’affidabilità totale dell’amore di Dio alla luce della sua Risurrezione. Se l’amore del Padre non avesse fatto risorgere Gesù dai morti, se non avesse potuto ridare vita al suo corpo, allora non sarebbe un amore pienamente affidabile, capace di illuminare anche le tenebre della morte. Proprio perché Gesù è il Figlio, perché è radicato in modo assoluto nel Padre, ha potuto vincere la morte e far risplendere in pienezza la vita. Da qui abbiamo la prova che l’amore concreto e potente di Dio opera veramente nella storia e ne determina il destino finale» (17). 

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Contro il dolorismo 

Nel passato era abbastanza diffusa l’idea che per la redenzione dell’umanità era stata necessaria la morte cruenta di Cristo. Cristo non era soggetto alla morte, e proprio perché, a differenza di noi, non era soggetto alla morte, ha potuto offrire la sua vita come sacrificio a Dio di valore infinito (S. Anselmo d’Aosta). La risurrezione era considerata il premio del Padre per il sacrificio supremo di suo Figlio. La conseguenza per noi era, che davanti a Dio ha valore la sofferenza cercata volontariamente e offerta a Dio, non quella che la vita ci fa incontrare contro voglia.

Il Concilio Vaticano II, invece, con riferimento a S. Tommaso d’Aquino, ha messo in rilievo che tutta la vita di Cristo è stata redentiva e particolarmente la sua morte e risurrezione. La sua morte non era necessaria e non è stato il dolore della sua passione a redimerci, ma l’amore con cui Egli l’ha affrontato. Così è per la vita del cristiano: gioie, fatiche, dolori e speranze, tutto è gradito a Dio, se viene offerto con amore in unione al sacrificio di Cristo. La sofferenza è qualcosa di negativo, quindi va combattuta e non cercata; ma quando la incontriamo, va affrontata con amore, perché è soltanto l’amore che la può trasformare in qualcosa di positivo. 

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La salvezza mediante la fede 

«Colui che crede, nell’ accettare il dono della fede, è trasformato in una creatura nuova, riceve un nuovo essere, un essere filiale, diventa figlio nel Figlio. “Abbà, Padre” è la parola più caratteristica dell’esperienza di Gesù, che diventa centro

dell’esperienza cristiana. La salvezza attraverso la fede consiste nel riconoscere il primato del dono di Dio, come riassume san Paolo: “Per grazia infatti siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Ef 2,8)» (19). 

«La nuova logica della fede è centrata su Cristo. La fede in Cristo ci salva perché è in Lui che la vita si apre radicalmente a un Amore che ci precede e ci trasforma dall’interno, che agisce in noi e con noi. La fede sa che Dio si è fatto molto vicino a noi, che Cristo ci è stato dato come grande dono che ci trasforma interiormente, che abita in noi, e così ci dona la luce che illumina l’origine e la fine della vita, l’intero arco del cammino umano» (20). 

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«Il credente è trasformato dall’Amore, a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé. San Paolo può affermare: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), ed esortare: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori» (Ef 3,17). 

Qui si situa l’azione propria dello Spirito Santo, per cui il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale e confessare che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (21).  

La forma ecclesiale della fede «L’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale, perché tutti i credenti costituiscono l’unico corpo di Cristo. La fede ha una forma necessariamente ecclesiale, si confessa dall’interno del corpo di Cristo, come comunione concreta dei credenti. È da questo luogo ecclesiale che essa apre il singolo cristiano verso tutti gli uomini. La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio» (22). 

  • La fede va professata ed ecco le varie professioni di fede (Credo).
  • La fede va celebrata ed ecco la Liturgia, specialmente la S. Messa.
  • La fede va testimoniata mediante la pratica delle opere di giustizia e di carità.

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12 – PADRE NOSTRO: LA CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE – Luca Beato o.h.

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LA CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE

( ma liberaci dal male )

 Di Luca Beato oh

Fra Luca Beato 09L’idea della consolazione richiama per contrapposizione quella della tribolazione e della sofferenza. Si consola chi soffre e chi piange non chi sta bene.

Nell’Antico Testamento ci sono due libri di consolazione. Il primo in ordine di tempo è quello del profeta Geremia, si trova nei capitoli 30 e 31 e si rivolge agli Ebrei del Regno del Nord, deportati dagli Assiri nel 722 a.C. Il Profeta promette loro a nome di Dio il ritorno in Patria. Il secondo è opera del profeta Isaia, più precisamente il secondo Isaia, dal capitolo 40 al 55 e si rivolge al popolo del Regno di Giuda, deportato a Babilonia nel 587 a.C. La Consolazione del ritorno in patria si realizza con l’editto di Ciro, re dei Persiani nel 538 a.C. e culmina con la ricostruzione del tempio di Gerusalemme nel 515 a.C.

Le immagini usate dai profeti sono di due tipi: negative se riguardano la schiavitù e positive se riguardano la liberazione.

  • “In quel giorno romperò il giogo togliendolo dal suo collo, spezzerò le sue catene” ( Ger 30,8 ).
  • “La tua ferita è incurabile” ( Ger 30,12.15 ).
  • “Farò cicatrizzare la tua ferita e ti guarirò dalle tue piaghe” ( Ger 30,17).
  • “Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni” ( Ger 31,9 ) … “perchè io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito” ( Ger 31,9).
  • “Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui una profonda tenerezza” ( Ger 31,20 ).

Il lutto verrà cambiato in gioia. Il popolo sarà felice senza afflizioni. La gioia riempirà il cuore dei giovani e dei vecchi e si esprimerà nel canto e nella danza. Godranno tutti dell’abbondanza dei frutti della terra: grano, mosto, olio; e dei frutti del gregge e degli armenti ( Ger 31,12-13 ).

L’azione consolatrice di Dio viene espressa con diverse immagini.

  • Dio è per il suo popolo un pastore molto premuroso “che porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri ( Is 40,11; Ger 31,10 ).
  • E’ come lo sposo che gioisce per la sua sposa ( Is 62,5; 61,10 ), è come la madre che consola il proprio figlio ( Is 66,13 ).

Nella terra d’Israele ci sarà gioia e pace perfetta. Verrà eliminato il pianto e l’angoscia di mezzo al popolo, che godrà il frutto del proprio lavoro senza pericolo di razzie; godranno tutti buona salute e vita lunga ( Is 65,19-25 ). Gerusalemme sarà nell’abbondanza e tutto il popolo ne potrà godere. Per esprimere questa realtà viene usata l’immagine del bimbo che succhia felice il seno materno ripieno di latte. “Succhierete deliziandovi all’abbondanza del suo seno”( Is 66,11). Oppure l’immagine del bimbo portato in braccio e coccolato da sua madre. “I suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati ( Is 66,12 ).

Il profeta Ezechiele paragona il ritorno del popolo ebreo dalla schiavitù di Babilonia a una “risurrezione”. E’ la famosa visione delle ossa aride, che riprendono vita per la forza di Dio, descritta con straordinario verismo ( Ez 37, 1-10) e poi spiegata in questa maniera: “ Queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” ( Ez 37,11-14 ).

Risorgere vuol dire riprendere a vivere come popolo libero nella propria terra, dove poter crescere, moltiplicarsi, godendo dei frutti di questa terra, il grano, il mosto e l’olio, ecc. Per gli Ebrei vale sempre il trinomio: Dio – popolo – terra. La salvezza di Dio consiste nell’assicurare una terra al suo popolo.

Più tardi, al tempo dei Maccabei ( Mac 12, 38-45) nel 160 ca. a.C. troviamo una chiara affermazione della fede degli Ebrei nella risurrezione dei morti. Ma al tempo di Gesù i Sadducei non ci credevano ancora (Mt 22,23 ss; Mc 12,18 ss; Lc 20,27 ss).

Raffaello,_profeta_isaiaIl Consolatore

Il consolatore d’Israele è Dio stesso che libera il suo popolo dalla schiavitù e gli permette di vivere una vita serena e pacifica nella sua patria. Ma anche i profeti hanno un compito importante nella consolazione del popolo. “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio, parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità” ( Is 40,1-2; cfr 61,1-9 ).

Ma il tanto auspicato ritorno in patria è stato alla lunga piuttosto deludente. Il popolo si trova ridotto a due tribù e mezza ( Giuda, Beniamino e mezza Levi ) quindi molto debole ed esposto alle invasioni. In questa situazione critica i profeti tengono accesa la speranza di un futuro migliore per opera di Dio. Le speranze del popolo si coagulano attorno alla figura del Messia, che avrebbe riportato il Regno di Giuda alla grandezza e allo splendore del tempo di Davide. Col tempo la speranza di salvezza del popolo viene proiettata verso orizzonti inaspettati: non più soltanto un popolo, una terra, una potenza politico-religiosa, ma una nuova èra messianica rivolta a tutti i popoli, perchè il Messia farà “cieli nuovi e terra nuova”.

E’ il grande sogno del profeta Isaia ( Is 2,2-4 ). Infine il profeta Daniele nelle sue visioni apocalittiche attribuisce al Messia i poteri divini di governare su tutte le genti e di giudicarle. Egli infatti vede “il figlio dell’uomo” salire sulle nubi del cielo e ricevere da Dio il regno universale ed eterno. “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviranno; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà distrutto” ( Dan 7,13-14 ).In conclusione si può dire che nell’A.T. appare chiaro che è Dio che prende l’iniziativa di liberare il suo popolo, stringere con lui un’Alleanza, promettergli una terra feconda dove possa crescere, moltiplicarsi e vivere in pace. E’ Lui che castiga il suo popolo, quando infrange l’Alleanza, ma lo fa per correggerlo e quindi alla tribolazione – che dura poco – fa seguire la consolazione che è destinata a durare per sempre, mediante la risurrezione alla fine dei tempi.

I profeti hanno un compito importante in mezzo al popolo. Infatti l’azione salvifica di Dio normalmente non si verifica in modo evidente, bisogna che qualcuno la sappia rilevare e riesca a farla risaltare davanti agli occhi del popolo. Il profeta è la persona capace di fare una lettura teologica della storia, facendo risaltare l’azione salvifica di Dio in mezzo al groviglio delle vicende umane, nel passato e nel presente con proiezioni cariche di speranza nel futuro.

Adultera palmaGesù consola e risuscita

Al centro della predicazione di Gesù sta l’annuncio dell’avvento del Regno di Dio ( Mc 1,14-15 ). Dio intende realizzare il suo progetto di salvezza per il suo popolo, affermando la sua Signoria, assumendo le funzioni dirette di governo e di direzione del mondo. Questo Regno realizza le promesse profetiche e messianiche, quindi segna il tempo della salvezza, del compimento, del perfezionamento della presenza di Dio nel mondo.

La predicazione del Regno di Dio si colloca in un orizzonte apocalittico. Gesù, come tutta la generazione apocalittica giudaico-cristiana ( specialmente S. Paolo ) attendeva l’avvento del Regno di Dio in un futuro imminente. In questa luce si spiega l’insegnamento di Gesù sulla noncuranza della propria vita, del vitto, del vestiario, ecc. E’ in questa luce che vanno interpretate le parabole del Regno: esso è la cosa più importante, per esso si deve sacrificare tutto. C’è grande contrasto tra i suoi umili inizi e il suo grandioso compimento finale. E’ la potenza di Dio che realizza tutto ciò, sconfiggendo le forze del male. Gesù non è soltanto l’annunciatore del regno di Dio come imminente, ma ne è anche il realizzatore nel presente. E’ Lui il seminatore che semina la parola di Dio. E’ Lui che guarisce i malati, risuscita i morti e perdona ai peccatori. E’ Lui che inaugura la realizzazione del Regno di Dio.

Gesù si occupa contemporaneamente del già e del non ancora. Tramite Gesù, il Regno di Dio del futuro è già una forza operante nel presente. Il Regno di Dio non è una promessa consolatoria che riguarda il futuro escatologico, una proiezione dei desideri inappagati, come volevano i filosofi “del sospetto” Feuerbach, Marx e Freud. Il futuro è appello di Dio al presente. Già ora bisogna strutturare la vita secondo la prospettiva del futuro assoluto. Il presente è il tempo della decisione alla luce del futuro assoluto di Dio.

BeatiAnche le beatitudini ( Lc 6,20-2; Mt 5,3-12 ) vanno interpretate alla luce del Regno di Dio. Ci riferiamo alle beatitudini “nuove” di Gesù, non a quelle di tipo sapienziale, che c’erano già nell’A.T. Quando Gesù dice ai poveri, ai sofferenti e ai perseguitati: “Beati voi!” significa che Dio, instaurando il suo Regno, si ricorda di loro per tirarli fuori dalla situazione di sofferenza in cui si trovano, come ha fatto con gli Ebrei quando erano schiavi in Egitto o a Babilonia.

La beatitudine è quindi una promessa di Dio che genera gioia subito in chi la ascolta e la fa fiduciosamente propria. Già irrompe nella vita di costui il futuro di Dio, portando con sè subito consolazione. Infatti la presa di coscienza che Dio gli sta innanzi, lo precede, comunica al credente una forza trasformante, anche nelle situazioni più difficili e tribolate.

San Luca, già all’aurora della redenzione, nel canto del Magnificat, mette in risalto il modo in cui Dio intende realizzare il progetto di salvezza mediante il Messia, riagganciandosi ai gesti liberatori di Dio a favore del suo popolo nell’A.T. “…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi; ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia…” ( Lc 1, 52-54 ).

Gesù nella Sinagoga di Nazaret fa il suo discorso programmatico, con la citazione del profeta Isaia, che si ispira all’anno sabbatico. “ Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” ( Lc 4,18-19 ; cfr Is 61,1-2 ).

Agli inviati di Giovanni Battista, che voleva sapere con certezza se era Lui il Messia, Gesù dà questa testimonianza: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri viene annunziata la buona novella” ( Lc 7, 22-23 ). Tra i miracoli che il Messia compie a favore del suo popolo S. Luca mette espressamente anche la risurrezione dei morti e per avvalorare le parole di Gesù ai discepoli del Battista, immediatamente prima narra la risurrezione del giovane figlio della vedova di Naim ( Lc 7,11-17 ).

Anche i miracoli vanno interpretati alla luce dell’avvento del Regno di Dio: sono dei “segni” della sua realizzazione. Le guarigioni e gli esorcismi non sono fine a se stessi, ma sono al servizio del Regno di Dio. Per Gesù infatti l’avvento del Regno di Dio rappresenta la sconfitta di Satana, che perciò vede cadere dal cielo come un fulmine ( Lc 10,18 ). I miracoli illustrano e confermano la parola di Gesù. Un paralitico viene guarito proprio per convalidare la legittimità del perdono dei peccati, pronunciata da Gesù ( Lc 5,24 ). Essi hanno la funzione di segno: il Regno di Dio, attraverso l’azione di Gesù, comincia a realizzarsi ( Lc 11,20 ). Con le sue azioni Gesù non ha ancora edificato il Regno di Dio. Ha posto però dei segni nei quali già splende il Regno che viene: prefigurazioni emblematiche, tipiche, corporee, di quel bene psicofisico completo e definitivo che chiamiamo “ salvezza” dell’uomo.

FigliadiGiairoV02Risurrezioni di morti

I tre Vangeli sinottici riferiscono della risurrezione di una bambina figlia di Giairo, uno dei capi della Sinagoga, della quale Marco ci conserva anche la frase usata da Gesù: “Talita kum, fanciulla alzati” ( Mc 5,21 ss; Mt 9,18 ss; Lc 8,40 ss ). Luca narra la risurrezione di un giovane, figlio unico di una vedova di Naim ( Lc 7, 11ss ). Giovanni narra la risurrezione di Lazzaro, amico di Gesù, fratello di Marta e di Maria ( Gv 11, 1 ss). Questa narrazione mostra chiaramente, perché è proprio nell’intenzione dell’autore, che la risurrezione di Lazzaro è un segno della risurrezione definitiva; essa offre l’occasione a Gesù di autorivelarsi come colui che risuscita i morti per la vita eterna: “ Io sono la risurrezione e le vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” ( Gv 11,25-26 ).

teopedia - Discesa di Cristo agli InferiLa risurrezione di Gesù Cristo

La risurrezione di Gesù è prima di tutto un fatto storico, nel senso che si è veramente verificato, anche se non è stato un fatto verificabile come gli altri avvenimenti della storia. Nessuno infatti è stato testimone oculare della risurrezione. Le testimonianze degli Apostoli riguardano Gesù Cristo già risuscitato, fanno riferimento alle sue apparizioni. D’altra parte Gesù dopo la risurrezione non ha più un corpo materiale come prima, ma un corpo spiritualizzato. Egli è entrato nella dimensione spirituale, trascendente, incommensurabile di Dio. Tutto ciò viene descritto con un linguaggio immaginoso. La parola “risurrezione”, richiama alla mente il ridestarsi dal sonno, il rialzarsi, ma – nel nostro caso – non per un ritorno alla condizione antecedente, bensì per il radicale trapasso a una condizione totamente diversa, a una vita nuova, divina, immortale.

La fede degli Apostoli e la prima predicazione ( kérigma ) si fondano sull’avvenimento sconvolgente della risurrezione di Gesù Cristo. La più antica testimonianza del Nuovo Testamento è quella di San Paolo, riportata nella prima Lettera ai Corinzi, scritta negli anni 56/57 d.C. ma formulata dalla Chiesa primitiva molti anni prima e ricevuta da Paolo stesso forse già al momento della sua conversione nel 36 d.C. Vi è riportato un elenco di apparizioni, senza narrarne alcuna.

“Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale state saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli Apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me… Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto”( 1 Cor. 15,1-11 ).

Il RisortoLa risurrezione degli uomini

La risurrezione di Gesù riguarda anzitutto la sua persona, il suo “Io” che entrando nella dimensione di Dio ne esce glorificato, spiritualizzato, completato. Ma da questo fatto riceve luce e significato tutta la sua vita terrena, la causa per cui è vissuto ed è morto. La sua risurrezione, perciò, è anche un fatto salvifico per noi, è un Vangelo, un lieto annuncio per l’umanità.

E’ così infatti che si esprime San Pietro nel suo discorso agli abitanti di Gerusalemme il giorno di Pentecoste: “ Uomini di Israele…Gesù di Nazaret…uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni…voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Questo Gesù Dio l’ha risuscitato dai morti e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che Egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire…Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” ( At 2,22-23.32-34.36 ).

Qui occorre fare una precisazione. L’evento pasquale nella sua globalità comprende non solo la risurrezione, ma anche l’Ascensione al cielo, cioè l’intronizzazione di Gesù alla destra di Dio Padre, e la Pentecoste, cioè l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli. Anche se l’Evangelista San Luca per ragioni liturgiche distribuisce questi avvenimenti nell’arco di cinquanta giorni, essi sono aspetti particolari dell’unico evento salvifico della risurrezione. Del resto l’Evangelista San Giovanni fa concludere tutto il giorno di Pasqua.

La risurrezione di Gesù e la sua intronizzazione rappresentano il riconoscimento ufficiale da parte di Dio Padre che Gesù è il Cristo (= Messia ), non solo, ma anche il Signore, cioè condivide con Dio Padre la vita divina e la gloria ed ha il potere di effondere lo Spirito Santo e di giudicare le genti nell’ultimo giorno.

La risurrezione di Gesù come fatto salvifico per noi è il fondamento della nostra fede nella risurrezione di tutti gli uomini nell’ultimo giorno. Il messaggio che ci viene dalla Pasqua è essenzialmente questo: “ Il Crocifisso vive per l’eternità presso Dio, come impegno e speranza per noi… La vita nuova ed eterna dell’Uno è stimolo e speranza reale per tutti”.

Questa affermazione della connessione essenziale tra la risurrezione di Cristo e la risurrezione degli uomini appartiene al patrimonio della fede cristiana fin dalle origini. Il più vigoroso assertore ne è San Paolo. “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede…E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” ( 1 Cor 15,12-19 ). Perciò San Paolo definisce Gesù: La primizia dei morti ( 1 Cor 15,20 ), il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ( Col 1,18; cfr Ap 1,5 ).

Certo la nostra mente a questo punto è portata a pensare: “Troppo bello per essere vero!”. Allora sarà utile fare un’altra considerazione: tutto ciò che esiste è stato tratto dal nulla dalla potenza, sapienza e bontà infinita di Dio. La nostra stessa vita è un dono gratuito di Dio! La fede nella risurrezione dei morti è una radicalizzazione della fede nel Dio creatore. “Chi comincia il suo Credo con la fede in un Dio Creatore onnipotente, può tranquillamente concluderlo con la fede nella vita eterna. Il Creatore onnipotente che dal non essere chiama all’essere, è anche in grado di chiamare dalla morte alla vita”.

Se siete risorti con CristoI cristiani sono risorti con Cristo

La caratteristica dei cristiani non è semplicemente la fede in Dio, ma la fede nel Dio che ha risuscitato dai morti Gesù Cristo. Questa fede, unita ai Sacramenti della iniziazione cristiana ( Battesimo – Cresima – Eucaristia ), configura il cristiano al Cristo risorto, già fin d’ora, sul piano oggettivo, in maniera spirituale, misteriosa, ma reale ( mistica ), come anticipazione nel tempo presente di quella partecipazione piena alla gloria del Cristo risorto che avverrà alla fine dei tempi.

Questa è la fede della Chiesa apostolica, che troviamo splendidamente esposta nelle Lettere di San Paolo. Per la precisione, il mistero pasquale del Cristo è di morte e risurrezione e così anche la nostra partecipazione. Siccome però la novità appare più evidente nel risultato finale, allora si accentua la configurazione con il Cristo risorto. Citiamo un passo significativo della Lettera ai Romani: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rom 6,4 ). Il battezzato, risorto con Cristo, è una nuova creatura, un uomo nuovo, membro dell’unico Corpo di Cristo animato dall’unico Spirito, cioè la Chiesa di Cristo ( 6 ).

Sul piano operativo i cristiani manifestano di essere dei risorti in Cristo modellando la propria vita su quella di Gesù. “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria”( Col 3,1-4 ).

Dalle apparizioni del Cristo risorto la Chiesa riceve la vocazione alla missione, il mandato di continuare nel mondo l’opera redentrice iniziata da Gesù ( Gv 20,19-23; Mt 28,18-20; Mc 16,15-18; At 1,8 ). Essa è il popolo messianico che partecipa dell’ ufficio sacerdotale, profetico e regale del Messia (= Cristo ). Gode di molti carismi dello Spirito Santo per il bene unitario dell’intero organismo, il Corpo di Cristo e per portare la salvezza a tutte le genti.

L’attesa della parusia

Le comunità cristiane postpasquali hanno visto in Gesù risorto il Messia ( di qui il titolo di Cristo ) che portava a compimento la profezia di Daniele 7,13 ss. Non per nulla le dichiarazioni sul ritorno sono messe in bocca proprio a Lui e riprendono tutte le figure del Figlio dell’uomo che verrà sulle nubi ( Mc 13,18 e paralleli ). Come Figlio dell’uomo, ma seduto alla destra di Dio ( = Signore ), Gesù concluderà lo svolgimento della vicenda umana e si imporrà anche ai suoi avversari.

L’attesa della venuta del Signore glorioso si esprime nella acclamazione liturgica MARANA’ THA , Signore, vieni! ( 1 Cor 16, 22; Cfr Ap 22,20 ).

All’inizio l’avvento del Signore risorto era creduto imminente. San Paolo pensa di essere ancora in vita quando verrà il Signore a portare a compimento la vittoria sulla morte ( 1 Tess 4,17; cfr 1 Cor 15,51-52 ). Talvolta l’attesa ansiosa e spasmodica dava luogo a disordini, episodi di fanatismo e abbandono del lavoro ( 2 Tess 3,10-12 ). Per cui l’Apostolo deve intervenire per esortare i cristiani a una vita attiva e pacifica. Però Paolo dichiara con profonda convinzione la provvisorietà di tutte le cose: il tempo si è fatto breve, per cui non vale più la pena di sposarsi o impegnarsi negli affari ( 1 Cor 7,29-31 ).

Pian piano si assume un atteggiamento più sereno, di vigilanza nella preghiera, nell’astensione dal male ( Lc 21,34-36; cfr 17,26-30 ) e nell’attività a servizio dei fratelli, come il servo di famiglia in attesa del padrone che tarda a venire ( Lc 12,35 ss ). San Giovanni nel suo Vangelo introduce una novità di rilievo. Egli pone in risalto la presenza attuale del Cristo risorto nella comunità cristiana mediante il suo Spirito, definito l’altro Consolatore ( Gv 14,16 ) (mentre era in vita era Gesù il Consolatore dei suoi discepoli ). Lo Spirito Santo ci conferisce la capacità di conoscere Dio mediante il dono della fede, di amarlo sopra ogni cosa e di testimoniare l’amore fraterno fino a dare la vita per gli altri come ha fatto Gesù ( Gv 14,15-25 ). Egli è il conferitore di tutti i doni o carismi che noi possediamo per il bene del Corpo di Cristo che è la Chiesa, compreso il carisma della cura dei malati e il dono delle guarigioni ( 1 Cor 12,4-11).

In altre parole, San Giovanni mette in rilievo quello che Gesù ha “già” attuato con la sua passione-morte-risurrezione ed effusione dello Spirito Santo, cominciata sulla croce e completata il giorno di Pasqua. E’ come se la parusia ( avvento finale del Cristo glorioso ) fosse già in qualche modo attuata. Ora è il giudizio di questo mondo ( Gv 16,11 ); la vita eterna comincia qui ( Gv 5,24 ) e si manifesta nei gesti di bontà che il cristiano compie animato dallo spirito dell’amore.

Tutto questo viene affermato senza togliere nulla alla venuta finale del Signore, come viene detto molto bene nell’Apocalisse, un libro di consolazione indirizzato ai cristiani perseguitati: alla fine Cristo vendicherà il sangue dei martiri con il giudizio di condanna dei malvagi e la premiazione dei giusti ( Ap 11,15 ss; 12,10 ss; 15,3 ss; 19,6 ss). La Gerusalemme celeste è piena di luce e di gioia, “ non ci sarà più la morte, nè lutto, nè affanno, perchè le cose di prima sono passate”( Ap 21,4; 22,4-5 ).

Nell’attesa che tutto ciò si compia, bisogna armarsi di pazienza ( Ap 6,10-11 ). Il Signore è fedele alla sue promesse e “verrà presto”, perciò la Chiesa continua a pregare con fiducia: “Vieni, Signore Gesù” ( Ap 22,20 ).

Concludiamo con una citazione di San Paolo, che sottolinea il compito di noi cristiani che proprio perché consolati da Dio, dobbiamo farci consolatori dei fratelli in nome di Dio. “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” ( 2 Cor 1,3-4 ).

24 Martiri bFATEBENEFRATELLI = CONSOLATORI

La Spiritualità dei Fatebenefratelli si può trovare concentrata in queste parole di San Paolo: “ Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perchè possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-4).

Come Istituto religioso di vita mista, non corre il rischio come il monachesimo, nato da una diffusa spiritualità di fuga dal mondo, di pensare solo alle cose dello spirito e trascurare i bisogni dei poveri. La spiritualità dei Fatebenefratelli non è assolutamente alienante: non si limita a pregare per i malati, o a organizzare pellegrinaggi ai santuari della Madonna o di Sant’Antonio o di San Riccardo, ecc. per ottenere miracoli.

Il voto di ospitalità ci impegna qui e adesso alla cura e all’assistenza dei malati e dei bisognosi, anche con rischio della vita. La spiritualità dei F.B.F. nasce dalla teologia della creazione e dell’Incarnazione, ben illustrata dal Concilio Vat. II, impegna alla trasformazione del mondo, quindi all’azione concreta per la cura e l’assistenza dei malati, alla lotta contro ogni forma di sofferenza che opprime l’umanità, a imitazione di Cristo e di San Giovanni di Dio ( C 21 ).

Il Fatebenefratello è chiamato a fare una sintesi della vita contemplativa e della missione caritativa, sull’esempio di San Giovanni di Dio, il quale “visse in perfetta unità l’amore a Dio e al prossimo” ( C 1,1 ). Si rifà allo spirito originario del cristianesimo, che con grande stupore dei pagani, a differenza di tutte le altre religioni che si rivolgevano esclusivamente ai sani, si occupava seriamente dei malati e dei bisognosi sull’esempio di Gesù, al punto che pian piano si è coniata tra i cristiani la definizione di Gesù come medico delle anime e dei corpi ( 8 ).

I malati, ai quali è rivolta la nostra missione in forza del carisma dell’0spitalità, sono delle persone che attraversano una fase della vita segnata dalla sofferenza, che sovente non è solo fisica ma anche psicologica, e minaccia di far crollare ogni speranza per il futuro. E’ la persona che con la malattia entra in crisi esistenziale, come Giobbe sul letamaio, abbandonato da tutti, anche dai propri cari. “Lo stato di malattia è accompagnato da intensi sentimenti di ansia diffusa, di insicurezza emotiva e di perdita di sicurezza sociale” ( 9 ).

Si consola curando

La consolazione consiste anzitutto – questo è evidente – nel restituire la salute al malato. Quindi i nostri Centri devono essere continuamente aggiornati in modo da rispondere sempre a questa esigenza fondamentale. I religiosi e il personale medico e infermieristico devono continuamente aggiornarsi professionalmente. Le strutture, le apparecchiature tecniche, ecc. vanno continuamente rinnovate.

Si consola con la comprensione

Ma il malato non è un “caso” clinico, è una persona umana, che per di più soffre e spesso nasconde in sè un dramma. Anche di questo dobbiamo farci carico, non solo il Cappellano, ma tutti, religiosi e laici, operatori sanitari e volontari che accostano i malati. Negli ospedali moderni malati di elefantiasi e di supertecnicismo il problema numero uno è quello della umanizzazione. “L’infermiere non è un metalmeccanico” ha cominciato a predicare il sottoscritto ancora negli anni ‘60. “Più cuore in quelle mani” diceva San Camillo e questo motto è ripreso da P. Pierluigi Marchesi come titolo di un articolo significativo appena pubblicato ( 10 ). Ma il problema dell’umanizzazione è stato trattato a fondo dal medesimo Padre quando era Generale dei Fatebenefratelli nel libretto:Ospitalità verso il 2.000.

Vita consecrataSi consola con la speranza cristiana

Se l’umanizzazione deve essere l’obbiettivo di tutti, ai cristiani e ai religiosi viene chiesto qualcosa di più: l’evangelizzazione del mondo della sanità.

La recente esortazione apostolica “Vita consecrata” ricorda ai religiosi e alle persone consacrate “che fa parte della loro missione evangelizzare gli ambienti sanitari in cui lavorano, cercando di illuminare, attraverso la comunicazione del valori evangelici, il modo di vivere, soffrire e morire degli uomini del nostro tempo” ( 83,3 ). Già prima le Costituzioni dell’Ordine ospedaliero avevano recepito questo principio. “Perciò viviamo la nostra assistenza agli ammalati e il nostro servizio a favore dei bisognosi, come annuncio e segno della vita nuova ed eterna conquistata dalla redenzione di Cristo” ( C 21,2 ).

E ancora meglio: “Nell’ambiente tecnicizzato e consumista della società moderna, nel quale si scoprono ogni giorno nuove forme di emarginazione e di sofferenza…noi siamo chiamati: – a realizzare la nostra missione con atteggiamenti e modi umanizzanti; – a proclamare, come Gesù, che i deboli e gli emarginati sono i nostri prediletti; – a vivere il nostro servizio come espressione del valore escatologico della vita umana”( C 44 ).

Ma noi Fatebenefratelli da diversi anni parliamo di nuova ospitalità per una nuova evangelizzazione. E in questo compito ci sforziamo di coinvolgere anche i nostri collaboratori laici credenti e praticanti, che condividono con noi il carisma dell’ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Per meglio raggiungere questo scopo sono stati istituiti dei corsi di pastorale sanitaria aperti ai collaboratori laici maggiormente sensibili ai valori dello spirito.

Fatebenefratelli-Hermanos-HospitalariosIl compito dei Fatebenefratelli e degli operatori della pastorale sanitaria è paragonabile a quello dei profeti: parlare in nome di Dio, tenere accesa la speranza anche nei momenti più duri, pensare a quello che ha fatto Cristo per noi, alla sua salvezza percepibile già ora nella nostra vita e alla salvezza eterna che Egli ha preparato per noi al termine della nostra vita terrena ( C 44 ).

Questo compito è certamente difficile, ma non mancano gli aiuti per impararlo. “La consolazione non è nè semplice ( poche parole convenzionali ) nè facile: è un’arte che s’impara alla scuola della vita propria ed altrui. E, come tale, è un vero mosaico, composto da tante e svariate tessere: silenzio, ascolto, rispetto, sentimento e tenerezza, attesa, sguardi, gesti… La possiamo esprimere ai malati infondendo speranza, illuminando l’interiore, facilitando una verifica, scuotendo a tempo opportuno, proponendo un cammino, pregando con formule o spontaneità”( 11 ).

Los-Hermanos-de-San-Juan-de-Dios-atendiendo-a-los-ancianos-en-Sevilla

NOTE

  1. 1 – G.Cionchi, Studiare Religione, vol. I , Ed. Elledici, Leuman ( Torino ), pag. 31.
  2. 2 – Id. pag. 104.
  3. 3 – H.Kueng, Essere cristiani, Mondadori, 1976, pagg.241-247.
  4. 4 – Id. pagg.297-298.
  5. 5 – Id. pag. 258.
  6. 6 – Id. pag.259
  7. 7 – AA.VV. Dossier: Celebrare l’ Avvento del Signore per essere servi della speranza, in: SERVIZIO DELLA PAROLA n. 233, 1991, Queriniana, Brescia, pagg. 5-62.
  8. 8 – J.C. Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993, pagg.73-75.
  9. 9 – P.M. Zulehner, TEOLOGIA PASTORALE vol. III, Capitolo secondo: La malattia, pag. 63. Tutto il capitolo è interessante: pagg.59-86.
  10. 10 – P. Marchesi, Più cuore in quelle mani, in: INSIEME PER SERVIRE n. 31, Genn/Mar 1997, pagg. 35-47.
  11. 11 – L. Di Taranto, “Consolare gli afflitti”: modelli a confronto, in: INSIEME PERSERVIRE, n. 31, Genn/Mar 1997, pagg.17-33. Il passo citato è a pag. 30.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  1. H.Kueng, Essere cristiani, Mondadori, 1976
  2. E.Charpentier, Cristo è risorto, Gribaudi, Torino
  3. W.Burghardt, Invecchiamento, sofferenza e morte, in CONCILIUM, 3 / 1991, La terza età, pagg. 92 ss.
  4. J.C.Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993
  5. P.M. Zulehner, TEOLOGIA PASTORALE, vol. III, Capitolo secondo: La malattia, pagg. 59 – 86
  6. AA.VV. Dossier: Celebrare l’Avvento del Signore per essere servi della speranza, in: SERVIZIO DELLE PAROLA n. 233 / 1991, Queriniana, Brescia, pagg. 5 – 62

11 – PADRE NOSTRO: IL FASCINO DEL MALE – Luca Beato o.h.

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Punto interrogativo

I FAMOSI:

  • “A pentirsi c’è sempre tempo, a peccare no!” Roberto Gervaso
  • “L’unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi.” Oscar Wilde
  • “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana di più e in quella settimana pioverà a dirotto”. Woody Allen
  • “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.” Charles Baudelaire
  • “Peccato celato è mezzo perdonato.” Giovanni Boccaccio
  • “Dio ha fatto l’uomo e il peccato l’ha contraffatto.” Paul Claudel
  • “Pochi amano sentir parlare dei peccati che amano compiere.” William Shakespeare
  • “Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene, questo significa peccare.” Pier Paolo Pasolini
  • “Non c’è nessun peccato, tranne la stupidità.” Oscar Wilde
  • “Il piacere è un peccato, ma qualche volta il peccato è un piacere”. George Byron
  • “Errare è umano, ma per incasinare davvero tutto è necessario un computer.” Arthur Bloch
  • “L’ozio è il padre dei vizi, ma il vizio è il padre di tutte le arti.” Paul Morand
  • “Gli uomini che non hanno vizi hanno molte poche virtù”. Abramo Lincoln

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XI

IL FASCINO DEL MALE

( E non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male )

“Il fascino del male” è il titolo della Rivista CONCILIUM n. 1 del 1998 edito dalla Casa Editrice Queriniana di Brescia. Il male ha un enorme fascino, nel senso etimologico del termine: ci incanta, ci strega. San Paolo esprime bene questa realtà drammatica dell’uomo. Vedo il bene, lo approvo e poi non lo faccio. Vedo il male, lo disapprovo e poi invece lo faccio. Chi mi libererà da questo corpo di morte? ( Cfr. Rom 14,25 ).

Noi abbiamo assistito recentemente a un fatto eccezionale nella storia della Chiesa: Domenica 12 Marzo 2000 il Papa ha chiesto perdono al mondo intero per i peccati della Chiesa contro l’umanità. Egli ne ha enucleati sette, ma si tratta solo di una indicazione che non pretende di esaurirli tutti. Eccone comunque l’elenco.

  1. Deviazioni dal Vangelo. Confessione dei peccati in generale: purificare la memoria e impegnarsi in un cammino di conversione.

  2. Crociate e inquisizione. Peccati commessi nel servizio della verità: intolleranza e violenza contro i dissidenti, guerre di religione, violenze e soprusi nelle crociate, metodi coattivi nell’inquisizione.

  3. Divisioni tra cristiani. Peccati che hanno compromesso l’unità del Corpo di Cristo: scomuniche, persecuzioni, divisioni.

  4. Persecuzioni degli ebrei. Peccati commessi nell’ambito del rapporto con il Popolo della prima alleanza, Israele: disprezzo, atti di ostilità, silenzi anche durante la Shoah voluta dai nazisti.

  5. Conversioni forzate. Peccati contro l’amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle altre religioni, in concomitanza con l’evangelizzazione: anche durante la conquista delle Americhe.

  6. Maschilismo e schiavismo. Peccati contro la dignità umana e l’unità del genere umano: verso le donne, le razze, le etnie.

  7. Ingiustizie sociali. Peccati nel campo dei diritti fondamentali della persona e contro la giustizia sociale: gli ultimi, i poveri, i nascituri, ingiustizie economiche e sociali, emarginazione ( CORRIERE DELLA SERA, Merc. 8 Marzo 2000, pag. 5. Per un approccio teologico cfr. TESTIMONI, Ed. EDB, Bologna, n. 6, 30 Marzo 2000, pagg.7-10 ).

Questi peccati ( ed altri non elencati, ad es. Condanna del Modernismo ) hanno un comune denominatore: la violenza, cioè la violazione dei diritti umani: guerre di religione, conversioni forzate, crociate, rogo per le streghe e gli eretici, schiavismo, razzismo, antisemitismo, inquisizione, oppressione delle coscienze, oscurantismo, ricatto morale.

Eppure quando queste cose sono state fatte nel passato, quelli che le hanno fatte credevano di fare delle cose giuste, che fosse loro diritto e dovere esercitare il potere a fin di bene: per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. E’ la sottile tentazione del potere, che, se non stai attento, ti strega e ti acceca così da scambiare il male per il bene e il bene per il male, come già a suo tempo diceva il profeta Isaia ( Is 5,20 ); ti fa credere di vedere, mentre sei cieco, come diceva Gesù alle autorità del suo tempo ( Gv 9, 41 ).

Tentazioni di Gesù

Le tentazioni di Gesù

Gesù viene presentato nei Vangeli sinottici come colui che sa resistere alle tentazioni, a differenza del popolo ebreo nel deserto, che invece aveva tentato Dio, mancando di fiducia e pretendendo dei miracoli. “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7 ). Nello stesso tempo Gesù diventa modello per noi cristiani come singoli e come chiesa. Matteo ha sempre davanti i problemi della chiesa del suo tempo. Le tentazioni di Gesù sono le tentazioni della Chiesa. Gesù le ha superate ma la chiesa ne è ancora soggetta.

Le tentazioni di Gesù sono messianiche, riguardano la sua missione.

Si rifanno al passato: Israele nel deserto, che non le ha superate.

Fanno riferimento alla Chiesa perché le superi, come Gesù.

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Tentazioni del popolo ebreo nel deserto

1 – pane: eccessiva preoccupazione, mancanza di fede: La fame di Dio è più importante di tutto il resto.” Non di solo pane vive l’uomo…”

2 – Massa e Meriba: “C’è Dio in mezzo a noi oppure no?”. E’ volere il miracolo a tutti i costi.

3 – Mosè sul monte vede la Terra promessa. La terra come possesso, non come dono di Dio.

“ Adora il Signore Dio tuo…” ( Bernhard Haering, Perché non fare diversamente?, Brescia, Queriniana, 1993, pagg. 21-28 ).

Ma per non correre il rischio di false interpretazioni, ci affidiamo alla spiegazione del famoso biblista Gianfranco Ravasi ( Secondo le scritture, anno A, Ed. Piemme, 1992, pagg. 63-65 ).

«Il tentatore si accostò a Gesù e gli disse: Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino

pane. Ma egli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Il diavolo lo condusse sul pinnacolo del Tempio e gli disse: Se sei Figlio di Dio, gettati giù…

Gesù gli rispose: Sta scritto: Non tentare il Signore Dio tuo.

Il diavolo lo condusse su un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e gli disse:

Tutte queste cose ti darò se, prostrandoti, mi adorerai. Gesù gli rispose: Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto!» (Mt 4,1-11).

“Il racconto delle tentazioni di Gesù è costruito da Matteo su uno spartito che sopra abbiamo cercato di mettere in luce nei suoi movimenti fondamentali: c’è una triplice tentazione diabolica a cui risponde, in contrappunto, una triplice citazione della Bibbia da parte di Gesù («Sta scritto»). Le tre scene risultanti sono accompagnate da due quinte scenografiche. La prima è nel fondale ed è il deserto che evoca allusivamente la crisi di fede di Israele pellegrino nelle steppe del Sinai. La seconda è, invece, quella dell’orizzonte palestinese, la terra promessa col «pinnacolo» ( che è lo spigolo più alto delle mura del Tempio, a strapiombo sulla valle del Cedron ) e col «monte altissimo» che la tradizione popolare ha identificato col Monte della Quarantena che incombe sulla stupenda oasi di Gerico, simbolo di prosperità e di splendore. Con questa «sceneggiatura» appare già un tema caro a Matteo: in Gesù si raccoglie il vero Israele fedele che non cede ai progetti diabolici di potenza e di trionfo. Il tentatore, infatti, fa balenare davanti al Cristo e al suo discepolo tre forme di messianismo e, se si vuole, di religiosità. La prima tentazione, quella delle pietre che diventano pani, potremmo definirla terrenista, legata alla materialità delle cose.

Certo, Cristo è stato spesso dolorosamente colpito dalla fame del mondo. Prima della moltiplicazione dei pani egli si commuove davanti alla folla degli affamati di allora e diogni tempo (Mc 6, 34). Ma, dopo averli sfamati, appena si accorge che lo scambiano per un capo di stato ideale, «sapendo che lo volevano fare re, si ritira subito sulla montagna, tutto solo» (Gv 6, 15).

La seconda forma di messianismo simboleggiata dal tentatore nel volo dal Pinnacolo potremmo definirla taumaturgica. E’ quella di una religione magica, pubblicitaria, da stella dello spettacolo sacro. Essa umilia la vera fede che, pur non essendo assurda, è rischio, è libertà, è un fidarsi della Parola divina. Gesù e Paolo al riguardo sono inesorabili: «Questa generazione adultera e perversa cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato», si legge in Mt 16, 4, mentre nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo scrive: «I giudei chiedono miracoli, i greci cercano la sapienza, noi proclamiamo Cristo crocifisso» (1, 22-23).

Ed ecco in crescendo la tentazione più forte, quella del messianismo politico. E’ la religione del potere e del benessere, un’ idolatria implacabile che dal suo fedele esige una totalità assoluta in dedizione, simile a quella che lega il fedele autentico al Dio vivo e vero: «Non potete servire a Dio e a mammona. O odierai l’uno e amerai l’altro o ti affezionerai all’uno e disprezzerai l’altro» (Lc 16, 13). Gesù non si compromette col potere politico, il suo non è un progetto di dominio e di possesso ma di amore e di donazione.

La «tentazione dei pani» si risolve, allora, nell’adesione al progetto di Dio che è più grande dei sistemi economico-sociali. La «tentazione del Tempio» si risolve nel rifiuto della pseudo-religione che, anziché servire Dio, pretende di servirsi di Dio. La «tentazione del monte» si risolve nel rifiuto del potere oppressivo ed egoistico e nell’adesione all’unica signoria, quella di Dio. Ora, Gesù replica alle tre sfide di Satana con un’unica arma, quella della Parola di Dio. Non usa nessuna parola sua ma solo quella «scritta» nella Bibbia. Anche il cristiano, che cammina nella foresta dantesca della vita, popolata dalle provocazioni sottili o plateali del benessere, del successo e del potere, deve avere come guida la Parola di Dio che è «come fuoco che brucia e come martello che spacca la roccia» del male (Ger 23, 29)”.

Bernhard Haering, grande moralista, spiega le tre tentazioni che Gesù ha superato, con chiaro riferimento alla Chiesa, che invece sovente non è riuscita a superarle.

Gesù ha superato le tre tentazioni come progetto subito dopo il Battesimo, inteso come consacrazione a Dio per la missione messianica, da svolgere non con la potenza e la gloria, ma con la non violenza e lo spirito di servizio, come era indicato nei quattro Canti del Servo di JHWH ( Isaia ). ( Cfr. Bernhard Haering, Perchè non fare diversamente?, Queriniana, Brescia 1993, pagg. 20 ss. ).

  1. – La religione come articolo di consumo. Il miracolo come scorciatoia per risolvere il problema dei generi di prima necessità. Chi entra nel Regno di Dio trova la soluzione di questo problema mediante la condivisione dei beni.

  2. – Comportamento sacralizzato pieno di ostentazione e di supponenza, accompagnato da pie massime in luoghi sacri. Gesù ha smascherato questo tipo di religione con il proprio esempio di religiosità vera. Egli gioisce per il fatto che il Padre rivela ai piccoli quanto rimane nascosto ai sapientoni, agli specialisti della religione, che si credono saggi e dotti ( Lc 10,21-22 ). E’ la strumentalizzazione della religione per il proprio tornaconto.

  3. – Religione al servizio del potere: appellarsi al nome di Dio, a idee e posizioni religiose per acquisire così potere sugli altri. La religione al servizio del potere, cioè della schiavizzazione e dello sfruttamento è una tentazione satanica, un inganno diabolico.

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Lo stile di vita di Gesù

Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, mentre si preparava a cominciare la sua vita pubblica, sono delle anticipazioni di quanto Egli farà effettivamente durante lo svolgimento della sua missione di Messia.

Gesù non ha simpatia per i ricchi, i potenti, le autorità religiose, economiche e politiche del suo tempo. A queste categorie di persone Gesù rivolge una serie di “guai a voi” ( Mt 23, 14-39; Lc 6,9 ). Gesù vuole la Legge a servizio dell’uomo e non l’uomo schiavo della Legge ( Mc 2,27-28 ). Gesù vuole il Tempio come casa di preghiera e non un centro commerciale ( Mc 11,15 ss ). Gesù vuole una Religione che favorisca la fraternità e non fine a se stessa ( Mt 5,23-24 ). Amore di Dio e amore del prossimo devono stare strettamente uniti. Non si può essere religiosi, compiere atti di culto a Dio e poi essere crudeli con gli uomini. La persona umana è al centro delle attenzioni di Gesù. Quindi la sua premura, la sua attenzione, la sua compassione, le Beatitudini sono rivolte a quelli che soffrono. Il popolo semplice e ignorante, i poveri, i bambini maltrattati, le donne oppresse, i malati “oppressi dal diavolo”, i peccatori pubblici scomunicati, esclusi dalla sinagoga e dal Tempio.

Gesù era di condizioni modeste, non aveva titoli di studio. Egli si è circondato di gente semplice. Gli Apostoli erano quasi tutti pescatori: gente semplice e ignorante. Egli ha messo in guardia i suoi discepoli dalla tentazione del potere ed ha insegnato loro con l’esempio e la parola lo spirito di servizio reciproco.

Il discepolato dice dipendenza spirituale verso l’unico Signore e Maestro, Gesù Cristo. Ma i discepoli, tra loro, hanno un rapporto di fraternità che chiama non al potere dell’uno sull’altro, ma al servizio reciproco. La parola più usata per indicare questo servizio è la diaconia, una parola profana che significa in senso stretto il servizio a tavola. E’ a tavola che risalta maggiormente la differenza tra il padrone, che siede a mangiare con gli amici, rivestito di vesti ampie e lunghe, e i servi che si affaccendano in vesti succinte nel servizio della mensa. “Chi tra voi vuol essere grande, sia il vostro servitore a tavola; e chi tra voi vuol essere il primo, sia lo schiavo di tutti ( Mc 10,43 s ).

Questa sentenza ricorre ben sei volte nei Sinottici. Giovanni inoltre la rincara con la narrazione della lavanda dei piedi, fatta da Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena ( Gv 13,1-17 ). Gesù ha compiuto questo gesto per insegnarci che i nostri rapporti vicendevoli devono essere improntati al servizio reciproco, umile, profano, modesto, richiesto dalle situazioni anche banali della vita di ogni giorno. Non era nelle intenzioni di Gesù darci l’indicazione di una cerimonia da farsi in Chiesa una volta l’anno, ma indicarci lo spirito di servizio che deve animare i rapporti interpersonali. Chi poi viene posto in autorità, deve avere uno spirito di servizio maggiore, perché si allargano i confini della sua carità.

Quindi la Chiesa voluta da Gesù non è la Chiesa del “potere sacro”, del “sapere sacro”, della “sacra dignità”, ma la Chiesa del grembiule, la Chiesa del servizio.

potere

Le tentazioni storiche della Chiesa

Purtroppo la storia della Chiesa sta a dimostrare che il popolo di Dio nel suo cammino lungo i secoli spesso non ha saputo imitare il suo Maestro, ma è caduto nella tentazione più allettante ed ammaliante: quella del potere politico-religioso.

Fino al 313 d.C. i cristiani erano una minoranza sparuta nell’ambito dell’impero romano e subivano persecuzioni da parte dello stato pagano. Ma una volta acquistata la libertà, e diventati più numerosi e più forti degli altri, hanno cominciato a perseguitare i più deboli: gli ebrei e i pagani. Ci si aspetterebbe un rimprovero da parte delle autorità religiose, invece Sant’Ambrogio elogia i cristiani che vanno a incendiare le sinagoghe degli ebrei. ( Cfr. CONCILIUM,op. cit. pag. 37 ). E come lui fanno tanti Padri della Chiesa. Questo è solo l’inizio di una spirale di violenza che è andata sempre più sviluppandosi, man mano che aumentava il potere della Chiesa di Roma.

DiavoloSan Bernardo di Clairvaux, da tutti conosciuto come il cantore della Vergine Maria, si rivela sul nostro argomento un fanatico sostenitore della violenza in nome della Religione. Nel libro “A lode dei nuovi soldati” i Templari (1128-1136 ) fa una vera apologia delle Crociate e afferma categoricamente: “Uccidere un nemico per il Cristo è guadagnarlo a Cristo; morire per il Cristo è guadagnare il Cristo per sè”. Quando il soldato di Cristo uccide un malfattore non è un omicida ma un “malicida” e quindi compie un atto altamente meritorio.( AA.VV. Dio, la violenza e la pace, in: SERVIZIO DELLA PAROLA, Queriniana, Brescia n. 304 Gennaio 99 pagg.20-21 ).

Chi-sono-i-gesuitiI missionari Gesuiti in Brasile applicano alla lettera il testo di Luca 14,23: “Spingili ad entrare”. “Per questo tipo di persone non c’è predica migliore della spada e della verga di ferro” ( CONCILIUM, op. cit. pag. 74 ).

Le popolazioni indigene dell’America erano considerate di razza inferiore ai bianchi conquistatori, per ragioni di natura o di sangue, secondo dati desunti da Aristotele. Gli indios non discenderebbero da Adamo, come i bianchi europei.

Alessandro VIL’autorità del Papa in questo tempo è totale, è come Dio in terra. “…nella presunzione di una sovranità vera e propria di ordine economico-politico…Alessandro VI assegnerà ai re di Spagna, per mano di Colombo, tutte le isole trovate o da trovare, scoperte o da scoprire con tutti i loro domini, città, castelli, luoghi e ville, giurisdizioni e pertinenze” e a Colombo darà il compito di indurre queste popolazioni alla professione della fede cattolica ( Ernesto Balducci, Il razzismo nella storia, in: RELIGIONE e SCUOLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 3 , Nov.1990, pag. 31 ).

Come mai è penetrata nel cristianesimo la sete del potere, del dominio, dello sfruttamento? come mai la Chiesa ha finito per organizzarsi in una maniera totalmente opposta all’insegnamento di Gesù e alla prassi della chiesa primitiva? quali strumenti ha adoperato, quali giustificazioni ha portato?

Il modello è quello della società civile dell’impero romano, dove l’autorità dell’imperatore veniva divinizzata. Le giustificazioni bibliche vanno cercate nell’Antico Testamento, dove vigeva quel sistema politico-religioso che va sotto il nome di Teocrazia. Gesù aveva fortemente criticato quel sistema, facendo eco alle voci dei profeti. Questo è stato uno dei capi di accusa che hanno portato Gesù sulla croce.

Quanto al metodo, siccome si tratta di cose giuridiche, per cui vale il principio: “Il diritto sta scritto”, ogni tanto si fanno scoprire nelle biblioteche dei testi giuridici, attribuiti a gente importante del passato, che creano un qualche diritto nuovo. La critica posteriore ha scoperto che si tratta di falsi storici ( Lorenzo Valla, sec. XV ). Ma intanto sono serviti allo scopo di fondare un nuovo diritto.

Pseudo-Dionigi-AreopagitaLo Pseudo-Dionigi ( sec.VI ) crea la Chiesa gerarchica del Clero in contrapposizione al popolo. ( H. Kueng. Cristianesimo, Essenza e storia, Ed. Rizzoli, 1997, pag.322. Ivi si parla anche di “falsificazioni simmachiane”: prima sedes a nemine iudicatur: il Papa non può essere giudicato da nessuno ).

La “donatio Constantini” ( sec. VIII ) crea il diritto al potere temporale del Papato. ( Id. pag. 352 ). Il Papa Zaccaria consacra re Pipino il breve “gratia Dei” e questi trasforma la falsa donazione di Costantino ( 756 ) in donazione di Pipino.

Le decretali pseudo-Isidoriane ( sec. IX ) rafforzano il potere dei Vescovi e per conseguenza quello del Papa ( Id. pagg. 363-372. Di queste cose si è occupato il XVI Congresso internazionale delle scienze storiche, Stoccarda 1985: dove è emerso chiaramente l’intento di rafforzare sempre più il potere di Roma con qualsiasi mezzo, anche illecito, pag. 369 ).

Siamo al tempo della creazione del Sacro Romano Impero con Carlo Magno, incoronato imperatore dal Papa Leone III nel Natale dell’800, che rappresenta l’affermazione della superiorità di Roma sulla Chiesa d’Oriente, legata all’impero romano d’Oriente che ancora esisteva ( Id. pag. 353 ).

Papa Nicolò ICon Nicolò I ( 858-867 ) mediante i falsi storici su indicati si afferma l’autorità assoluta e suprema del Papa, che la riceve da direttamente da Dio e ne comunica una parte all’Imperatore. Il Papa nomina i Vescovi conferendo l’investitura del Feudo ecclesiastico e questi nominano i preti dando loro la Parrocchia. L’imperatore concede i feudi con l’investitura laica a Vassalli, Valvassori e Valvassini. E’ la società feudale, dove l’autorità piove dall’alto; il criterio di scelta è la fedeltà, sotto giuramento. Il metodo di governo è l’imposizione. Su questa linea si organizza la famiglia e tutta l’educazione della gioventù a casa e a scuola.

Questa mentalità di violenza e di dominio è rimasta intatta, a tutti i livelli, nella società civile fino alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ( 1948 ) e nella Chiesa fino al Concilio Vaticano II (1961-1964 ). Nel mio soggiorno a Milano negli anni 60, subito dopo il Concilio, ho fatto a tempo a conoscere un vecchio esponente della lotta di piazza dei giovani cattolici contro gli anticlericali all’inizio del nostro secolo. Era soprannominato “Trovamala”, il che è molto significativo. Si gloriava, tra l’altro, di essere andato a fischiare la prima della Butterfly di Puccini alla Scala di Milano e di averla fatta cadere, perché esaltava il suicidio.

Tiara di Paolo VI

Veramente il nostro Papa nel suo recente viaggio in Egitto ha compiuto un gesto di coraggio profetico, dopo quello di Papa Paolo VI, quando rinunciò alla Tiara, simbolo del potere temporale, alla chiusura del Concilio. Ai rappresentanti della Chiesa Copta egiziana e di quella Ortodossa d’Oriente ha dichiarato che, se per l’unità delle Chiese occorre mettere in discussione l’autorità del Papato, egli è disposto a farlo radunando a questo scopo teologi e vescovi rappresentanti delle varie chiese. L’unità della Chiesa universale non si fa nella sottomissione a Roma, ma nella comunione della varie chiese sorelle. E’ la chiesa come comunione fortemente voluta dal Concilio Vaticano II, altrimenti detto principio della collegialità nell’esercizio dell’autorità. Il Papa ora ha accanto a sè il Sinodo dei Vescovi; i Vescovi hanno il consiglio pastorale e il consiglio presbiterale; i parroci hanno il consiglio pastorale e la commissione dei beni economici. Certo il cammino è ancora lungo, ma è stata imbroccata la via giusta e si sono fatti anche dei passi importanti, che fanno ben sperare per il futuro.

Quando parliamo dei peccati della Chiesa, di richieste di perdono, di necessità di conversione, di abbandono della mentalità di violenza, non pensiamo sempre agli altri, o alla Curia di Roma, ma a noi stessi: ognuno di noi deve diventare mite e umile di cuore come Gesù, non violento, tollerante, paziente come il Servo di YHWH.

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La quarta tentazione di Gesù

L’ultima tentazione di Gesù, non è quella inventata da Scorzese nel film che porta questo titolo, cioè la tentazione del sesso. Ma è la tentazione di Gesù nell’Orto del Getsemani, quella di evitare l’insuccesso, l’umiliazione, la passione e la morte di croce. E’ la paura di essere abbandonati da Dio ( Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ). Gesù ha vinto anche questa tentazione. ( Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu. Mc 14,36 ) Egli ha affrontato la condanna a morte perdonando ai suoi crocifissori ( Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno Lc 23,34 ) e mantenendo la piena fiducia nel Padre suo ( Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito Lc 23,46 ).

“Gesù non è solo il Messia tentato, ma passa attraverso la tentazione del Messia. Si tratta della tentazione a pensare la sua missione secondo le attese predisposte in antecedenza allo svolgersi effettivo degli eventi pasquali, si tratta di vivere la propria missione secondo una logica di potenza che non lascia nelle mani di Dio la propria missione e il proprio destino. Per questo vanno segnalati i tre luoghi dove appare quest’ultima tentazione: essa è quella decisiva.

A metà del cammino verso Gerusalemme la tentazione di Pietro: il rimprovero a Gesù del primo apostolo dopo la confessione di Cesarea ( Mc 8,31-33; Mt 16,21-23 ) viene bollato con le stesse parole rivolte al diavolo: «Va’ via, dietro a me, satana! ». Si tratta della tentazione di pensare lo stile della missione di Gesù, non secondo Dio, ma secondo le attese umane, di prefigurarla secondo uno schema di potenza.

Poi al Getsemani ( Mc 14,32-42; Mt 26,36-46; Lc 22,39-46) Lc stesso presenta l’episodio incorniciandolo entro una duplice esortazione: «Pregate (Levatevi) per non entrare in tentazione» (vv. 40b. 46b.).

Similmente la sfida e lo scherno davanti alla croce ( Mc 15,29-32; Mt 27,39-44; Lc 23,35b-39) riprendono alla fine della missione di Gesù le tentazioni dell’inizio: «Ha salvato altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, l’eletto» (Lc 23,35; «se sei Figlio di Dio» Mt 27,40). Il Cristo, il figlio di Dio deve salvare se stesso: questa è la suprema tentazione, questo è il nostro desiderio, questa è la lotta che gli uomini sotto il potere del principe di questo mondo ingaggiano dinanzi alla rivelazione della morte di croce. Gesù, però, non fa valere se stesso neppure col pretesto di essere il rappresentante ultimo della verità di Dio, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo e portando persino la violenza ed il rifiuto peccaminoso degli uomini. E’ proprio tale rifiuto che genera la morte di Gesù. E’ come se noi dicessimo: se c’è Dio – in tal modo pensano i capi del popolo, ma forse anche Giuda, e in misura diversa gli altri, la gente, il popolo, le donne, i discepoli, Pietro, noi stessi – non può agire così, non può abbandonare Gesù, deve sostenere la sua pretesa, deve dar ragione a Gesù, deve confermare lo stile della sua missione…

Il rifiuto di Dio si colloca allora nel cuore della sua manifestazione. Noi non vogliamo accettare Dio così come è in se stesso, come si rivela, vogliamo quasi insegnare il mestiere a Dio. Ma questo non pone in crisi il disegno di Dio, non lo mette in difficoltà, così che Dio debba ripensarlo e rifarlo. Dio, attraverso la dedizione di Gesù, abbraccia, perdona, salva dal di dentro il nostro rifiuto e la nostra negazione. Egli non scambia il nostro rifiuto e il nostro peccato con l’innocenza di Gesù, «facendo pagare» a Lui ciò che dovremmo pagare noi. Come è pericoloso questo linguaggio di scambio! Il Padre assume il nostro rifiuto, lo porta su di sè; mandandoci il Figlio, viene Egli stesso come il Padre suo e ci perdona, ci guarisce, ci circonda, ci fascia le ferite, ci raggiunge là a Gerico, dove ci siamo cacciati lontani da Lui, dove lo abbiamo rifiutato perché ci eravamo costruiti una maschera di Dio

La tentazione del Messia

Tutto questo, però, noi lo sappiamo perché Gesù ha superato l’estrema tentazione. Infatti, c’è un momento (oltre ai gesti e ai detti profetici di Gesù) dove questa domanda trova una spiegazione luminosa: è l’ultima cena. Nel contesto di una comunione particolarmente intima con i suoi, Gesù offre la comunione ultima e definitiva al regno di Dio, attraverso il corpo dato e il sangue versato, cioè attraverso la sua persona, proprio quando è prevedibile che egli venga tolto di mezzo in modo violento.

Egli propone un gesto sconvolgente in cui sembra tolto colui che è donato. L’ultima cena allora, prima di lasciarci un gesto in sua memoria, spiega il lato oscuro della croce. Forse proprio qui si ritrova l’abisso ineffabile di come Gesù ha compreso e spiegato la sua morte: il morire di Gesù, e il morire di croce, è il luogo di una dedizione incondizionata di sè, di una solidarietà assoluta che si realizza precisamente nel non far valere che egli è il Messia. Gesù lascia nelle mani di Dio la sua identità, perché sa che Dio è il Padre suo. E offre ai suoi discepoli il modo con cui continueranno ad entrare in comunione con il mistero di Dio, anche se in maniera così oscura. Gesù non fa valere in questo mondo, davanti agli uomini, il suo amore e la sua carità neppure con il pretesto di essere il Figlio unico; lascia tutto nelle mani di Dio e si espone ad essere frainteso e rifiutato dagli uomini.

Il Messia tentato vince la tentazione del Messia. Questo si rivela nell’eucaristia di Gesù: lì c’è un amore senza condizioni, neppure la condizione che sia accolto come l’amore di Dio. Con la morte di croce, prefigurata nel gesto della cena, egli mostra che il Regno di Dio si realizza superando tutti gli schemi, secondo un disegno che solo il Padre conosce. Possiamo così concludere che la tentazione superata alla fine della vicenda di Gesù è forse il cuore della tentazione vinta già nella lotta con satana all’inizio del ministero di Gesù. Questo spiega la scarna notizia di Marco, ma illustra ugualmente il senso della triplice tentazione di Matteo e Luca” ( Fr.G.Brambilla, Il Messia tentato, in: SERVIZIO DELLA PAROLA n. 275, Brescia, Queriniana, Marzo 1996, pagg. 16 – 19 ).

Quanto sia difficile accettare il messia crocifisso, ce lo fa capire San Luca nell’episodio dei discepoli di Emmaus ( Lc 24,25 ss : Schiocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? Cfr. v.46 ).

Sullo sterminio degli Ebrei è stato fato un film dal titolo provocatorio: “ Quel giorno Dio non c’era”. Anche noi di fronte a qualche disgrazia improvvisa e straordinaria diciamo: “ Come è possibile che Dio permetta queste cose?

La redenzione di Cristo non elimina la sofferenza. La forza dell’amore la trasforma. La risurrezione di Cristo non elimina la sua passione e morte, ma le conferisce il suo significato vero, che prima rimaneva nascosto.

La morte di croce di Gesù è scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per i credenti è potenza e sapienza di Dio ( 1 Cor 1,23 s ). Perciò San Paolo predica il Cristo crocifisso e risorto. Il risorto conserva i segni della passione non solo nelle apparizioni ai discepoli, ma anche presso il Padre celeste per intercedere a nostro favore.

La sorte dei discepoli non può essere diversa da quella del maestro. Anche noi dobbiamo abbracciare la nostra croce quotidiana e seguire Gesù.

Morelli - tentazione

Ma le tentazioni sono solo quattro?

Il Vangelo ci parla di queste, perché sono le più eclatanti. Ma ce ne sono altre!

Ricordiamo, per esempio, l’elenco dei vizi capitali:

1 – Superbia, 2 – Avarizia, 3 – Lussuria, 4 – Ira, 5 – Gola, 6 – Invidia, 7 – Accidia.

Noi possiamo diventare schiavi di ciascuno di questi idoli, se non superiamo la nostra vita istintiva, mediante l’uso della ragione per raggiungere la maturità umana e mediante il dono dello Spirito Santo che ci rende nuove creature capaci di vivere da figli di Dio e da fratelli tra di noi.

Gesù Cristo, crocifisso e risorto, che ha vinto per sè e per noi il peccato e la morte, ci conceda lo spirito di fortezza per resistere alle tentazioni, al fascino del male e per seguire Lui, Signore e Maestro, sulla la via della passione e della croce, per potere partecipare alla gloria della risurrezione nel suo Regno eterno.

Non lasciarci cadere nella tentazione, ma liberaci dal male” 

Papa Francesco -5 maggio

10 – PADRE NOSTRO: LA RICONCILIAZIONE FRATERNA – Luca Beato o.h.

Rimetti a noi

X

LA RICONCILIAZIONE FRATERNA

( Rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori )

La grazia di Dio

Dio è amore infinito, gratuito, creativo, redentivo, sanante, santificante, immortalizzante. L’uomo è colui che riceve tutto da Dio, la vita fisica, la salute, la felicità, la vita dello spirito, la promessa della vita eterna come partecipazione alla vita immortale di Dio stesso. Quello che Dio chiede all’uomo è il riconoscimento di questo rapporto creaturale e filiale nei suoi confronti. L’amore di Dio verso l’uomo, amore di benevolenza infinita, diventa amore di amicizia soltanto quando l’uomo ricambia con il suo amore, elevato al di sopra di tutte le cose del mondo, l’amore di Dio. “Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”( Mc 12,29-30 che cita Dt 6,4-5). Questo veniva insegnato anche nell’A.T. e si pensa che queste famose parole del Deuteronomio siano state ispirate dal profeta Osea.

Gesù conferma che questo è il primo e il più importante dei comandamenti però vi aggiunge subito il secondo comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”( Mc 12,30 che cita Lv 19,18 ), aggiungendo: “Non c’è altro comandamento più importante di questi”, come dire che i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo sono strettamente legati tra di loro da costituire una unità perfetta. Questa è la novità portata da Gesù: non si può pensare di amare Dio se non si amano gli uomini nostri fratelli perché sono anch’essi figli di Dio, oggetto del suo amore paterno.

Religione e morale, secondo Gesù, non possono stare disgiunte, come invece avveniva di frequente. Non si può essere graditi a Dio con l’offerta di qualche sacrificio nel Tempio di Gerusalemme, se si hanno dei conti in sospeso con qualche fratello. “Se dunque presenti la tua afferta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” ( Mt.5,23-24 ).

La giustizia migliore predicata da Gesù nel discorso della montagna ha delle esigenze molto forti riguardo all’amore del prossimo. Non basta non uccidere, come impone il comandamento di Mosè; non basta quindi rispettare la vita fisica del prossimo, ma occorre avere un atteggiamento fondamentalmente benevolo verso di lui che ci fa evitare anche quelle parole offensive che facilmente ci escono di bocca quando siamo arrabbiati e che rappresentano una scarica della nostra aggressività nei suoi confronti. “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” ( Mt 5,21-22 ).

Beati

Anche la ricerca della giustizia nei confronti di chi ci fa del male, secondo Gesù non deve basarsi sui codici penali e civili, cioè non si deve rendere male per male ( occhio per occhio e dente per dente ). “…ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” ( Mt 5,38-42 ). E’ la regola della non violenza, del rendere bene per male. E questo comporta la capacità di rinunciare non solo alla vendetta, cioè al farsi giustizia da solo, ma anche al diritto di esigere la giustizia sancita nei codici civili e penali: la pena proporzionata alla colpa o il risarcimento del danno subito.

La misericordia deve prevalere sul diritto. “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia ( Mt 5,7. Cfr.6,14). Non giudicate e non sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Ipocrita…”( Mt 7,1ss ).

Ma le esigenze della giustizia migliore non si fermano qui. Gesù supera il particolarismo ebraico ed estende i confini dell’amore anche a quelli che non appartengono al popolo ebreo. L’amore del prossimo deve essere esteso anche ai nemici, ai persecutori, a quelli che ci fanno del male, perché Dio ama anche loro e noi dobbiamo essere imitatori di Dio. “…ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” ( Mt 5,45 ; Lc 6,27-38).

Il peccato

Il misconoscimento del nostro rapporto filiale con Dio e fraterno con gli altri figli di Dio, è il peccato. Ma Dio, che precede sempre l’uomo nell’amore, continua ad amarlo anche quando egli sbaglia allontanandosi da Lui. Dio chiama continuamente l’uomo alla conversione, al ritorno alla sua amicizia. Egli offre continuamente il suo perdono ai peccatori ed ogni volta che uno si converte si fa festa in cielo. Purtroppo, l’uomo può rimanere sordo all’invito di Dio. Questo è il peccato contro lo Spirito Santo ( Mc 3,29 ) quello che Gesù dice essere l’unico veramente imperdonabile da parte di Dio. E’ il rifiuto ostinato del perdono di Dio. Dio ti ha creato senza di te, ma non ti può salvare senza di te ( S. Agostino ).

La conversione

La predicazione di Gesù, che riguarda l’avvento del Regno di Dio e che esige dall’uomo la fede e la conversione ( Mc 1,14-15 ), si aggancia a quella del Battista e i primi discepoli di Gesù vengono dai seguaci di Giovanni.

L’annuncio del Regno di Dio si colloca in un orizzonte apocalittico, perché la tensione apocalittica giudaica raggiunge il culmine con la predicazione di Giovanni Battista. Egli predica l’avvento di Dio come giudizio per il popolo d’Israele. Per salvarsi non basta essere figli di Abramo e praticare una giustizia legale e formale. Occorre fare una penitenza diversa da quella delle pratiche ascetiche e cultuali. Occorre la conversione del cuore e la consacrazione totale della propria vita a Dio.

Caratteristico è il suo Battesimo di penitenza, amministrato una volta sola e offerto a tutto il popolo. Il Battesimo nel Giordano diventa il segno escatologico della purificazione ed elezione in vista dell’imminente giudizio di Dio. Anche Gesù si sottopone al Battesimo di Giovanni. Il fatto, dogmaticamente scomodo, è ritenuto, proprio per questo, veramente storico.

Ma la predicazione di Gesù si differenzia totalmente da quella del Battista per il suo contenuto. Il Regno di Dio predicato da Gesù non è un giudizio tremendo per il popolo, ma una grazia per tutti. Esso si realizza come eliminazione delle forze del male, non solo della malattia, della sofferenza e della morte, ma anche della povertà e dell’oppressione. E’ un messaggio di liberazione per i poveri, i tribolati e coloro su cui grava il peso di una colpa commessa; un messaggio di perdono, di giustizia, di libertà, di fraternità, di amore.

Lo sguardo di Gesù non è rivolto al passato, ma al futuro: un futuro migliore per il mondo e per l’uomo. Egli attendeva una radicale e imminente trasformazione della situazione. Credeva, come molti uomini religiosi del suo tempo, in un dominio universale di Dio che, instaurandosi in un futuro non lontano, avrebbe comportato il finale e definitivo compimento del mondo: la sovranità “ escatologica” ( = finale ) di Dio, il Regno di Dio nel tempo finale. Questo avrebbe dovuto succedere durante la sua generazione ( Mc 9,1; 13,30; Mt 10,23 ), mediante la “rivelazione” definitiva di Dio (apocalypsis, apocalisse = rivelazione ).

Gesù è stato un rivoluzionario, ma non come i movimenti rivoluzionari del suo tempo. Non fu un guerrigliero, un golpista, un agitatore del popolo. Non predica la violenza o il ricorso alle armi. Non fomenta gli umori antiromani. Vince le “tentazioni” di un regno umano, fugge quando vogliono farlo re. L’ingresso in Gerusalemme non è un fatto militare, ma un gesto pacifico, simbolico.

Gesù fu il più rivoluzionario dei rivoluzionari in questo senso: anzichè annientamento dei nemici, amore dei nemici; anzichè ritorsione, perdono incondizionato; anzichè ricorso alla violenza, disponibilità a soffrire; anzichè canti di odio e di vendetta, esaltazione dei pacifici. La lotta deve essere fatta non contro gli uomini, ma contro le forze del male: odio, ingiustizia, discordia, violenza, falsità, egoismi umani in genere; inoltre contro: dolore, malattia e morte. Per fare ciò occorre convertirsi ( metànoia = conversione), proiettarsi lontano dai propri egoismi, nella duplice direzione, verticale e orizzontale, di Dio e del prossimo.

adultera

Gesù e i peccatori

I peccatori pubblici erano segnati a dito come maledetti da Dio. Incontrandoli, non solo non si dovevano salutare, ma bisognava lanciare contro di loro una serie di scongiuri per evitare il pericolo di contrarre la loro maledizione. Chi infatti entra in contatto con una persona impura contrae la sua impurità, partecipa della maledizione divina che grava su di lei.

Nessun fariseo sarebbe mai andato a cena in casa di un pubblicano o di un peccatore pubblico ( Mt 9,11; Lc 19,7 ). E quando per Legge si doveva ammazzare qualcuno, lo si faceva con la lapidazione, cioè con il lancio di sassi per non toccare il condannato ( Gv 8, 5 ss ).

Gesù invece conduce la sua vita in mezzo al popolo, non ha paura di essere toccato da gente impura, si lascia circondare dai bambini, ha un seguito di donne quando va in giro a predicare, tocca i malati e perfino i lebbrosi, va a cena in casa di pubblicani e peccatori, si lascia toccare anche dalle prostitute. Non ha paura di diventare impuro e di cadere sotto la maledizione di Dio. Anzi, come iniziatore del Regno di Dio, Egli è portatore della grande benedizione del Padre che si traduce in forza liberatrice dell’uomo da tutte le forme di oppressione gravanti su di lui.

Gesù non solo si è occupato dei poveri, dei malati, degli ossessi; non solo ha avuto attenzione per le donne, i bambini e la gente semplice; ma ha avuto anche contatti con persone moralmente inadempienti, palesemente irreligiose e immorali. Questo fu il vero e autentico motivo di scandalo per le autorità religiose del suo tempo.

A Gesù non solo fu applicato l’epiteto ingiurioso di mangione e beone, ma anche quello più pesante di amico dei pubblicani e peccatori. Gesù ha frequentato con assiduità provocatoria individui moralmente trasgressivi.

Il vangelo attesta espressamente dei casi di peccatori pubblici, citando anche i nomi: pubblicani ( Matteo e Zaccheo ), prostitute (Lc 7,36-50), adultere (Gv 7,53- 8,11). E le sentenze di Gesù che accompagnano quegli episodi sono rimaste famose: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”; “le sono perdonati i suoi molti peccati perchè ha molto amato”; “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Il predicatore del Regno di Dio non ha recitato la parte del pio asceta che evita i banchetti e soprattutto determinate persone. Gesù, contro tutti i pregiudizi e le discriminazioni sociali, si oppose a che determinati gruppi o infelici minoranze venissero squalificati socialmente. Gesù non tentò di solidarizzare a tutti i costi. Non si abbassò al livello dei peccatori, ma li innalzò al proprio.

Gesù inoltre non si limitò a discutere con loro, ma si sedette a tavola con loro. Essere seduti insieme a tavola non vuol dire soltanto gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, conciliazione, fraternità. Il capofamiglia ebreo spezza il pane all’inizio del pasto e recita una benedizione. Chi partecipa al pane partecipa alla benedizione di Dio. Gesù spartiva la mensa al cospetto di Dio con uomini peccatori. Così Egli intendeva offrire pace e riconciliazione anche ai moralmente inadempienti, che i pii ebrei invece emarginavano.

Kippur

Il diritto della grazia

Anche il Giudaismo conosceva il perdono dei peccati. Ma il perdono si concedeva a chi si pentiva, faceva penitenza, dimostrava di essersi ravveduto. Si seguiva la trafila giuridica seguente:

1 ) Dichiarazione di pentimento;

2 ) Prestazioni penitenziali;

3 ) Concessione del perdono.

Ma il Dio di Gesù Cristo perdona proprio ai peccatori, gratuitamente, senza richiedere prima delle prestazioni di carattere penitenziale dimostrative del pentimento.

E’ questo modo nuovo e rivoluzionario di rimettere i peccati che genera scandalo.

Un tale Dio sarebbe un Dio dei peccatori, non dei giusti!

E’ la religione stessa che viene stravolta dal comportamento di Gesù.

  • Si dà ragione ai peccatori a scapito dei giusti ( Lc 18,10-14: pubblicano e fariseo ). Si privilegia il figlio fuggitivo a quello che resta in casa ( Lc 15,11-32 );
  • lo straniero eretico rispetto alla popolazione locale pia e devota ( Lc 13,30-37: buon samaritano );
  • finiranno poi tutti col ricevere la stessa ricompensa ( Mt 20,l-l6 ).
  • Che si faccia più festa in cielo per un peccatore pentito che per novantanove giusti, non è scandaloso ( Lc 15,7 )?
  • Chi si è macchiato di una colpa è forse più vicino a Dio di chi si è conservato innocente?
  • Che le prostitute e i truffatori precedano la gente per bene nel Regno di Dio, non è offensivo?
  • E che dire dei pagani che precederanno i figli del Regno ( Mt 8,11-12 )?
  • Non è una follia sovvertire i criteri più sacri di priorità e affermare che gli ultimi saranno i primi ( Mc 10,31 )?
  • Il perdono viene offerto a tutti, non solo agli Ebrei. Quindi cadono tutte le barriere sociali, razziali, politiche e religiose.
  • Anzi, ognuno è già accolto prima ancora di convertirsi! Infatti, prima c’è la grazia di Dio e dopo la prestazione dell’uomo.
  • Viene graziato il peccatore che ha meritato ogni sorta di castigo, basta che riconosca l’azione di grazia del Signore.
  • Gli è donato il perdono: basta che lo accetti e si converta.
  • Gli viene concessa una vera e propria amnistia gratuitamente: basta che ne tragga lo spunto per vivere pieno di fiducia.
  • La grazia prevale sul diritto. O meglio, vale il diritto della grazia. Solo così diventa possibile la nuova giustizia migliore.

Il regno dei cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio

L’universalità del perdono di Dio è bene illustrata nella parabola del banchetto, imbandito per tutti: accattoni, storpi, zoppi della città e della campagna ( Lc 14,15-24; Mt 22,1-10 ). E meglio ancora nei pasti consumati da Gesù con pubblicani e peccatori.

  • Dio concede il perdono senza riserve. Unica condizione richiesta all’uomo è la fede sorretta dalla fiducia in Dio, Padre misericordioso.
  • Unica conseguenza attesa è una generosa trasmissione del perdono.
  • Chi deve al grande perdono di Dio la possibilità di vivere, non deve rifiutare agli altri il piccolo perdono ( Mt 18,21-35 )
  • e questo lo deve fare non una volta,non tre volte ( Mt 18,15-18 ), nemmeno sette volte, ma settanta volte sette ( Mt 18,21-22 ), cioè sempre, senza alcun limite ( Cfr Lc 17,4 ).
  • Di fronte all’offerta generosa di Dio occorre decidersi senza dilazioni e senza mezze misure. E’ in gioco la nostra vita: occorre quindi agire con coraggio, risolutezza e intelligenza, talvolta anche in modo spregiudicato, come l’amministratore infedele che sfrutta l’ultima chance ( Lc 16,1-9 ).
  • Chi vuole guadagnare la sua vita la perderà e chi la perde per Dio, la guadagnerà per la vita eterna ( Mt 10,39 ).
  • La porta è stretta (Mt 7,13).
  • Molti sono i chiamati e pochi gli eletti ( Lc14,15-24).
  • La sa1vezza dell’uomo resta un miracolo della grazia di Dio, al quale tutto è possibile ( Mt 19,26 ).

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Ma come si giustifica questo comportamento di Dio?

Risposta ad hoc: ” i giusti ” che non hanno bisogno di penitenza, sono davvero senza peccato ? Anche soltanto il fatto di essere spietatamente insensibili nei confronti degli inadempienti, li fa diventare peccatori come gli altri. Il fatto poi di ritenersi giusti impedisce loro di aprirsi alla chiamata di Dio. Ciò li pone in uno stato di ipocrisia. C’è una colpa dei giusti: credere di non essere in debito con Dio. C’è una innocenza dei colpevoli: affidarsi completamente a Dio nella consapevolezza della propria perdizione. E allora i peccatori sono più veritieri dei pii, perchè non dissimulano la propria condizione. In questo senso Gesù dà ragione a loro e torto agli altri.

Risposta più completa di Gesù. Bisogna perdonare, invece di condannare, perchè è Dio che agisce così: Dio non condanna, ma perdona: la grazia viene prima del diritto. Molte parabole indicano questo: il re generoso ( Mt 18,23-27 ), la pecora smarrita, la dracma perduta, il figlio prodigo ( Lc 15,1-32 ), il giudice che ascolta il pubblicano ( Lc 18,9-14 ). Ne risulta un’immagine di Dio dalla misericordia sconfinata ( Mt 20,1-15 ), che l’uomo deve imitare. Così va intesa la supplica del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” ( Mt 6,12 ss ). Siccome Dio ha perdonato a noi, allora noi, a nostra volta, perdoniamo ai fratelli.

Gesù non sviluppa una teologia della grazia. Questa parola non compare neppure nei sinottici. Ma Gesù la mostra in atto, nella sua azione di perdono dei peccatori, azione che è illustrativa del comportamento di Dio verso gli uomini.

Per questo Gesù viene accusato di bestemmia ( = attribuirsi un potere che appartiene solo a Dio ) ( Mc 2,7 ). Egli si discolpa dicendo che è proprio Dio che perdona ( la forma passiva: “ sono perdonati” suppone Dio come agente ). Ma i suoi avversari non ne sono rimasti convinti ed hanno deciso di eliminarlo ( Mc 3,6 ).

Il perdono dei peccati nella Chiesa

Gli Apostoli hanno coscienza di aver ricevuto il mandato di continuare l’opera della salvezza iniziata da Gesù. Le apparizioni del Cristo risorto culminano nel conferimento della missione di annunciare il Vangelo, di rimettere i peccati e di battezzare tutti i credenti ( Mt 28,16-20; Mc 16,15-16; Lc 24,47; Gv 14,18-21 ).

Il perdono dei peccati, gratuito e generoso, senza penitenze e senza confessione dei peccati né pubblica né privata, viene concesso mediate il Battesimo a partire dal giorno della Pentecoste ( At 2,38 ). Questo è l’unico modo di rimettere i peccati nella Chiesa primitiva. Ma ben presto sorge una “seconda penitenza” ( Pastore di Erma , sec II ), per i peccatori pubblici, penitenza gravosa e da concedersi una volta sola.

Al tempo di San Cipriano è sorto un problema nuovo. Diversi cristiani durante una persecuzione avevano defezionato dalla Chiesa, ma cessato il pericolo chiedevano di essere riammessi. I “lapsi”(=quelli che erano scivolati ) furono riammessi nella Chiesa, alla comunione eucaristica, dopo un periodo di penitenza pubblica. Qui la Chiesa riprende la trafila ebraica per la riammissione alla Sinagoga: richiesta di perdono, penitenza, riammissione. Questa viene chiamata penitenza gravosa nei confronti della penitenza gioiosa del Battesimo. Talmente gravosa che i peccatori dei secoli posteriori la rimandavano alla fine della vita.

Ben presto ( sec. VI ) i monaci irlandesi, inventarono la penitenza privata, che si poteva anche ripetere, per secoli deprecata dai Vescovi ( dal 3° Concilio di Toledo del 589 al Concilio di Chalon dell’813 ), ma alla fine fu riconosciuta ufficialmente, mentre quella pubblica pian piano fu abbandonata.

Questa penitenza è detta tariffaria perché ad ogni peccato corrisponde una penitenza, secondo una tabella stabilita nel libro penitenziale. La trafila è la solita: confessione dei peccati, imposizione della penitenza, soddisfazione della penitenza e riconciliazione. Questa penitenza ebbe un grande successo.

Verso il Mille si ebbe un altro cambiamento: si cominciò a concedere la riconciliazione prima che il penitente avesse soddisfatto la penitenza. In questo modo la Penitenza, riconosciuta come uno dei sette Sacramenti, prima dalla Teologia Scolastica e poi ufficialmente dal Concilio di Trento, è arrivata fino a noi. Infatti la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II non tocca l’essenza di questo Sacramento ma ne caldeggia la celebrazione in modo che davvero aiuti il penitente a mettersi nelle condizioni indispensabili per ricevere fruttuosamente questo Sacramento.

Giubileo 2000

Il perdono dei peccati nel Giubileo del 2.000

Etimologicamente il termine giubileo si richiama al giubilo ( jubilum ): la gioia che una persona esprime canticchiando o fischiettando senza pronunciare parole precise, ma facendo capire a tutti che il suo cuore è pieno di gioia. Ne sono un esempio certi alleluia gregoriani, che…non finiscono mai.

Biblicamente il giubileo fa riferimento all’anno sabbatico, che ricorreva ogni 50 anni ( Lv 25 ), nel quale gli ebrei si condonavano tra loro i debiti, concedevano la libertà agli schiavi e chi aveva dovuto vendere case e campi ne rientrava in possesso. Il Servo di YHWH descrive in questo modo la sua missione: proclamare un lieto annuncio per Gerusalemme, a favore dei poveri, degli schiavi e dei malati, proclamare cioè l’anno della misericordia del Signore ( Is 61, 1-2 ). A questo passo del profeta Isaia si è ispirato Gesù quando ha inaugurato la sua missione nella sinagoga di Nazaret ( Lc 4, 16-19 ): predicare un anno di grazia del Signore. E la missione di Gesù si è svolta proprio su questa linea, perché passò facendo del bene a tutti e liberando tutti quelli che erano oppressi dal diavolo ( At 10, 38 ).

Storicamente il primo giubileo, o anno santo, fu indetto nel 1.300 dal Papa Bonifacio VIII ed era rivolto a tutti i cristiani, con esclusione dei Siciliani e dei Colonna. Questo Papa è stato il più grande assertore dell’assolutismo papale: sosteneva essere di diritto divino “omnes subesse romano pontifici”( tutti gli uomini sono soggetti al romano pontefice ): il Papa sarebbe come il Dio in terra. E tutto questo veniva inteso in senso giuridico. E quindi anche il giubileo veniva inteso così. Ecco in che modo.

Quando un condannato a morte viene graziato, non viene messo immediatamente in libertà, ma deve scontare la pena che viene subito dopo per gravità cioè l’ergastolo o moltissimi anni di prigione. Il peccatore, reo di colpa grave, sarebbe per sè condannato alla morte eterna nell’inferno, ma Dio nella sua bontà infinita gli fa grazia mediante il Sacramento della penitenza, però gli resta da scontare una pena temporanea molto lunga, mediante le penitenze: quelle inflitte dai confessori, secondo i tariffari di allora: lunghi anni di digiuno e di astinenza, nutrirsi solo di pane e acqua, astinenza dall’uso del matrimonio per tutta la vita, pellegrinaggi ai santuari della Madonna e dei Santi, a Roma sulla tomba degli Apostoli, al sepolcro di Cristo in terra santa, a S. Giacomo di Compostela, ecc. Tutte cose molto gravose.

Però il Diritto ammette due possibilità alternative: la procura e la sostituzione della pena. I ricchi non facevano mica le penitenze: pagavano un povero che le facesse al posto loro. E con le oblazioni in denaro si poteva ottenere la sostituzione di una pena molto severa, con una più mite.

Il giubileo, in questa mentalità giuridica, è la remissione totale della pena temporanea dovuta ai peccati già perdonati in confessione. Ma non viene concessa gratuitamente, bensì a fronte di determinate prestazioni: pellegrinaggio a Roma, preghiere e offerte stabilite dal Papa. Lo stesso criterio vale per le indulgenze, il cui enorme sviluppo nel tempo ha portato a delle conseguenze tremende: afflusso di grossi capitali a Roma da ogni parte del mondo, invidia degli Stati emergenti contro la potenza finanziaria del Papato, denuncia del sistema da parte di Lutero, ecc.

Noi, oggi, dei tempi medioevali dobbiamo imitare la fede dei cristiani, che era grande e il senso spirituale del pellegrinaggio a Roma che aveva lo scopo di andare a pregare sulla tomba Santi Apostoli Pietro e Paolo per ravvivare la fede apostolica.

Questo bisogna dirlo perché dal Concilio Vaticano I in poi, dopo la proclamazione dell’infallibilità del Papa, questi è stato posto al centro dell’attenzione dei cristiani, perciò si va a Roma “per vedere il Papa” e si dimentica troppo facilmente la fede degli Apostoli.

Ma dobbiamo abbandonare tutta la mentalità giuridica per far posto a quella teologica, quella evangelica, che tentiamo di illustrare brevemente qui di seguito.

La remissione dei peccati è l’aspetto negativo della vita cristiana, mentre l’aspetto positivo, quello più importante è la vita di grazia. La grazia poi non è un detersivo che toglie le macchie del peccato, ma viene intesa dalla Teologia come amicizia con Dio e con i fratelli. Nella remissione dei peccati si guarda al passato, si pensa in negativo, come punire le colpe, infliggendo pene proporzionate. La gravità della colpa poi è misurata sulla maestà della persona offesa, Dio, Maestà infinita, perciò la pena inflitta non può essere che eterna, cioè l’inferno.

Il Vangelo, appunto perché è una buona notizia, non parla così, ma tutto all’incontrario. E’ Dio che ci ha amati per primo, quando eravamo ancora peccatori, ed ha mandato tra noi suo Figlio, non perché venisse a giudicare e condannare il mondo, ma per salvarlo. E per questo scopo l’ha perfino sacrificato sulla croce. Gesù stesso nel proclamare l’avvento del Regno di Dio ha chiamato gli uomini ad aprirsi alla fiducia in Dio, Padre premuroso e misericordioso, sempre pronto ad accogliere il peccatore pentito, a concedere il perdono gratuito, che genera gioia e spalanca davanti un futuro pieno di fiducia e di speranza.

Ma come avviene la salvezza, per essere più precisi?

All’annuncio del Vangelo, l’uomo si apre alla fede, nel senso di fiducia in Dio e allora riceve l’effusione dello Spirito Santo, che lo rende una nuova creatura, un figlio di Dio per adozione e membro del suo popolo, la Chiesa. La grazia santificante è l’effetto che produce in noi l’azione santificatrice dello Spirito santo: l’essere cioè nuove creature.

Tutto questo in forza del Sacrifico di Cristo sulla croce e in linea ordinaria mediante il Sacramento del Battesimo ( e della Cresima ). Dal momento che Dio ci rende suoi figli e ci ama come figli suoi, non c’è più nulla in noi che sia odioso a Dio ( = peccato ).

All’uomo che si accinge a ricevere il Battesimo, viene chiesta la conversione, l’orientamento della propria vita verso Dio, l’abbandono del male e la scelta del bene, l’impegno di amare Dio e il prossimo, una scelta di fondo, detta perciò opzione fondamentale. Cioè si pensa in positivo, si guarda al futuro, a vivere una vita in pace con Dio e con i fratelli, a raggiungere la salvezza escatologica.

Ma il cristiano non è impeccabile: è sempre soggetto al limite, alla fragilità, alla tentazione di:

  • vivere come se Dio non esistesse: materialismo pratico, consumismo, edonismo;
  • – chiudersi egoisticamente in se stesso, chiudendo gli occhi e il cuore di fronte ai fratelli che sono nella sofferenza e nel bisogno;
  • – o peggio ancora coltivare l’odio, la vendetta, prevaricando sugli altri, calpestandone i diritti fondamentali, ecc.

Abbiamo bisogno, quindi, di fare ogni tanto delle verifiche confrontandoci con la parola di Dio, per rinsaldare la nostra scelta di fondo, o per convertirci nuovamente, se ci accorgiamo di essere andati fuori strada.

Il Giubileo allora diventa un momento di grazia, in greco un cairòs, un tempo favorevole, che ci offre degli stimoli per la ripresa della nostra vita cristiana, animata da fede viva, speranza certa e carità operosa.

Giustamente il Papa ha esortato tutta la Chiesa a prepararsi spiritualmente al Giubileo in maniera positiva per tre anni, meditando:

  1. sull’azione santificatrice dello Spirito Santo
  2. sull’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo
  3. sull’amore misericordioso del Padre verso tutti gli uomini.

Già San Tommaso d’Aquino, pur essendo ancora nel Medioevo, insegnava che la remissione dei peccati, anche nel Sacramento della Penitenza, avviene quando il peccatore “ex attrito fit contritus”: solo se c’è l’amore di carità il peccato viene perdonato. Questo avviene sempre, sia nel Sacramento che fuori del Sacramento e quindi anche nel giubileo.

Allora vuol dire che dobbiamo usufruire dei pellegrinaggi, delle visite alle Chiese, delle cerimonie sacre, ecc. del giubileo, per conseguire una crescita della nostra fede e per un impegno autentico di vita cristiana.

9 – PADRE NOSTRO: PANE EUCARISTICO E PANE QUOTIDIANO – Luca Beato o.h.

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PANE EUCARISTICO E PANE QUOTIDIANO

E’ celebre il detto: “A tavola non si va solo per mangiare”. Sedersi insieme a tavola per prendere cibo esprime già di per sè un segno di amicizia, di amore reciproco. A pranzo si ritrovano i familiari, si invitano i parenti e gli amici. Se si invita qualcun altro, si vuol esprimere un gesto che apre all’ amicizia.

Se poi chi ci invita pranzo, o si degna di venire a pranzo da noi, è una persona importante, allora è grande la nostra gioia per l’amicizia inaspettata e inimmaginabile che ci viene offerta.

Gesù, durante la sua vita, contrariamente al Battista e ai Farisei, amava stare a tavola con la gente e non solo per mangiare, ma per esprimere il fatto che Dio si fa vicino agli uomini fino al punto di condividerne la mensa. E questo anche con peccatori. “L’essere seduti insieme a tavola non significa semplicemente gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, riconciliazione, fraternità. E questo…non solo agli occhi degli uomini, ma anche agli occhi di Dio” ( 1 ).

Tra gli evangelisti è soprattutto San Luca quello che mette in risalto la “pastorale conviviale” di Gesù.

Gesù, talvolta, per illustrare qualche aspetto del Regno di Dio ricorre alla parabola di un banchetto: un banchetto di nozze che Dio ha imbandito per suo Figlio, al quale tutti gli uomini, e non solo pochi privilegiati, sono invitati ( Mt 22,1-14 ). Anche la vita eterna è rappresentata talvolta come un sedere a tavola con Dio e i Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe nel clima festoso del Regno dei Cieli ( Mt 8, 11).

Cervignano del Friuli 18I pranzi non sono tutti uguali. Ci sono quelli ordinari e quelli speciali, come il pranzo di nozze, i pranzi celebrativi di feste e ricorrenze o quelli di addio. Noi fermiamo la nostra attenzione sulla cena pasquale. Essa è anzitutto celebrativa della festa annuale della pasqua ebraica. Ma Gesù ne fa anche una cena di addio. E’ ben per questo che si chiama ultima cena.

Che l’istituzione dell’ Eucaristia sia legata ad un clima conviviale è una delle sottolineature più significative della esegesi recente. Due tipi di banchetto sono i più quotati punti di riferimento: la celebrazione della pasqua ebraica e il banchetto d’ addio di un patriarca o di un capofamiglia” ( 2 ).

La celebrazione non è un semplice ricordo del passato, ma un memoriale, un passato che ha ripercussioni sul presente e sul futuro:

  1. 1) mentre si mangia l’agnello si benedice il Signore ricordando le gesta da Lui compiute in favore del suo popolo nei tempi antichi per liberarlo dalla schiavitù dell’Egitto e stringere con esso un’ Alleanza, sancita con un patto di sangue presso il monte Sinai.
  2. 2) Si rinnova l’impegno di osservare l’Alleanza, invocando la protezione del Signore.
  3. 3) Si guarda al futuro con fiducia perchè Dio è fedele alle sue promesse e benedice chi adempie gli impegni dell’Alleanza, cioè osserva i comandamenti.

Cervignano del Friuli - La messaGesù nel contesto della cena pasquale inserisce due gesti suoi propri:

  • la frazione del pane e
  • la comunione allo stesso calice .

Lo spezzare il pane, all’inizio del pasto, era un gesto che il capo famiglia ebreo faceva, recitando una preghiera di benedizione: la partecipazione allo stesso pane voleva indicare la partecipazione alla benedizione di Dio ( 3 ).

Ma la frazione del pane fatta da Gesù non è quella dell’inizio del pasto.

E’ un gesto nuovo fatto da Gesù e caricato di un significato nuovo espresso dalle parole che l’accompagnano: ( Cfr. 1 Cor 11,23-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; Mc 14,22-25 ). Per l’interpretazione e l’armonizzazione dei testi dell’ istituzione si può vedere qualche testo specialistico ( 4 ). Nel Canone della Santa Messa le parole sono queste: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”.

Più sorprendente è il gesto che riguarda il calice, perchè solitamente ognuno beveva al proprio calice di vino nelle tre benedizioni che si facevano durante la cena pasquale. Gesù invece fa bere ad un unico calice. Il gesto simbolico è illustrato dalle parole che 1’accompagnano, che nel Canone della Santa Messa sono queste: “Prendete e bevetene tutti: questo è il Calice del mio Sangue per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”.

Il pane spezzato e distribuito indica la persona di Gesù nell’ atto della donazione suprema della sua vita sulla Croce, cioè nel momento in cui spezza la sua vita per la nostra salvezza. Il calice del vino indica la persona di Gesù che versa il suo sangue per tutti sulla croce e col suo sacrificio sancisce l’Alleanza nuova e definitiva di Dio con l’umanità.

Che cosa hanno capito i commensali ?

Certamente devono aver capito:

  • – che Gesù alla cena pasquale aveva aggiunto il significato di una cena di addio;
  • – che questa cena di addio aveva un valore sacrificale, anticipatorio del suo sacrificio sulla croce;
  • – e che nel sangue di Gesù versato per noi veniva sancita una nuova Alleanza tra Dio e gli uomini, migliore di quella di prima.

Cervignano del Friuli 10 “Fate questo in memoria di me”.

Si tratta di un memoriale, non solo di un ricordo storico. Inoltre non si tratta soltanto di ripetere il gesto rituale fino al compimento del Regno di Dio. Ma è la chiamata a seguire Gesù, assumendo uno stile di vita conforme al suo: fare della propria vita un dono per gli altri, fino al sacrificio della propria esistenza.

  • – Il pane – dato significa la vita vissuta come dono per gli altri.
  • – Il sangue – sparso significa che bisogna arrivare al gesto supremo di dare la vita per gli altri.

Il Vangelo di Giovanni, che non narra l’istituzione dell’Eucaristia, inserisce al suo posto la lavanda dei piedi ( Gv 15,14 ). Esso non è un gesto rituale, ma un gesto compiuto da Gesù per indicare che la vita dei suoi discepoli, modellata sulla sua, deve essere vissuta come un servizio per gli altri. “Lavare i piedi ( la vita come servizio ), spezzare il pane ( la vita come dono ): questi i comportamenti di Gesù, che il discepolo deve imitare. Gesù ha lasciato espresso tutto questo come in un testamento” ( 5 ).

Cervignano del Friuli 17La cena di Agape

Nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi ( l Cor 11,20 ss ) l’usanza di riunirsi per celebrare la cena del Signore viene collegata direttamente alla cena di Gesù. Nell’ambito di un pasto comune, detto agàpe, venivano ripetuti i gesti di Gesù: la frazione del pane e la comunione al calice.

Pasti rituali dello stesso tipo della cena di Gesù erano in uso presso gli Ebrei, quindi non erano una novità. La novità consisteva nel fatto che questa cena doveva essere organizzata con l’apporto di tutti, in modo che i più abbienti provvedevano anche ai più poveri. Questa cena si chiamava agàpe, un termine che corrisponde alla nostra solidarietà. “Proprio questo atteggiamento di fraterna condivisione ( agàpe ) giustificherà il fatto che fra tutto quel pane condiviso e quel vino gioiosamente versato nei calici, un pane spezzato e un calice benedetto acquistino un significato più pieno e pregnante, in virtù della memoria del gesto e delle parole del Maestro, origine e causa di quello stare e di quel mangiare insieme: “ Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? ” ( l Cor 10,16 ) ( 6 ).

Il pensiero di Paolo è anzitutto questo: i cristiani celebrando la Cena del Signore partecipano al mistero consumato sulla croce, il mistero della vita di Gesù immolata per la salvezza degli uomini e per la remissione dei peccati.

Cervignano del Friuli 06Ma il pensiero di Paolo è anche un altro. Il “Corpo di Cristo” non indica più soltanto la persona del Cristo storico, ma la Chiesa, il corpo di cui Cristo è il Capo. E più concretamente la comunità dei credenti radunati in Cristo per la celebrazione dell’Eucaristia. “Poichè c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”( 1 Cor 10,17 ) E’ questo il Corpo di Cristo che bisogna riconoscere con la fede e con il quale bisogna condividere tutto, perfino il pane quotidiano.“Chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,29).

Ma è più facile compiere il rito dell’Eucaristia, che vivere una vita di servizio verso il prossimo come ci ha testimoniato e insegnato Gesù. E’ per questo che sorgono ben presto le sfasature tra liturgia e vita. San Paolo rimprovera ai Corinzi il fatto di non riconoscere il Corpo di Cristo perchè celebrano la frazione del pane (Eucaristia) senza fare più la cena fraterna. Ognuno mangia per conto suo: così c’è chi ha troppo da mangiare e chi non ne ha a sufficienza.

Successivamente la Chiesa stessa ha visto l’opportunità di separare le due cose: la celebrazione dell’Eucaristia dal pranzo di solidarietà ( agàpe ) verso i poveri, mantenendo però vivo il significato del legame tra i due gesti, Eucaristia e solidarietà, Liturgia e vita vissuta.

Ci sono testimonianze in Tertulliano e San Giovanni Crisostomo. Dopo la Santa Messa in chiesa, si faceva un pranzo per i poveri, organizzato da persone facoltose e presieduto dal vescovo. “L’aspirazione profonda di queste riunioni agapiche è quella di riprendere l’ ideale della comunità apostolica di Gerusalemme e di anticipare lo stato della comunità messianica, nella quale tutti sono uguali e nessuno è sotto il morso della necessità” ( 7 ).

Cervignano del Friuli 21Comunione con Cristo vuol dire comunione con tutti:

  • – quello che si fa sacramentalmente nella Liturgia eucaristica deve poi essere realizzato nella vita quotidiana.
  • – ricevere Cristo, essere in comunione con Lui, vuol dire pensare e agire come Lui; fare propria l’attenzione che Egli aveva per tutte le sofferenze umane. Scrive San Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “Q Questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “Voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”… A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame?…”( 8 ).

Nella nuova celebrazione liturgica della Santa Messa, avvenuta con un tentativo di ritorno alle origini, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II, si sono certamente recuperati in gran parte i valori della cena del Signore e della frazione del pane. L’Eucaristia è un banchetto al quale siamo invitati dal Signore, il quale ci spezza personalmente il pane della parola, il pane eucaristico e il pane della carità.

Ecco come la Teologia spiega questi tre aspetti.

Cervignano del Friuli 151) Spezzare il pane dalla parola

La Liturgia della parola, molto valorizzata nella riforma liturgica, è importantissima. Non di solo pane vive l’uomo. La parola di Dio che alimenta la nostra fede è più importante del pane quotidiano. Per la nostra salvezza è indispensabile riconoscere Gesù Cristo come il pane vivo disceso dal cielo per nutrire la nostra vita nel tempo e per l’eternità ( Discorso eucaristico del Vangelo di Giovanni, cap. 6 ).

Ma non si può riconoscere il Cristo risorto, quando spezza il pane, se prima non si capisce in base alle Scritture il Cristo che soffre la passione e la morte di croce ( Cfr. Discepoli di Emmaus, Lc 24, 25 ss ).

Cervignano del Friuli 082) Spezzare il pane eucaristico.

E’ propriamente la comunione sacramentale, che tutti i partecipanti alla Santa Messa sono invitati a fare.

Chi partecipa alla Santa Messa e non fa la Comunione è come un invitato a pranzo che non mangia. Tutti si preoccupano di lui, perchè, poveretto, deve proprio star male.

La comunione sacramentale non ci mette in comunione soltanto con Cristo, ma anche tra di noi, che siamo il Corpo di Cristo.

Parecchi gesti della liturgia indicano questa realtà:

  • – il simbolismo del pane ricavato dalla macinatura di molti grani e del vino ricavato dalla pigiatura di molti acini.
  • – L’invocazione del canone: “…per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo Corpo”.
  • – Il gesto di pace prima della Santa Comunione.
  • – Il cibarsi del medesimo pane alla stessa mensa.

Cervignano del Friuli 203) Spezzare il pane della carità ( o meglio: agàpe = solidarietà )

La comunione ( koinonìa ) porta alla diaconìa, al servizio degli altri, alla condivisione dei nostri beni con chi ne ha di bisogno.

E’ chiaro che la colletta che si fa all’ offertorio è solo un gesto simbolico. Quello che Gesù vuole da noi è che mettiamo a servizio del prossimo non solo i nostri beni economici, ma tutta la nostra persona, i talenti, i carismi che abbiamo ricevuto ( 1 Cor. 12-14 ). A imitazione di Gesù, la cui vita è stata definita dal Papa Paolo VI una proesistenza, un’esistenza a favore degli uomini ( 9 ).

Cervignano del Friuli 05Un atteggiamento di fondo

Il servizio reciproco, simboleggiato dalla lavanda dei piedi che Gesù ha fatto agli apostoli. La Chiesa vera, autentica, evangelica, voluta da Gesù non è quella del potere economico, politico, religioso: ( queste sono le tentazioni che Gesù ha vinto e che anche noi dobbiamo respingere ); non è quella del trionfalismo, ma quella dell’ umiltà e del servizio ; è la Chiesa del grembiule (10 ).

Possono, anzi devono variare le forme concrete della solidarietà.

Non è detto che si debba restaurare il pranzo agapico…

I nostri interventi in favore del prossimo devono rispondere ai bisogni concreti dei poveri che invocano il nostro aiuto. Ecco perchè non basta fare quello che si è sempre fatto ma bisogna aggiornarci, scoprire le nuove povertà, adeguarci alle esigenze della nostra società che si avvicina al terzo millennio.

Si capisce a questo punto perchè il Concilio ha parlato dell’Eucaristia come fonte e culmine della vita cristiana.

Chi celebra bene l’Eucaristia ( leiturghìa ) cresce progressivamente nella fede e sotto l’influsso dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore, lavora per creare la comunione fraterna ( koinonìa ) e impegna la sua vita nel servizio verso il prossimo ( diakonìa ): compie gesti di solidarietà ( agape ), lavora per la giustizia e per la pace al fine di costruire un mondo nuovo, più giusto, più umano.

Chi vive bene la sua vita cristiana con fede viva, speranza certa e carità operosa ha tutti i presupposti per celebrare bene l’Eucaristia, la veste adatta per partecipare al banchetto ( Mt 22,11 ), la carta d’identità per essere riconosciuti davanti al Padre e collocati tra gli eletti ( Mt 25,31 ss ) e così partecipare alle nozze eterne.

Beati, quindi, noi, che siamo invitati a pranzo dal Signore!

Cervignano del Friuli 22NOTE

  • 1 – H. Kueng, Essere cristiani, Ed. Mondadori, Segrate, l976, pag. 301
  • 2 – AA.VV. Dossier: celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio-Agosto 1992, pag. 28
  • 3 – H. Kueng, op. cit., pag. 301
  • 4 – La costruzione più probabile delle parole pronunciate da Gesù può essere la seguente: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, che è dato per molti. Fate questo in memoria di me.
  • Bevetene tutti: questo è il mio sangue, della (nuova) alleanza, che è versato per molti, ( in remissione dei peccati ). Fate questo, ( ogni volta che ne berrete ), in memoria di me”. ( Cfr. E. Galbiati, L’ Eucaristia nella Bibbia, Ed. Ancora, Milano, pag. 123 ).
  • 5 – T. Goffi e G. Piana, Corso di morale, Vol. V – Liturgia – pag. 164
  • 6 – Id. pag. l63
  • 7 – AA.VV. Dossier; celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio – Agosto 1992, Pag. 29
  • 8 – Cfr. G. Cionchi, Studiare Religione, vol. II, pagg. 81 – 82
  • 9 – AA.VV. Dossier: vivere la solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 206/2O7, Aprile – Maggio 1989, pag. l3
  • 10 – G. Pasini, La Chiesa del grembiule, in RELIGIONE E SCUOLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 5, Maggio – Giugno 1994, pagg. 3 ss.

 BIBLIOGRAFIA

  • X. Léon-Dufour, Condividere il pane eucaristico secondo il Nuovo Testamento, Ed. Elledici, Torino, l983.
  • T. Goffi – G. Piana, Corso di morale, vol. V – LITURGIA – Ed. Queriniana, Brescia 1986 , ( L’ Eucaristia, di A. Santantoni ), pagg. 155 – l92.
  • AA.VV. SACRAMENTUM MUNDI, Vol. III, Morcelliana, Brescia, l975, voce EUCARISTIA, coll. 669 – 692.
  • G. Florio, SHALOM, Ed. Queriniana, Brescia 1990, pagg. 323 – 338.
  • AA.VV. Dossier: Celebrazione e solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 238, Luglio – Agosto 1992, pagg. 3 – 50.
  • AA.VV. Dossier: Vivere la solidarietà, in SERVIZIO DELLA PAROLA, Ed. Queriniana, Brescia, n. 206/207, Aprile – Maggio 1989, pagg. 3-15.
  • G. Pasini, La chiesa del grembiule, in SCUOLA E RELIGIONE, Ed. Queriniana, Brescia, n. 5, Maggio – Giugno I994, pagg. 3 – l3.

biel lant a Messe a…  BELLO ANDARE A MESSA A…

Cervignano del Friuli (UD), 30 Settembre 2012

http://www.natisone.it/0_archivio_messe/messe2013/messe735.htm


Santa Messa
 

  

          Nel Duomo di San Michele in Cervignano del Friuli, oltre al 89° Congresso della Società Filologica Friulana, si festeggiava il 50° di fondazione del locale Gruppo “Giordano Burg” dell’Associazione Marinai d’Italia, l’apertura del nuovo anno scolastico dei bambini della Scuola d’Infanzia “Maria Immacolata”, mentre il Gruppo Scout  di Cervignano inaugurava il nuovo anno di attività…


…in questa panoramica, da sinistra le file dei banchi occupati da Associazioni d’Arma, dalla Filologica con il Sindaco Gianluigi Savino, dalla Scuola d’Infanzia, dagli Scouts… ed infine dal gruppo vocale e strumentale… con il brano di apertura…



Mi hai chiamato dal nulla, Signore,
e mi hai dato il dono della vita.
Tu mi hai preso e mi hai messo per strada
e mi hai detto di camminar.
Verso un mondo che non ha confini, no,
verso mete da raggiungere, ora mai…
Verso il regno dell’amore
che è sempre un po’ più in là.

Camminerò senza stancarmi e volerò sui monti più alti
e troverò la forza d’andare sempre più avanti
Si io camminerò, camminerò,
con te vicino io non cadrò e camminerò, camminerò…

In ogni istante ti sento vicino
tu dai senso alle cose che faccio.
La tua luce mi indica la strada
e mi invita a camminar…
Verso un mondo che non ha confini, no,
verso mete da raggiungere, ora mai…
Verso il regno dell’amore
che è sempre un po’ più in là.

Camminerò senza stancarmi…

  
          
 BENVENUTO E CANTO

 
…don Dario Franco all’omelia…

    

 PREGHIERE DEI FEDELI


 SEGNI DEL TUO AMORE 

Mille e mille grani nelle spighe d’oro
mandano fragranza e danno gioia al cuore,
quando, macinati, fanno un pane solo:
pane quotidiano, dono tuo, Signore.

Ecco il pane e il vino, segni del tuo amore.
Ecco questa offerta, accoglila Signore:
tu di mille e mille cuori fai un cuore solo, un corpo solo in te
e il Figlio tuo verrà, vivrà ancora in mezzo a noi. 

Mille grappoli maturi sotto il sole,
festa della terra, donano vigore,
quando da ogni perla stilla il vino nuovo:
vino della gioia, dono tuo, Signore.

Ecco il pane e il vino, segni del tuo amore.
Ecco questa offerta, accoglila Signore:
Tu di mille e mille cuori fai un cuore solo, un corpo solo in te
e il Figlio tuo verrà, vivrà ancora in mezzo a noi.

…alla liturgia eucaristica…


 PANE DEL CIELO

Pane del cielo sei Tu, Gesù,
via d’Amore: Tu ci fai come Te.
 

No, non è rimasta fredda la terra:
Tu sei rimasto con noi 
per nutrirci di Te,
Pane di vita; ed infiammare col Tuo Amore
tutta l’Umanità.     

Pane del cielo sei Tu, Gesù…

Si, il Cielo è qui su questa terra:
Tu sei rimasto con noi
ma ci porti con Te 
nella Tua casa dove vivremo insieme a Te
tutta l’Eternità. 

Pane del cielo sei Tu, Gesù…

No, la morte non può farci paura:
Tu sei rimasto con noi.
E chi vive di Te
vive per sempre.
Sei Dio con noi, sei Dio per noi,
Dio in mezzo a noi. 

Pane del cielo sei Tu, Gesù,
via d’Amore: Tu ci fai come Te.
 

   
…dopo la Comunione e la benedizione…

…il canto di chiusura…


Annunceremo che tu sei verità
lo grideremo dai tetti delle nostre città
senza paura anche tu lo puoi cantare

E non temere dai che non ci vuole poi tanto
quello che non si sa non resterà nascosto
se ti parlo nel buio lo dirai nella luce
ogni giorno è il momento di credere in me

Annunceremo che tu…

E con coraggio tu porterai la parola che salva
anche se ci sarà chi non vuole accogliere il dono
tu non devi fermarti ma continua a lottare
il mio Spirito sempre ti accompagnerà

Annunceremo che tu…

Non ti abbandono mai, io sono il Dio fedele
conosco il cuore tuo, ogni tuo pensiero mi è noto
La tua vita è preziosa, vale più di ogni cosa
ed è il dono più grande del mio amore per te

Annunceremo che tu sei verità
lo grideremo dai tetti delle nostre città
senza paura anche tu lo puoi cantare

Annunceremo che tu !

          Luca, il coordinatore del gruppo corale e strumentale della parrocchia ci scrive: Il nostro gruppo non ha un vero e proprio nome specifico e domenica scorsa eravamo (anche) in formazione ridotta:prendiamo gusto a chiamarci “quelli delle 9,30” perchè da anni suoniamo e cantiamo alla S. Messa delle 9,30. E’ un gruppo che è nato qualche anno or sono da persone che già frequentavano la nostra parrocchia, provenienti soprattutto dall’associazionismo cattolico. All’epoca avevamo rivolto l’invito ad alcuni genitori che avevano i propri figli pronti per la celebrazione della Prima Comunione, a cantare per i propri figli proprio durante la S. Messa di Prima Comunione… Poi, come puoi immaginare, più di qualcuno ha preso gusto a ciò che ha fatto e si è reso disponibile a questo servizio liturgico ogni domenica. Da quel giorno, ogni anno rivolgiamo l’invito a genitori, amici, simpatizzanti, di partecipare al canto durante la Messa di Prima Comunione oppure per le Cresime, ed ogni anno c’è qualcuno in più a cui fa piacere rimanere!!!

 IL SERVIZIO AL TEATRO PASOLINI

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89° Congresso della Società Filologica Friulana a Cervignano del Friuli il 30 settembre 2012

          Domenica 30 settembre 2012 la Società Filologica Friulana si riunirà a Cervignano del Friuli in occasione dell’89° Congresso annuale dei suoi soci, tornando così nella cittadina della Bassa friulana dopo l’edizione del 1928. 
La manifestazione, organizzata dalla Filologica e dal Comune di Cervignano del Friuli, presenta un ricco programma ed è aperta a tutti gli interessati. 
La giornata congressuale si aprirà con la Santa Messa, celebrata nel Duomo si San Michele da don Dario Franco alle ore 9.30. Alle ore 10.30 saluto della Banda mandamentale di Cervignano diretta dal maestro Roberto Folla, che accompagnerà il corteo al Teatro comunale “Pier Paolo Pasolini”, dove i lavori si apriranno alle ore 11.00. Le voci del Coro “Città di Cervignano”, diretto dal maestro Alessandro Colautti, preannunceranno i saluti del Sindaco di Cervignano del Friuli Gianluigi Savino, del Presidente della Filologica Lorenzo Pelizzo e delle autorità presenti; seguiranno le letture di Giorgio Monte in ricordo dello storico e poeta Renato Jacumin e la presentazione del nuovo Numero Unico Sarvignan curato da Ferruccio Tassin. 
Ogni anno il Sodalizio pubblica un ricco volume di saggi dedicati alla località che ospita il Congresso; Carla Marcato e Ferruccio Tassin presenteranno, quindi, alla platea i pregevoli contributi di rilevante valore scientifico che toccano i più svariati aspetti geografici, storici, archeologici, artistici, linguistici e sociali del territorio.
Il tradizionale pranzo sociale sarà ospitato alle ore 13.00 dal Ristorante La Rotonda in Via Ramazzoti 2 (partecipazione solo su prenotazione).
Il pomeriggio, a partire dalle 14.30, sarà dedicato alla scoperta del territorio in collaborazione con alcune associazioni locali; si tratterà di un’occasione unica per i partecipanti che saranno accompagnati da guide competenti alla visita dei vari siti di interesse. A Cervignano si potranno visitare la Chiesa di San Michele (affreschi e cripta), il mosaico longobardo dal quale partire per percorrere poi un interessante itinerario lungo il fiume Ausa, la Cappella di Villa Bresciani ed il suo Croficisso, Borgo Fornasir. Nella frazione castellana di Strassoldo previste le visite al Borgo, alla Chiesa di Santa Maria in Vineis e alla Chiesa parrocchiale di San Nicolò.

 

8 – PADRE NOSTRO: LA SOLIDARIETA’ – Luca Beato o.h.

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LA SOLIDARIETA’

( Dacci oggi il nostro pane quotidiano )

Gesù non ha simpatizzato con i detentori del potere politico, economico e religioso. Spesso lo troviamo in polemica con i Sadducei, i principi del popolo, i dottori della Legge e i Farisei. Ignora il monachesimo degli Esseni e di Qumran e non predica ascetismo di sorta. Vive una vita normale e ama anche stare a tavola. Non ha alimentato alcun movimento di rivolta contro i Romani, ma è venuto a portare nel mondo la rivoluzione dell’amore. Ha preso le difese degli svantaggiati: la gente semplice e ignorante, i poveri, i bambini, le donne, i malati e i peccatori, con grande scandalo dei devoti e degli osservanti della Legge.

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Dalla parte degli svantaggiati

 

Gesù ha inteso realizzare la sua Missione tra il popolo come uno straordinario giubileo, un anno di grazia del Signore a favore dei più sfortunati: liberazione degli schiavi, restituzione delle terre ai proprietari d’origine, condono dei debiti, guarigione dei malati ( Discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret: Lc 4,16 ss. Cfr. Is 61,1-2: la missione del Servo di Dio ).

Gesù rivolge la sua parola e la sua azione ai deboli, ai malati, ai negletti. Gesù così facendo offre una possibilità di essere uomo a chi la società riteneva ignobile e spregevole. Egli rompe il muro della loro emarginazione e apre il loro cuore alla speranza. Egli si rivolge all’uomo intero; si occupa non solo della sua spiritualità, ma anche della sua corporeità. Si mette a disposizione di tutti gli uomini: non solo dei forti, dei giovani, dei sani, ma anche dei deboli, degli anziani, dei malati, degli invalidi.

Nei Vangeli non si parla di orfani, di vedove, di ospiti da trattare con riguardo, come invece facevano i profeti. Certamente perché le comunità ebraiche erano già sensibili a questi problemi. Gesù affronta i problemi del suo tempo: i poveri, il popolo ignorante, le donne, i bambini, i malati e i peccatori. Per fare questo, Egli ha dovuto superare tutta una serie di pregiudizi derivanti dalla Legge ebraica: ha dovuto fare una vera rivoluzione.

Il popolo ignorante, quindi inosservante della Legge nelle sue minuziose prescrizioni sulle purità legali, sui cibi puri e impuri, sulla separazione dai peccatori, ecc. veniva considerato sotto la continua maledizione di Dio.

Le donne erano considerate quasi sempre impure a causa delle perdite vaginali di sangue, per le mestruazioni, per il parto, ecc.

I malati erano considerati dei maledetti da Dio per i loro peccati, o personali o dei loro antenati, specialmente infrazioni di tabù. Nei casi di epilessia si vedeva proprio il diavolo che si era impossessato del malato.

I peccatori pubblici erano segnati a dito come maledetti da Dio. Incontrandoli, non solo non si dovevano salutare, ma bisognava lanciare contro di loro una serie di scongiuri per evitare il pericolo di contrarre la loro maledizione. Chi infatti entra in contatto con una persona impura contrae la sua impurità, partecipa della maledizione divina che grava su di lei.

Il Sacerdote e il Levita, nella parabola del buon samaritano ( Lc 10, 31-32 ) non soccorrono il ferito perché temono di toccare il sangue e quindi di cadere sotto la maledizione di Dio. Il centurione si dichiara indegno di ricevere Gesù nella sua casa ( Lc 7,6-8 ) perché rispetta le credenze religiose degli ebrei, che non devono entrare in contatto con i pagani. La samaritana al pozzo si meraviglia che Gesù chieda di bere al suo recipiente ( Gv 4,9 ). L’emorroissa, quando viene guarita, chiede scusa a Gesù di averlo toccato ( Lc 8,47 ). Nessun fariseo sarebbe mai andato a cena in casa di un pubblicano o di un peccatore pubblico ( Mt 9,11; Lc 19,7 ). E quando per Legge si doveva ammazzare qualcuno, lo si faceva con la lapidazione, cioè con il lancio di sassi per non toccare il condannato ( Gv 8, 5 ss ).

Gesù invece conduce la sua vita in mezzo al popolo, non ha paura di essere toccato da gente impura, si lascia circondare dai bambini, ha un seguito di donne quando va in giro a predicare, tocca i malati e perfino i lebbrosi, va a cena in casa di pubblicani e peccatori, si lascia toccare anche dalle prostitute. Non ha paura di diventare impuro e di cadere sotto la maledizione di Dio. Come annunciatore e iniziatore del Regno di Dio, Egli è portatore della grande benedizione del Padre che si traduce in forza liberatrice dell’uomo da tutte le forme di oppressione che gravano su di lui.

poveri italiani

Gesù e i poveri

Gesù ha dichiarato di essere venuto ad annunciare la lieta novella ai poveri. Ad essi la sua prima parola di incoraggiamento, di consolazione, di salvezza, la sua prima beatitudine. Ma, chi sono i poveri? A chi si rivolge la prima beatitudine? Per S. Matteo i poveri in spirito sono i poveri in senso religioso, sono i poveri di YHWH, cioè gli umili, che confidano unicamente in Dio. Ma per san Luca ( Lc 6,20 ss ) si tratta dei poveri in senso sociale, della gente veramente povera. Dato che il testo di Luca è più antico, è probabile che così abbia inteso parlare anche Gesù.

  • Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
  • Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati… ( Lc 6,20-21 ).
  • Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
  • Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame… ( Lc 6, 24-25 ).

Ma qual era la condizione sociale di Gesù?

Gesù era povero. La stalla, il figlio del falegname, il patibolo sono cose vere, non fantasie. Non era schiavo, non era lavoratore dipendente. Era artigiano, quindi un piccolo borghese. Durante la vita pubblica, il suo peregrinare da un luogo all’altro era informato alla massima frugalità.

Gesù si è circondato di gente semplice: gli apostoli erano per lo più pescatori, comunque gente non colta, salvo, forse, Giuda.

Gesù si schierò dalla parte dei poveri, degli afflitti, degli affamati, degli uomini senza successo, senza potere e senza significato. Il “guai” ai ricchi, che fanno del denaro un idolo e ne diventano schiavi, è da prendersi sul serio. La ricchezza è un grave ostacolo all’ingresso nel Regno dei cieli. Gesù però non predica lo spossessamento dei ricchi, nè parla di vendetta contro gli sfruttatori e gli oppressori, ma di pace e di rinuncia al potere. Non esige, come i monaci di Qumran, la cessione di ogni sostanza alla Comunità. Chi rinuncia alle proprie sostanze, deve farlo per distribuirle ai poveri, non per riunirle in una proprietà collettiva. Ma non chiede a tutti la rinuncia totale. Pietro, Levi, Marta e Maria hanno cose di loro proprietà. C’è chi dà tutto e chi dà metà dei suoi beni ai poveri ( Zaccheo ). Certo, chi segue Gesù lascia tutto, ma non vive di aria. Le persone che seguono Gesù ( Lc 8,1-3; Mc 15,44 ) specialmente le donne, provvedono con i propri mezzi al gruppo apostolico. San Luca idealizza un po’ la Chiesa primitiva, esasperando in senso rigoristico certe frasi di Gesù. In realtà neppure la comunità primitiva conosceva una generale rinuncia ai beni materiali.

Gesù non esalta la povertà, non la trasfigura; non somministra oppio alla gente. Povertà, sofferenza, malattia, fame significano miseria, infelicità, non beatitudine. Sono qualcosa di male per l’uomo. Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati Egli dice: “Beati voi, felici voi”. Ciò significa che Dio, instaurando il suo Regno, si ricorda di loro per tirarli fuori dalla situazione di sofferenza in cui si trovano. La Beatitudine è una promessa di Dio che genera gioia subito in chi la ascolta e la fa fiduciosamente propria. Già irrompe nella vita di costui il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione. Infatti, la presa di coscienza che Dio gli sta innanzi, lo precede, comunica al credente una forza trasformante, anche nelle situazioni più difficili.

Allora la povertà, da situazione sociale, diventa una “povertà in spirito”, come dice Matteo: un atteggiamento fondamentale di vita sobria, senza pretese, vissuta con fiducia e serenità; una libertà interiore dai beni materiali, che viene richiesta a tutti i credenti in Cristo.

C’è quindi una povertà da combattere e da eliminare, ed è propriamente parlando la miseria, la condizione sociale in cui l’uomo manca del necessario, di quello che serve gli per soddisfare le esigenze primarie della vita: mangiare, bere, vestire, avere un ricovero per la notte, ecc. ( La beatitudine di San Luca ). Per noi oggi anche aver accesso alle cure per la salute e alla istruzione almeno elementare, ecc.

C’è una povertà da abbracciare come stile di vita dei cristiani: una vita sobria, lontana dall’ingordigia, dal voler raggiungere quelli che stanno meglio di noi, che seguono la moda, il consumismo, lo status simbol: vesti firmate, pellicce di lusso, auto fuori serie, case ai monti e al mare, ecc… quelli che non sono mai contenti, che si lagnano sempre, che non hanno mai abbastanza, che credono di valere molto perché possiedono molto, ecc… una vita, quindi, caratterizzata dalla fiducia in Dio, Padre buono e provvidente, che se provvede a sfamare gli uccelli del cielo, non farà certo mancare del necessario i suoi figli ( Lc 12,22-31 ). Tutto questo non per favorire la passività e l’inattività, ma per mettere un freno al nostro desiderio insaziabile di possedere e credere di valere nella misura in cui si possiede, mentre di fronte a Dio e agli uomini noi contiamo per quello che siamo ( La povertà in spirito, di Matteo ).

Ma anche la povertà da abbracciare come stile di vita, ha lo scopo di combattere la miseria della povera gente. Io rinuncio a qualcosa non perché sia cattiva in se stessa o mi faccia del male, ma perché c’è qualcuno che si trova in necessità e non posso chiudere il cuore di fronte al suo grido disperato. Il pensiero di Gesù è semplicemente questo: sia i ricchi epuloni che i poveri Lazzari devono sparire dalla faccia della terra.

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Chi erano i ricchi al tempo di Gesù?

In un’epoca in cui predomina l’agricoltura e la pastorizia, la ricchezza viene dalla terra. I ricchi sono i grandi proprietari terrieri. In Palestina i grandi possedimenti erano in mano principalmente ai Sadducei, dal cui gruppo veniva fuori sempre il Sommo Sacerdote. Questi padroni avevano sotto di sé una grande quantità di schiavi e un certo numero di operai pagati a giornata. Il tempio di Gerusalemme, oltre che centro religioso, era anche il centro economico e finanziario. I pellegrini dovevano cambiare i soldi per le offerte e comprare gli animali per i sacrifici. Così i poveri andavano ad aumentare la ricchezza di quelli che erano già ricchi sfondati e a monte erano i loro sfruttatori. E’ questo in ultima analisi il motivo per cui Gesù caccia, indignato, i venditori dal tempio ( Mc 11,15-19 ). Per Gesù, infatti, non si può essere religiosi, zelanti del culto del Tempio ed essere contemporaneamente degli oppressori, degli affamatori della povera gente o inumani e crudeli verso chi ha bisogno di soccorso, come il sacerdote e il levita della parabola del buon samaritano ( Lc 10.31-32 ).

Tutti i beni di questo mondo, in sé, sono buoni. Essi sono opera di Dio e sono per il bene dell’uomo. La ricchezza di cui si parla nel Vangelo è la concentrazione dei beni questo mondo nelle mani di pochi. Allora essa diventa cattiva per due ragioni.

Primo, perché rende l’uomo superbo al punto che pensa di non aver più bisogno di Dio ( Lc.12,15-21 ).

Secondo perché questo accumulo di beni viene fatto a scapito di tanta gente che si trova così priva del necessario per vivere. Il caso più emblematico è la storia-parabola del ricco epulone e il povero Lazzaro ( Lc 22, 19-31 ).

Per questo Gesù dice che è impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli ( Mc 10,23-27 ). O meglio, è possibile solo se Dio gli cambia il cuore, lo converte, così che serva Dio e non Mammona ( Lc 16,13 ), o venda i suoi averi e li dia ai poveri per poi seguire Gesù ( Mc 10,17-22 ).

Gli Atti degli Apostoli testimoniano la solidarietà a livello della prima Comunità cristiana di Gerusalemme. I cristiani, forse non tutti, ma sicuramente alcuni, come per es. Barnaba ( At 4,36-37 ), vendono le loro proprietà e ne consegnano il ricavato agli

Apostoli, non per scopo di tipo ascetico e nemmeno per farne una proprietà

collettiva, ma perchè nella comunità scompaia l’indigenza ( At 2,45 ). Con l’istituzione dei diaconi la comunità cristiana, sull’esempio di quella ebraica, provvede agli orfani e alle vedove ( At 6,1 ss ).

Ma la più antica testimonianza di solidarietà economica nel Nuovo Testamento ce la offre S. Paolo. Nelle Chiese da lui fondate in Asia minore e in Grecia egli organizza una grande Colletta a favore della Chiesa di Gerusalemme, che si trova in grandi ristrettezze economiche ( 1 Cor 16,1-4 ).

San Paolo è il principale assertore della Comunità cristiana come Corpo di Cristo. I cristiani sono membra di questo Corpo, di cui Cristo è il Capo, e si devono aiutare gli uni gli altri. I carismi di ciascuno devono essere messi al servizio di tutti ( 1 Cor 12,12 ss ). L’Eucaristia per essere autentica deve essere celebrata nel contesto di una cena di solidarietà dei ricchi verso i poveri, perché per mangiare degnamente il Corpo del Signore e bere degnamente al suo calice, bisogna riconoscere il Corpo del Signore, costituito dalle membra della comunità ( 1 Cor 11, 20-29 ). Nel giudizio finale Cristo premierà i buoni perché ritiene fatte a sé le opere di misericordia da loro compiute verso i poveri e bisognosi ( Mt 25,31 ss ).

La solidarietà dei ricchi verso i poveri si inserisce, quindi, nel quadro della comunione fraterna in Cristo e della solidarietà verso i più deboli e bisognosi di aiuto: i sani devono aiutare i malati, i sapienti devono consigliare gli ignoranti, ecc. Ma è il bisogno altrui, non il mio progetto, che deve guidare la mia azione. Per cui devo farmi prossimo di chi è nel bisogno e fare tutto quello che è possibile da parte mia. E non soltanto verso i miei parenti o i membri del mio popolo, come sostenevano gli Ebrei ( questo è settarismo ), ma verso chiunque ha bisogno di me, anche un nemico, come viene indicato molto bene nella parabola del buon samaritano ( Lc 10,30 ss ).

Se nel “Padre nostro” si parla del pane quotidiano, si vuole indicare la cosa più importante nell’ordine delle cose materiali, da cui dipende la salute e la vita stessa, ma non si vuole certo escludere tutto il resto di cui l’uomo ha pure bisogno per vivere.

D’altra parte l’invocazione a Dio perché assicuri il pane quotidiano a tutti gli uomini, implica l’impegno dei credenti a fare tutto quello che è possibile perché questo scopo si realizzi. Altrimenti sarebbe una tentazione di Dio. Del resto Gesù, quando compie il miracolo della moltiplicazione dei pani ( Mc 6,35 ss ), prima di compiere il miracolo dice ai discepoli: “Voi stessi date loro da mangiare” e poi si fa dare tutto quello che hanno, cinque pani e due pesci e, solo dopo di ciò, fa il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

La tradizione cristiana più genuina, per tutti i secoli passati, ha realizzato quello che sinteticamente ha indicato san Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto “questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “voi mi avete visto affamato e mi avete nutrito”…“A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di fame?”.

I cristiani hanno sempre praticato l’elemosina e tanti Santi hanno creato gli orfanotrofi, i ricoveri per vecchi, gli alloggi per i pellegrini, gli ospedali, ecc. Ricordiamo almeno San Basilio, San Benedetto, San Bernardo, Santa Caterina da Siena, Santa Caterina da Genova, San Giovanni di Dio, San Camillo, San Vincenzo de’ Paoli, ecc. Molti di loro hanno dato vita anche a un Istituto religioso che assicura nel tempo la prosecuzione dell’attività caritativa da loro iniziata.

Nella riforma della Liturgia della Santa Messa è stata valorizzata la Colletta, la raccolta di offerte, intesa come gesto simbolico della solidarietà che i cristiani devono

praticare nel quotidiano verso i membri più deboli e più poveri della comunità cristiana, della società civile e di tutta la famiglia umana.

A partire dalla rivoluzione Francese ( 1789 ) il mondo cambia radicalmente. La società feudale, organizzata in modo piramidale, con l’autorità che piove dall’alto e governa con le monarchie assolute o le Dittature, cede il posto, pian piano, alla Democrazia. La rivoluzione industriale toglie all’agricoltura il monopolio della produzione della ricchezza, fino quasi ad azzerarne l’importanza. Ma il mondo del lavoro presenta una nuova forma di schiavitù che è il proletariato sfruttato dal capitalismo. La reazione più forte al capitalismo è il comunismo di Marx ed Engels, autori del famoso manifesto: “Lavoratori unitevi”, comunismo realizzato poi nell’ U.R.S.S. con il socialismo reale dal 1917 al 1989.

Per quanto riguarda la difesa dei diritti degli operai cattolici e comunisti si trovano d’accordo e danno vita alle leghe bianche i primi e ai sindacati rossi i secondi. Ma per quanto riguarda la proprietà privata c’era tra i due estrema opposizione. I Comunisti la volevano abolire per creare l’uguaglianza sociale, i cattolici invece la difendevano come elemento basilare di autonomia e libertà per l’uomo singolo e per la sua famiglia. L’Enciclica “Rerum novarum ” del Papa Leone XIII ( 1891 ) si colloca in questo contesto storico.

Il Concilio Vaticano II ( 1961-64 ) e più recentemente l’Enciclica “ Centesimus annus” di Papa Giovanni Paolo II ( 1991 ), dopo la caduta del muro di Berlino, affrontano più serenamente il problema della proprietà privata, dando pienamente rilievo alla destinazione universale dei beni di questo mondo, cosa che prima veniva trascurata e vista come una concessione al Comunismo. Quattro sono i principi che vengono affermati.

zanotelli_1000«Non aspettiamoci miracoli da Dio, il silenzio di Dio significa che dobbiamo essere noi artefici del cambiamento» scrive Alex Zanotelli in questo intenso e prezioso libro che è un forte invito a liberare la nostra vita dalle catene di un modello economico che ci sta conducendo all’autodistruzione.
Ci attende una grande sfida, la costruzione di un nuovo paradigma che consenta a tutti di vivere meglio rispettando la nostra Madre Terra, la Pacha Mama. In questo momento particolarmente delicato ancor di più ognuno di noi è chiamato in causa impegnandosi per far vincere la vita sulla morte e realizzare il Gran Sogno di un mondo dove regni la pace e la giustizia distributiva. 
(Dalla quarta di copertina)

La terra è di Dio1 – Destinazione universale dei beni della terra. “ Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare alcuno” ( 31 ).

2 – La proprietà privata. “ E’ mediante il lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominare la terra e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro”.

3 – La funzione sociale del lavoro. “ Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno” ( 31 ).

4 – La solidarietà. Essa è affermata sia a livello delle singole nazioni che a livello dei rapporti internazionali. “E’ stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano”… “Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le sono proprie ( = il libero mercato), esiste un qualcosa che è dovuto all’ uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell’umanità” ( 34 ).

All’inizio del terzo millennio ci troviamo ad affrontare la bomba demografica: siamo 6 miliardi di uomini sulla faccia della terra. Come sfamare tutte queste bocche? Gli affamati sulla terra crescono a vista d’occhio. Le prospettive per il futuro sono terribili. E’ possibile risolvere questo grave problema?

Teoricamente parlando, la terra ha possibilità di produrre, con le tecniche attuali, cibo sufficiente per il doppio dell’attuale popolazione.

I beni di questo mondo, però, sono spartiti male :

  • Il 18 % della popolazione ( Nord ) si è accaparrata l’ 82 % dei beni della terra.
  • L’ 82 % della popolazione ( Sud ) ha a disposizione soltanto il 18 % dei beni terreni.
  • Ci sono 800 milioni di persone affamate o denutrite che lottano ogni giorno per la sopravvivenza” ( Giovanni Paolo II, anno 1997).

( Dopo il fallimento del piano quinquennale della FAO, a Maggio del 2002, la gente che rischia di morire di fame è di 1.200.000.000. I più esposti a questo rischio sono i bambini )

archbishop_helder_camaraSubito dopo il Concilio Vaticano II, i vescovi dell’America Latina riuniti a Puebla hanno deciso di prendere le difese dei poveri. La decisione di questo Sinodo è stata poi estesa alla Chiesa universale.

Senza interventi correttivi a livello mondiale, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. Il mercato mondiale penalizza le materie prime del terzo mondo nei confronti dei prodotti fini dei paesi industrializzati.

La conseguenza immediata di questa sperequazione mondiale è stato il fenomeno delle migrazioni di massa dai paesi poveri a quelli ricchi. E siamo solo agli inizi. Soltanto degli interventi massicci dei paesi ricchi per lo sviluppo dei paesi poveri del terzo mondo può risolvere a fondo questo problema. Nel frattempo noi non possiamo limitarci a deplorare questo stato di cose, ma dobbiamo fare tutto il possibile come individui e come comunità cristiane, per salvare il maggior numero possibile di persone dalla morte di fame, con particolare riguardo ai bambini che sono maggiormente esposti a questo rischio: ne muoiono ogni giorno ben 40.000, una città grande come Bassano del Grappa. Se ce ne stiamo inerti cadiamo nel peccato di omissione, che i Padri Conciliari del Concilio Vaticano II hanno rimproverato al popolo di Dio di fede cattolica, per cui l’hanno introdotto nel Confiteor della S.Messa.

Attualmente si sta facendo parecchio mediante gli Istituti missionari, le Associazioni benefiche e gli organismi non governativi, che usufruiscono anche dei Fondi dell’8 per mille, ma occorre una azione collettiva dei Cattolici per la solidarietà internazionale, per cambiare le regole del mercato, per favorire l’acquisto diretto delle merci che vengono dai paesi poveri e per le Banche benefiche.

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Povertà evangelica

 

Per quanto riguarda il modo di vivere la povertà nel nostri Istituto Religioso c’è stato un grande cambiamento. Prima non si aveva mai un soldo mi tasca, bisognava dipendere dal superiore anche nelle minime cose. Tutto questo settore stava sotto l’obbedienza. Ora invece c’è uno spazio di autonomia in cui siamo chiamati a usare la nostra responsabilità personale.

Il punto di riferimento resta Cristo. Però ora lo conosciamo meglio di una volta. C’è una povertà da combattere: la grotta di Betlemme e la nudità della croce sono delitti della cattiveria umana. Ma c’è una povertà da imitare: Cristo che si guadagna il pane con il lavoro a Nazaret.

Cristo non è un grande proprietario terriero, che vive di rendita, con salariati e schiavi sotto di sè. Per questa gente ci sono i guai a voi, o ricchi!

Ma Egli non è neppure uno schiavo, né un lavoratore dipendente. Cristo è un lavoratore autonomo: vive in uno stato medio, che gli permette di dedicarsi alla predicazione durante la bella stagione. Nella predicazione itinerante non disdegna il sostegno economico delle donne che lo seguono.

Inoltre c’è da dire qualcosa circa lo scopo della povertà religiosa. Esso risulta chiaro negli Atti degli Apostoli: perché nella Comunità cristiana non ci sia nessun indigente ( At 4,34 ). Inoltre l’Eucaristia, secondo la narrazione di Paolo, viene celebrata nel contesto di una cena di solidarietà dei ricchi verso i poveri ( 1 Cor 11, 17-34). La povertà cristiana non è dettata da motivi ascetici, ma dall’esigenza dì essere solidali con i poveri. Chi ha dei beni deve darli ai poveri. La povertà dei singoli religiosi non è per la ricchezza del Convento, ma per la condivisione dei beni con i poveri.

Gesù e gli ignoranti

Tanti uomini e donne, umili e ignoranti non possono o non vogliono osservare la Legge. In genere non si tratta di cattiva volontà, ma dipende dal fatto che non conoscono la Legge o non ne capiscono il valore come gli specialisti. Le autorità religiose li considerano peccatori, degni dei castighi di Dio. Gesù invece loda le persone semplici e ignoranti perché le trova aperte nei confronti dell’annuncio del Regno di Dio. E le contrappone ai dotti e ai sapienti che con tutte le loro sottigliezze giuridiche restano impermeabili alla sua parola di salvezza.

Gesù e le donne

Al tempo di Gesù le donne non contavano nulla. Nelle Sinagoghe erano separate dagli uomini. Al tempio non si potevano avvicinare quanto gli uomini. Non potevano neanche leggere la Sacra Scrittura, ma ascoltarne la lettura dal marito. In pubblico non potevano neppure parlare con i maschi. Non avevano i medesimi diritti degli uomini in fatto di divorzio, in caso di adulterio, ecc. Presso gli Ebrei vigeva un maschilismo più forte che presso i Romani, che la Religione con le leggi sulle purità legali aveva fortemente accentuato. Gesù invece si circonda di donne con sorprendente naturalezza: durante le peregrinazioni apostoliche, alcune donne provvedono a Gesù e agli apostoli ( Lc 10, 38-42 ); sul calvario ci sono delle donne ( Mc 15,40 ; Mt 27, 55-56; Lc 23,49 e 24,10 ). Gesù difende la donna dal sopruso del marito circa il divorzio ( Lc 16,18) e salva l’adultera dalla condanna a morte ( Gv 8,1-11 ).

Gesù e i bambini

I bambini non avevano diritti. Dovevano stare in casa con le donne. Gesù invece “si indigna” con i discepoli che li volevano allontanare da lui, li accarezza e li benedice ( Mc 10,13-16 ). Li propone ai discepoli come modello di fiducia in Dio per la prontezza che essi hanno ad accettare doni dagli adulti con naturalezza, senza sospetto di calcoli e secondi fini ( Mc 10,15 ).

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Gesù e i malati

La mentalità del tempo, come abbiamo già detto, vedeva la causa delle malattie nei peccati commessi. I malati, perciò, si pensava, erano responsabili delle loro disgrazie. Gesù sconfessa questa mentalità ( Cfr Gv 9, l-3 ) e quindi anche ogni forma di ostracismo sociale.

Per la storicità basti dire che Gesù operatore di miracoli è attestato dalla più antica tradizione cristiana al pari di Gesù predicatore. Per non accettarlo bisognerebbe eliminare una buona metà del Vangelo di Marco. Fatte alcune riserve: possibilità che qualche miracolo sia stato inventato, secondo le usanze di quei tempi in campo religioso; che qualche altro sia stato ingrandito ( es: moltiplicazione dei pani: da una a due; da 4.000 a 5.000 persone; da un cieco a due ciechi; da un demonio a una legione di demoni, ecc.); dobbiamo però anche dire che da nulla non nasce nulla e quindi se a Gesù viene attribuita una grande attività taumaturgica a favore dei malati, essa deve avere un fondamento storico.

Inoltre, l’accusa di scacciare i demoni in nome di Beelzebul ( magia ), l’accusa di guarire in giorno di Sabato e la guarigione della suocera di Pietro ( data la stima del celibato immediatamente successiva nella Chiesa ) sono elementi a favore della storicità dei fatti, in quanto elementi sgradevoli e sicuramente non inventati.

Certamente devono essersi verificate delle guarigioni di malati di vario genere, sorprendenti per la gente di quel tempo. In particolare devono aver avuto luogo delle guarigioni di indemoniati. Sovente la malattia era messa in relazione con il peccato e questo, a sua volta, con i demoni. Questo discorso vale soprattutto per l’epilessia, la quale veniva attribuita a un demone che possedeva il malato. La guarigione veniva considerata una vittoria su questo demone. Del resto, la concezione che le malattie fossero causate da spiriti maligni era diffusa in tutto il mondo antico e non solo presso gli Ebrei. Per Gesù l’avvento del Regno di Dio rappresenta la sconfitta di Satana, che cade dal cielo come fulmine ( Lc 10,18 ).

Miracoli come “segni”

Le guarigioni e gli esorcismi non sono fine a se stessi, ma sono al servizio dell’annuncio del Regno di Dio. Illustrano e confermano la parola di Gesù. Un paralitico viene guarito proprio per convalidare la legittimità del perdono dei peccati pronunciata da Gesù ( Lc 5,17-26 ). Hanno la funzione di segno: il Regno di Dio, attraverso l’azione di Gesù, comincia a realizzarsi.

Gesù si rivolge con simpatia e compassione a coloro ai quali non si rivolgeva nessuno: ai deboli, ai malati, ai negletti, agli emarginati. E’ questa la novità sconvolgente! Tutti fuggono dai lebbrosi e dagli ossessi, Gesù invece li avvicina e li tocca. Gesù non conosce il culto della salute, della giovinezza e della capacità, come fanno tutte le altre Religioni, come fanno gli Ebrei e come fa Qumran, la quale diceva apertamente: “Folli, dementi, balordi, alienati, ciechi, paralitici, zoppi, sordi, minorati, di costoro nessuno va accolto nella comunità, perchè angeli santi sono al suo interno”. La descrizione del Regno dei cieli fatta da Gesù ai discepoli del Battista suona in maniera completamente opposta: “I ciechi vedono e gli zoppi camminano, i lebbrosi guariscono e i sordi odono, i morti vengono risuscitati e i poveri ricevono la lieta novella” ( Mt 11,14). La Missione dei Dodici ( Lc 9,1-8 ), la missione dei settantadue ( Lc 10,1-20 ), la Missione definitiva dopo la risurrezione ( Mc 16,15-18 ) comportano sempre un duplice mandato: la predicazione del Regno di Dio e la guarigione dei malati.

Il messaggio del Regno di Dio mira all’uomo in tutte le sue dimensioni: non solo all’anima dell’uomo, ma all’uomo intero nella sua esistenza spirituale e fisica, nella concretezza del suo mondo pieno di sofferenza. Ed è un messaggio che vale per tutti gli uomini: non solo per i forti, i giovani, i sani, i capaci, che il mondo tanto volentieri esalta; ma anche per i deboli, i malati, i vecchi, gli incapaci, che il mondo tanto volentieri dimentica, ignora, trascura.

Gesù non si è limitato a parlare, è anche intervenuto nella sfera della malattia e dell’ingiustizia. Egli ha non solo il potere di predicare, ma anche il carisma di guarire.

Non è semplicemente annunciatore e consigliere. Egli è al tempo stesso risanatore e soccorritore. Per questo motivo la tradizione cristiana antica parla di Gesù come medico delle anime e dei corpi.

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I moralmente inadempienti

 

Gesù non solo si è occupato dei poveri, dei malati, degli ossessi; non solo ha avuto attenzione per le donne, i bambini e la gente semplice; ma ha avuto anche contatti con persone moralmente inadempienti, palesemente irreligiose e immorali. Questo fu il vero e autentico motivo di scandalo.

A Gesù non solo fu applicato l’epiteto ingiurioso di mangione e beone, ma anche quello più pesante di amico dei pubblicani e peccatori. Gesù ha frequentato con assiduità provocatoria individui moralmente trasgressivi.

Il vangelo attesta espressamente dei casi di peccatori pubblici, citando anche i nomi: pubblicani ( Matteo e Zaccheo ), prostitute (Lc 7,36-50), adultere (Gv 7,53- 8,11). E le sentenze di Gesù che accompagnano quegli episodi sono rimaste famose: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”; “le sono perdonati i suoi molti peccati perchè ha molto amato”; “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Il predicatore del Regno di Dio non ha recitato la parte del pio asceta che evita i banchetti e soprattutto determinate persone. Gesù, contro tutti i pregiudizi e le discriminazioni sociali, si oppose a che determinati gruppi o infelici minoranze venissero squalificati socialmente. Gesù non tentò di solidarizzare a tutti i costi. Non prese parte alla caotica attività di cerchie equivoche. Non si abbassò al loro livello, ma le innalzò al proprio.

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Gesù inoltre non si limitò a discutere con loro, ma si sedette a tavola con loro. Essere seduti insieme a tavola non vuol dire soltanto gentilezza e affabilità, ma pace, fiducia, conciliazione, fraternità. Il capofamiglia ebreo spezza il pane all’inizio del pasto e recita una benedizione. Chi partecipa al pane partecipa alla benedizione di Dio. Gesù spartiva la mensa al cospetto di Dio con uomini peccatori. Così Egli intendeva offrire pace e riconciliazione anche ai moralmente inadempienti, che i pii ebrei invece emarginavano ( Cfr. Capitolo X ).

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La salvezza

Per gli Ebrei la salvezza riguarda la vita presente: Dio assicura al popolo una terra dove possa vivere a lungo nella libertà, crescere, moltiplicarsi e godere i frutti della terra. Vale sempre il trinomio: Dio – popolo – terra. Solo tardivamente si fa strada l’idea della vita futura con Dio ( Libro dei Maccabei ).

Per Gesù il Regno di Dio ( progetto di salvezza ) riguarda la vita presente, ma in prospettiva escatologica: vita beata ed eterna con Dio, gli angeli e i santi. Riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini. Il centro dell’attenzione è la persona umana, nel suo aspetto fisico e spirituale. Essa è più importante della Legge e del Tempio. Se si trova nel bisogno occorre andare in suo soccorso.

Per la Chiesa Feudale ( Clericale, giuridica e verticista ) la salvezza riguarda solo l’anima e si realizza nella vita eterna. La vita presente è destinata alla sofferenza, il mondo presente è una “valle di lacrime” ( Salve Regina ), ecc. Bisogna offrire a Dio la propria sofferenza accettata con rassegnazione, in attesa del premio futuro.

Il Concilio ci ha fatto riscoprire il Gesù storico, uomo ricco di umanità, che porta un annuncio di salvezza che comincia a realizzarsi subito ( il già ), qui e adesso, ma che raggiungerà la sua pienezza nel futuro escatologico di Dio ( il non ancora ). La salvezza parziale che Egli dona ai malati con le guarigioni ( sanitas ) è un segno e un anticipo della salvezza piena ed eterna del Paradiso ( salus ).

1-_Scan10328-001Ospitalità secondo lo stile di S. Giovanni di Dio

 

La teologia del voto di ospitalità nasce dal fatto che Cristo non si è limitato a predicare l’avvento del Regno di Dio, ma ha svolto contemporaneamente un’assidua azione taumaturgica a favore dei malati. E le guarigioni dei malati rappresentano dei segni che il Regno di Dio si sta già realizzando con l’allontanamento delle forze del male che opprimono l’uomo.

In questo settore il problema del rinnovamento è molto vecchio, visto che già Pio XI diceva ai nostri Superiori: “Spirito antico, ma mezzi moderni”.

Le trasformazioni del mondo sanitario e ospedaliero sono semplicemente vertiginose e nessun superiore da solo può ragionevolmente pensare dì avere le ricette in tasca per risolvere tutti i problemi. I religiosi verranno sempre più coinvolti personalmente nelle scelte da farsi, anticipando magari le norme legislative. E in questo devono anche avvalersi dell’aiuto degli esperti del settore, che sono dei laici.

I nostri ospedali devono essere all’avanguardia sotto l’aspetto tecnico-assistenziale. E già per fare questo ci vuole un impegno notevole di uomini e mezzi, perché i problemi si susseguono con ritmi forsennati e le risorse umane e i mezzi finanziari non sono sempre adeguati.

Ma il Concilio ha detto che lo scopo precipuo della presenza dei religiosi negli ospedali è l’annuncio del Regno dì Dio nel mondo della sanità. I religiosi, quindi, dovranno demandare ai laici tante prestazioni di tipo manuale c/o professionale e riservare le poche risorse umane disponibili all’azione dell’apostolato sanitario e ospedaliero. In questo settore poi si dovrà superare il sacramentalismo e mirare soprattutto a una nuova evangelizzazione.

I religiosi devono essere gli animatori della comunità ospedalira composta di religiosi, collaboratori laici dipendenti, volontari e malati. Non possono più demandare l’apostolato sanitario-ospedaliero unicamente al Cappellano.

Il progetto di collaborazione con i laici nel mondo sanitario-ospedaliero (insieme per servire ) non nasce dal fatto emergente della mancanza di vocazioni, ma dal concetto di Chiesa come popolo di Dio, sancito dal Concilio.

Avendo come punto di riferimento il popolo di Dio che lavora con noi a favore dei malati o ci aiuta dall’esterno, o simpatizza per noi, ecc. la nostra animazione spirituale deve rivolgersi a tutti questi settori, in vari modi: questo è il taglio spirituale con cui va affrontato il discorso dei gruppi o movimenti, cui partecipare il carisma dell’ospitalità secondo lo spirito di San Giovanni di Dio.

1-_Scan10328-001La CARTA D’IDENTITA’ dell’Ordine parla:

  • di ospitalità olistica, che riguarda la persona intesa come unità fisica e spirituale
  • della sanitas (guarigione dei malati) come obbiettivo primario che gli ospedali devono raggiungere usufruendo di tutti i mezzi che la scienza e la tecnica mettono a nostra disposizione
  • della umanizzazione degli ospedali perché si crei un ambiente sereno per tutti quelli che vi entrano
  • ma anche della salus ( salvezza eterna ) come obbiettivo dell’apostolato ospedaliero ( ultimo nell’esecuzione, ma primo nell’intenzione ).

Domande

1 – Vado dietro ai potenti, ai ricchi? Cerco la carriera ecclesiastica?

O anch’io, come Gesù, sono amico dei poveri, degli oppressi, dei malati, degli ignoranti, dei deboli, degli emarginati, degli ultimi, dei senza-speranza?

2 – Le idee di fondo che guidano il mio apostolato ospedaliero sono quelle della Chiesa medioevale: la salvezza dell’anima? O sono quelle di Gesù: approccio dell’uomo sofferente nella ricerca di fare tutto quello che è possibile per lui?

3 – Nel contatto con i malati mi presento come Gesù, uomo ricco di umanità? Ho la pazienza di ascoltare i loro lamenti? Mi interesso ai loro problemi? A quelli delle loro famiglie?

4 – Penso ancora che l’apostolato ospedaliero sia esclusivo dei preti, o mi adopero per creare una chiesa ospedaliera dove tutti gli operatori cristiani si sentano coinvolti ad operare attivamente a favore dei malati sul piano fisico e spirituale ( pastorale d’insieme )?

5 – Cosa penso della nuova evangelizzazione? Sono ancora un seguace di Giovanni Battista, che minaccia i castighi di Dio ( “razza di vipere”! )? O seguo Gesù che annuncia un tempo di grazia per tutti? Sono apportatore di speranza nel mondo della sofferenza?

6 – Nella celebrazione del Sacramento della Penitenza mi atteggio a giudice severo ( al posto del Padre eterno )? Oppure mi presento come ministro del perdono gratuito di Dio che riempie il cuore di gioia e trasforma i cuori?

7 – Cosa penso del sacramento degli infermi? Un Sacramento che agisce automaticamente e che bisogna dare a tutti i costi, anche contro voglia o quando il malato non capisce più niente? O è l’espressione della volontà della Chiesa che vuole fare tutto il possibile per il bene del malato e prega Dio per la sua salute e per la sua salvezza? ( Cfr Rituale, introduzione, n. 5 ).

Bibliografia essenziale

AA.VV. Diaconia della carità nella pastorale della Chiesa locale, Gregoriana, Padova, 1988.

T.Goffi e G. Piana, Corso di morale, 5 volumi, Queriniana, Brescia, 1983

T.C. Larchet, Teologia della malattia, Queriniana, Brescia, 1993

P.M.Zulehner, Teologia pastorale, 4 volumi, Queriniana, Brescia, 1992

G. Pasini, La Chiesa del grembiule, in: RELIGIONE E SCUOLA, Queriniana, Brescia, n. 5, Mag/Giu 1994, pagg. 3-13.

 

7 – PADRE NOSTRO: L’AMORE DEL PROSSIMO – Luca Beato o.h.

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PARTE SECONDA

VII

L’AMORE DEL PROSSIMO

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Deuteronomio 6,4-9
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. 
Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore,

con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. 
li ripeterai ai tuoi figli, 
ne parlerai quando ti troverai in casa tua,
quando camminerai per via,
quando ti coricherai e quando ti alzerai. 
Te li legherai alla mano come un segno, 
ti saranno come un pendaglio tra gli occhi
e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Conveitevi

Gesù - convertitevi( Padre nostro )

Gesù chiede anzitutto un radicale e integrale orientamento della vita umana verso Dio. La “metànoia”( Mc 1,15 ), cioè la conversione ( non la penitenza ), consiste in una decisiva trasformazione della volontà, un nuovo atteggiamento di fondo, una opzione fondamentale a favore di Dio. Non si richiede la confessione dei propri peccati, ma il rifiuto della propria vita peccaminosa, della propria vita precedente e un orientamento verso il futuro migliore che Dio promette e dona con l’avvento del suo Regno. A questo futuro l’uomo si deve dedicare totalmente, senza voltarsi indietro dopo aver posto mano all’aratro ( Lc 9,62 ).

L’uomo deve consacrare il suo cuore a Dio e a niente altro:

  • non al denaro e ai beni materiali ( Mt 6,19-21.24-34; Mc 10,17-27 );
  • non al diritto e all’onore ( Mt 5,38-42; Mc 10,42-44 );
  • neppure ai genitori e alla famiglia ( Lc 14,26; Mt 10,39 ).
  • Chi vuole essere discepolo di Gesù deve “odiare” ( = mettere in secondo piano ) padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli e perfino se stesso. Già, perchè l’esperienza insegna che il nemico più forte della nostra conversione è proprio il nostro io. La realtà invece è questa: chi ama la propria vita la perderà, chi invece la perde per Cristo e per il Vangelo, la ritroverà ( Lc 17,33; Mt 10,39 ).

Tesoro nascosto nel campo - RembrandtPerla preziosaIl discepolo di Gesù, per sè, non è che debba compiere degli atti di eroismo, ma deve vivere continuamente nella gioiosa gratitudine di chi ha trovato il tesoro nascosto nel campo o di chi è riuscito ad acquistare la perla preziosa. Il modello di questo atteggiamento è il bambino, non per la sua presunta innocenza, ma perchè ha totale fiducia nei suoi genitori, si lascia aiutare da loro naturalmente ed accetta spontaneamente e con riconoscenza i loro doni. L’invito di Gesù alla conversione del cuore è un invito alla gioia. E devono gioire anche gli altri ( il fratello del figlio prodigo ), come gioisce il Padre celeste per un peccatore pentito. Nei confronti di Dio noi ci dobbiamo sentire come figlioli nella casa del proprio Padre e non come schiavi sotto il Padrone. I rapporti tra noi e Dio non sono regolati da leggi scritte o da statuti giuridici, ma dall’amore gratuitamente offerto da Dio e fiduciosamente accolto dall’uomo.

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La volontà di Dio è il bene dell’uomo

Da quanto è stato detto finora dovrebbe apparire chiaro che Dio non vuole niente per sè. La volontà di Dio è il bene dell’uomo, la vera grandezza dell’uomo, la sua dignità suprema.

In tutta la Bibbia viene detto diffusamente che la volontà di Dio è una volontà di salvezza sia del singolo uomo che di tutti gli uomini. Più precisamente all’inizio si tratta della salvezza del popolo ebreo e dei singoli nell’ambito della salvezza del popolo; ma poi si fa strada l’idea che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini.

Questa volontà di salvezza si traduce in aiuto e liberazione, difesa e protezione, risanamento e risollevazione. Dio vuole la vita del suo popolo, la sua gioia, la sua libertà, la sua pace, la sua salvezza, la sua felicità completa e duratura.

L’annuncio, che fa Gesù, dell’avvento del Regno di Dio, significa per l’uomo un annuncio di salvezza completa offerta gratuitamente da Dio, un annuncio di redenzione, di pacificazione, di felicità. In Gesù si ha proprio una radicale identificazione della volontà di Dio con il bene dell’uomo. Dio non viene visto senza l’uomo, l’uomo non viene visto senza Dio.

Le conseguenze di questo insegnamento sono logiche e immediate:

  • – Non si può essere per Dio e contro l’uomo.
  • – Non si può essere persone pie e comportarsi in modo disumano.

Tutto ciò sembrerebbe una cosa ovvia, ma invece non lo è, nè oggi nè al tempo di Gesù. Questa invece è la novità assoluta portata da Gesù: il vino nuovo che gli otri vecchi non possono contenere; il tessuto nuovo che non si può usare per rappezzare quello vecchio.

Poichè è in gioco l’uomo:

  • Gesù, che solitamente è rispettoso della Legge, non esita ad andare a
    mangiare e  bere.
  • Gesù rigetta l’osservanza rigida del riposo del Sabato perchè disumana e dichiara esplicitamente che il Sabato è fatto per l’uomo.

Legge

La Legge non è un assoluto

Gesù ha relativizzato la Legge. La causa di Dio non è la Legge, ma l’uomo. Questo vuol dire: umanità al posto di legalismo, istituzionalismo, giuridismo, dogmatismo. Non si tratta di abolire norme ed istituzioni, ma di valutarle in funzione dell’uomo, di umanizzarle. Non si vuole, certo, sostituire la volontà dell’uomo a quella di Dio, si vuole significare che la Legge non è un assoluto, ma ha la funzione di favorire il bene dell’uomo. I comandamenti esistono per l’uomo, non l’uomo per i comandamenti ( Mc 2,27 ) .

gerusalemme_web_webIl Tempio non è un assoluto

Gesù relativizza il Tempio. Non si tratta qui solo dell’edificio sacro, ma dell’intero ordine del culto a Dio, il servizio divino. “Prima riconciliati con tuo fratello, poi vieni a presentare la tua offerta” ( Mt 5,23 ). Alla riconciliazione fraterna e al servizio quotidiano fatto al prossimo va accordata la priorità rispetto al servizio divino e all’osservanza del giorno riservato al culto divino.

Gesù non abolisce la Liturgia, anche se predica la fine del Tempio, ma la vuole vedere al servizio delle esigenze umane. La Causa di Dio non è il culto, ma l’uomo: umanità invece di formalismo, ritualismo, liturgismo, sacramentalismo.

Certo, il servizio umano non sostituisce il servizio divino; ma il servizio divino è in funzione del servizio umano. Non si può prendere in seria considerazione Dio e la sua volontà, senza prendere contemporaneamente in seria considerazione l’uomo e il suo bene.

Gesù, quando prende le difese dell’uomo, non esita ad assumere atteggiamenti di combattività ed aggressività contro persone ed istituzioni. Gesù non è la figura dolce, mite, arrendevole, quieta, umile, paziente che certo pietismo e devozionismo vorrebbe farci credere.

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Amore di Dio e del prossimo

Anche il Giudaismo parla sporadicamente di un amore su due piani: Dio e il prossimo. Gesù fa una originalissima riduzione e concentrazione di tutti i comandamenti a questi due dell ’amore di Dio e del prossimo, annodandoli strettamente tra di loro in una indissolubile unità. Dopo di Lui, non è più possibile dividere la religiosità dal comportamento. L’ unico amore si deve esprimere in atti di culto verso Dio e in gesti d’amore verso il prossimo.

Sia ben chiaro che per Gesù Dio e l’uomo non sono la stessa cosa. Dio resta Dio e l’uomo resta uomo. Dio detiene il primato assoluto e va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze ( Mt 22,37 ). Ma amare Dio non vuol dire fuggire dal mondo, cercare l’unione mistica con Dio nella solitudine. L’amore di Dio senza l’amore dell’uomo è vuoto e illusorio. L’amore del prossimo, però, è distinto dall’amore di Dio e non può diventare strumento dell’amore di Dio. Cioè, io devo amare il prossimo per se stesso, perchè Dio vuole che io ami tutti i figli suoi. Quando aiuto il prossimo che è nel bisogno non devo fare discorsi pii. Il samaritano presta soccorso al ferito che incontra sulla via senza addurre motivazioni religiose. E’ il suo gesto di carità che è per se stesso gradito a Dio. I benedetti del giudizio finale si meravigliano che le opere di misericordia fatte al prossimo, Dio le consideri come fatte a sè. Amore del prossimo non vuol dire amore dell’umanità in genere. L’umanitarismo non costa nulla, è facile a praticarsi. Ma la prestazione concreta fatta al singolo malato, affamato, oppresso, impegna seriamente e profondamente.

E’ al vicino che dobbiamo guardare: in famiglia, in parrocchia, nella scuola, nel campo professionale, ecc. E’ più facile solidarizzare con poveri dell’India e dell’Africa, che con i marocchini, che vengono qui da noi. Quanto più lontano è il prossimo, tanto più agevole risulta una professione verbale d’amore.

Gesù invece vuole l’amore pratico e concreto. Per Gesù l’amore non è solo amore dell’uomo, ma essenzialmente amore del prossimo. E nell’amore del prossimo trova la sua realizzazione pratica l’amore di Dio. Dall’intensità del mio amore per il prossimo, ho la misura dell’intensità del mio amore per Dio.

“Come te stesso”

Il prossimo va amato “come te stesso”( Lv 19,18; Mt 22,39 ). Noi amiamo istintivamente noi stessi e sappiamo bene quello che vogliamo gli altri facciano a noi. Quello che istintivamente vogliamo per noi, uscendo dal nostro egoismo, lo dobbiamo volere e fare anche al nostro prossimo. Non è che dobbiamo estinguere il nostro io, come voleva una certa ascetica del passato, ma aprirci agli altri: essere vigili, attenti, disponibili a venire in aiuto agli altri. Denominatore comune dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo è quindi il ripudio dell’egoismo, la volontà di dedizione. Dio non mi chiama dalle nuvole e nemmeno dal fondo della mia coscienza, ma soprattutto attraverso il prossimo: un appello che non si spegne mai, che ogni giorno torna a raggiungermi in mezzo alla mia vita quotidiana nel mondo.

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Chi è il mio prossimo

Per gli Ebrei ( Lv 19,18 ) si tratta dei membri del proprio popolo; gli altri sono nemici. Gesù non dà una definizione del prossimo, ma con la parabola del buon samaritano indica che il prossimo non sono soltanto quelli della propria famiglia, della cerchia deg1i amici; quelli del mio partito, del mio popolo, ma anche gli estranei. Il prossimo è imprevedibile. E’ chiunque ha bisogno di me. Inoltre l’inversione della risposta (” Chi ti sembra sia stato il prossimo a colui”…) rispetto alla domanda (“Chi è il mio prossimo? ) indica che il centro della parabola è l’urgenza di praticare l’amore concreto verso chi ha bisogno.

Cuore nuovoAnche i nemici

Gesù non parla solo di amore verso il prossimo, ma anche di amore verso i nemici. Questa è la sua caratteristica esclusiva.­ La “regola aurea”: ” Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” ( Mt.7,l2 ), almeno nella forma negativa, era nota anche nell’Antico Testamento ( Tb 4,l5 ). Gli Ebrei forse l’avevano mutuata dalla filosofia greco-romana. Il Rabbi Hillel ( 20 a.C. ), nella forma negativa, la definisce la “summa”‘ della Legge.

Il programma “amate i vostri nemici” appartiene a Gesù, che, in questa maniera toglie ogni confine all’amore del prossimo. Mentre Qumran diceva di odiare i nemici, Gesù dice: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano ( Mt 5,43 s ), fate del bene a quelli che vi odiano ( Lc 6,27 ). Nella parabola del buon samaritano la persona da imitare non è nè il sacerdote, nè il levita ( = fallimento morale ) e nemmeno un Ebreo laico, ma un Samaritano ( per gli Ebrei un nemico, uno scomunicato, un eretico), uno da cui bisognava stare alla larga, al quale non bisognava nè dare nè ricevere il saluto.

Per quale motivo?

Il motivo per cui dobbiamo amare anche i nemici non è il fatto che abbiamo la medesima natura, non è la filantropia, non è la pietà universale, ma la perfetta imitazione di Dio. Dio non divide l’umanità in buoni e cattivi. Il sole e la pioggia vengono concessi a tutti senza alcuna discriminazione. Con l’amore reciproco gli uomini e le donne devono dimostrarsi figli e figlie dello stesso Padre, divenendo, da nemici che erano, fratelli e sorelle ( Mt 5,45 ).

L’amore di Dio per i nemici è quindi esso stesso la ragione dell’amore dell’uomo per i nemici. Per giunta è proprio verso i nemici che si manifestano le caratteristiche dell’amore vero: non cerca il contraccambio, non attende ricompensa.

E’ immune da qualsiasi calcolo ed egoismo latente, ed è interamente aperto all’altro.

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La radicalità autentica

Gesù non è un fanatico, come ce n’erano tanti al suo tempo, conservatori, rivoluzionari, moralizzatori. Gesù si pone al di sopra di tutte le correnti. La sua radicalità è la radicalità dell’amore.

L’amore predicato da Gesù non comporta di per sè, il compimento di grandi azioni, di grossi sacrifici. Qualche volta, certo, può esigere la rottura con i parenti, la rinuncia ai propri beni, perfino il martirio. Ma normalmente si realizza nella vita quotidiana: salutare per primo ( Mt 5,47 ), scegliere l’ultimo posto a tavola ( Lc 14,7-11 ), essere in ogni caso sinceri ( Mt 5,37 ).

Per illustrare meglio la radicalità dell’amore cristiano, sia sul piano individuale, sia sul piano comunitario, ne focalizziamo tre aspetti: il perdono, il servizio e la rinuncia.

La riconciliazione con il fratello precede il servizio divino. Senza riconciliazione con il fratello non esiste riconciliazione con Dio ( Padre nostro ). Più esattamente, è la presa di coscienza di essere peccatori che hanno ottenuto da Dio il grande perdono ad aprirci il cuore a concedere al prossimo il piccolo perdono ( Parabola del re magnanimo e dal servo spietato: Mt 18,21-35 ). Il perdono che vuole Gesù è senza limiti, settanta volte sette ( Mt 18,22; Lc 17,4 ).

giovanni-di-dio e i suoi discepoliIl coraggio di servire gli ultimi conduce alla vera grandezza. E’ questo il senso della parabola del convito ( Lc 14,11 ): all’autoesaltazione segue l’onta della degradazione; all’autoumiliazione segue l’esaltazione per opera di Dio. Gesù vuole un servizio fraterno altruistico nella comunità apostolica e non rapporti gerarchici. Ci torna su più volte: nella richiesta dei figli di Zebedeo, nella disputa tra gli apostoli, nell’ultima cena con la lavanda dai piedi. Il più grande è colui che serve a tavola ( Mc 10,43 ss ). In questo devono prendere esempio da Gesù che non è venuto per essere servito ma per servire a dare la sua vita in riscatto per molti. Tra i discepoli di Gesù non ci deve essere nessuna carica fondata sul diritto e sul potere (come il potere statale) e neppure sulla dignità e sulla dottrina ( come le cariche degli scribi ). Nel popolo di Dio i Superiori devono servire più degli altri il gruppo al quale sono preposti.

Gesù esige la rinuncia alle realtà negative ( brame, peccati ): se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo, ecc.( Mc 9,43 ); non solo, ma diffida dallo sfruttare i più deboli ( Mc 12,40 ): divorano le case delle vedove ) e vuole anche la rinuncia a realtà positive come il diritto e il potere. Questo è il significato di fare due miglia con chi te ne chiede uno; dare anche il mantello a chi ti ha tolto la tunica; porgere l’altra guancia a chi ti ha percosso su una ( Mt 5,39-41).

Proprio questi esempi, nella loro espressione paradossale, fanno capire che non si tratta di norme giuridiche, ma di uno spirito nuovo di rinuncia a combattere la violenza con la violenza. Questa rinuncia non è espressione di debolezza; non è neppure rinuncia alla protesta contro i soprusi ( Gesù in tribunale ha protestato contro uno schiaffo ingiusto ).

Gesù fa degli appelli per un radicale compimento della volontà di Dio, la quale è sempre, in tutte le circostanze, favorevole al prossimo. Ogni rinuncia è espressione quindi di una grande forza d’animo, perchè è solo il lato negativo di una nuova prassi positiva.

ComandamentiIn questa prospettiva vanno rivisti anche i dieci comandamenti. Essi acquistano significato nel contesto della “giustizia migliore” del discorso della montagna.

  1. 1 ) Non solo non avere altri dèi all’ infuori di Lui, ma amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, amare il prossimo e addirittura il nemico come se stessi.
  2. 2 ) Non solo non pronunciare invano il nome di Dio, ma neppure giurare su Dio.
  3. 3 ) Non solo santificare il sabato con il riposo, ma in quel giorno fare attivamente il bene.
  4. 4 ) Non solo onorare il padre e la madre per vivere a lungo sulla terra, ma, se necessario per una vita autentica, rispettarli anche nella forma della separazione.
  5. 5 ) Non solo non uccidere, ma evitare pensieri e discorsi dettati dall’ira.
  6. 6 ) Non solo non commettere adulterio, ma rifuggire da intenzioni adultere.
  7. 7 ) Non solo non rubare, ma rinunciare al diritto di restituire un torto subito.
  8. 8 ) Non solo non rendere falsa testimonianza, ma fare in modo che il sì sia con assoluta sincerità un sì e il nò un nò.
  9. 9 ) Non solo non attentare alla casa e alla roba del prossimo, ma sopportare ogni sopruso.
  10. 10 ) Non solo non attentare alla donna del prossimo, ma astenersi dal divorzio legale.

L’amore trascende ogni Legge, ogni precetto, ogni comandamento. Chi ama ha già adempiuto la Legge, dice bene S. Paolo ( Rm 13,8-10 ). E S. Agostino ribadisce: “Ama e fa quello che vuoi”. Se ami davvero Dio e il prossimo, non hai bisogno di Leggi che ti indichino il comportamento da tenere perchè il tuo cuore ti suggerirà in ogni circostanza cosa devi fare.

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6 – PADRE NOSTRO: LA VOLONTA’ DI DIO – Luca Beato o.h.

San Giovanni di Dio 15
VI

LA VOLONTA’ DI DIO

( Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra )

Gesù ha predicato l’avvento del Regno di Dio e con i gesti di liberazione dell’uomo dalle forze del male ne ha iniziato la realizzazione.

Ci chiediamo ora qual è stata la norma suprema che ha guidato la sua vita e la sua missione e che poi ha indicato anche a noi. Scoprirlo è molto importante sia per la storia di Gesù, sia per la nostra vita di cristiani oggi.

Non una legge di natura

Gesù per legittimare i suoi precetti non prende le mosse da una natura immutabile, che si presume riconoscibile con sicurezza e in cui tutti gli uomini si ritroverebbero accomunati. L’attenzione di Gesù è rivolta non ad una natura umana astratta, ma al singolo uomo concreto. Gesù non parla, come Confucio, di una legge eterna che governa il mondo e alla quale l’uomo deve conformare il suo agire. Non formula principi primi, da cui si possano dedurre norme morali per ogni caso della vita ( proprietà privata, famiglia, stato, sessualità, divorzio, pena di morte, ecc.). Certo, il mondo e l’uomo parlano di Dio, ne indicano la bontà, la provvidenza e anche il giudizio ( le disgrazie ). Gesù però non si basa sulla natura per ricavarne un sistema normativo. Gesù è alieno da un’etica del diritto naturale.

Gesù non enuncia neanche un’etica formale del dovere, come farà poi Kant. Gesù non propose neppure un’etica materiale dei valori, come venne elaborata soprattutto da Max Scheler. Non stabilisce una scala gerarchica che, dai valori materiali, attraverso quelli vitali, estetici ed intellettuali, salga fino ai valori morali e religiosi. L’amore stesso non viene posto da Gesù come valore supremo da cui derivare organicamente tutto il resto.

Non una legge di rivelazione

Norma suprema non è neppure una legge di Dio rivelata. Gesù non è come Mosè, Zarathustra, Maometto, esponenti di una tipica Religione della Legge di Rivelazione, che regola ogni singolo aspetto della vita.

Nella Storia della Chiesa spesso Gesù è stato presentato come nuovo Legislatore, nuovo Mosè e il Vangelo come una nuova Legge. Che cosa dire di tutto ciò? Mettiamo in chiaro prima di tutto che Gesù non ha mai ripudiato la Legge, ma ha combattuto il legalismo farisaico assai diffuso. La Legge in sè testimonia il volere ordinante di Dio, la sua bontà e fedeltà, la sua grazia e il suo amore per il popolo. La sua osservanza esige non soltanto singole azioni esterne, ma il cuore stesso dell’uomo ( Dt 6,4-7 ). Ciononostante, la Legge non fu per Gesù la norma suprema, tale da escludere ogni possibilità di esenzione. Egli scavalcò non solo la Halacha, la Tradizione, l’interpretazione della Legge, ma anche la Tora, la Legge stessa.

Attaccò le prescrizioni rituali relative alla purezza legale, al digiuno, al cibo puro e impuro ( Lv 11; Dt 14,3-21; Mt 15,11-20 ) e al riposo assoluto del Sabato ( Dt 5,12-14; Mc 2,27 ). Si pone contro la Tora con la proibizione del divorzio ( Mc 2,9 ), del giuramento ( Mt 5,33-37 ), della rappresaglia ( Lc 6,28 ), come pure con l’esortazione ad amare i nemici ( Mt 5,44 ).

Gesù critica il culto. Il Tempio non è eterno, Egli ne prevede la distruzione e la sostituzione. Ai Sacrifici del Tempio, antepone la riconciliazione fraterna.

Si può veramente dire che Gesù non ha dato soltanto delle interpretazioni nuove alla Legge; così pure non ha soltanto inasprito certe norme, come il Maestro di giustizia a Qumran. Egli ha proprio scavalcato la Legge con sorprendente autonomia e libertà. Non è un’affermazione da poco la migliore giustizia predicata da Gesù (Mt 5,20), che suscitava meraviglia negli ascoltatori ( Mc 1,22 ).

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Volontà di Dio

Sia fatta la tua volontà” ci ha insegnato a dire Gesù nella preghiera del “Padre nostro”. A Gesù sta a cuore la causa di Dio e l’avvento del suo Regno. Il messaggio dell’avvento del Regno di Dio significa: “Si compia qui ed ora ciò che Dio vuole”. Per Gesù questo vale sempre, perfino nel momento supremo della sua passione ( Mt 26,42 ). Questo deve valere sempre anche per i seguaci di Gesù. Chi compie la volontà di Dio è per Gesù come un fratello, una sorella, una madre ( Mc 3,35 ). Non chi dice : “Signore! Signore!”, ma chi fa la volontà del Padre entrerà nel Regno dei cieli ( Mt 7,21. Cfr. Parabola del figlio disobbediente e del figlio obbediente: Mt 21,28-32). E’ perciò innegabile, e tutto il Nuovo Testamento lo conferma, che per Gesù la norma suprema è la volontà di Dio.

La ThoraFare la volontà di Dio è diventato per molti una formula. Per gli Ebrei la volontà di Dio si identificava con la Legge e ciò ha portato al legalismo. La Legge dà sicurezza: si sa quello che si deve fare, nulla di meno ( e questo a volte può risultare gravoso ), ma anche nulla di più ( e questo a volte fa piuttosto comodo ). Il legalismo sviluppa la casistica, così col tempo si accumulano le prescrizioni, man mano che si presentano situazioni nuove. Nell’Antico Testamento si è arrivati alla formulazione di 613 precetti.

Codice Ditirro CanonicoNel nuovo Codice di Diritto Canonico sono contemplati 1752 canoni. Quanto più si accumulano comandi e divieti, tanto più si nasconde l’essenziale. E’ possibile osservare la Legge solo perchè così è prescritto, o perchè si temono le conseguenze negative, le sanzioni contro i trasgressori; cosicchè se non fosse prescritto, non lo si farebbe. E’ la formalizzazione dell’Autorità e dell’Obbedienza.

In questo contesto, inoltre, tutti i precetti in linea di principio sono uguali; non si distingue più quello che è importante da quello che non lo è.

L’uomo, oggi come allora, si affida volentieri al legalismo, perchè esso ha i suoi vantaggi. I doveri verso gli altri sono ben definiti. Se poi uno fa il di più, può anche vantare dei meriti davanti a Dio.

Gesù misura la lettera della Legge sulla volontà di Dio e pone l’uomo direttamente al cospetto di Dio in una forma liberatoria e consolante.

LA MIA REGOLA DI VITA 

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è GESU’ di Nazareth detto il CRISTO

 (Gv 15, 15)

Il rapporto tra noi e Dio, ci dice Gesù, non è un rapporto giuridico, ma un rapporto personale. L’uomo deve affidarsi non a una Legge, ma direttamente a Dio, offrendosi a fare ciò che Dio vuole su un piano strettamente personale.

Per questo Gesù non è e non vuole essere un Legislatore. Non redige nè una teologia morale, nè un codice di comportamento. Non emana norme morali o rituali. Non indica all’uomo come debba pregare, digiunare, rispettare i tempi e i luoghi sacri. Il “Padre nostro” ci arriva in due versioni diverse, segno che non si tratta di una formula. Lo stesso comandamento dell’amore non deve essere inteso come una nuova legge giuridica.

Lungi da ogni casistica e da ogni legalismo, Gesù chiama la singola persona ad un’obbedienza verso Dio che deve coinvolgere la vita intera.

Appelli semplici, limpidi, liberatori, non basati sull’Autorità o sulla Tradizione, per offrire esempi, segni, sintomi di vita rinnovata. Grandi, proficue direttive, formulate in modo quasi paradossale, senz’ombra di compromessi.

  • – Se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, càvalo!
  • – Sia il tuo parlare sì, quando è sì e nò, quando è nò.
  • – Riconciliati prima con tuo fratello.

E a ciascuno poi spetta il compito di effettuarne personalmente l’applicazione alla propria vita.

discorso della montagna

Il senso del discorso della montagna

Il discorso della montagna ( Mt 5-7 ; Cfr. Lc 6,17 ss : discorso della pianura ) in cui Matteo raccoglie in modo ordinato i precetti morali di Gesù, costituisce il tentativo più serio e impegnativo di spiegare in che cosa consista concretamente la volontà di Dio. Questo “Discorso” rappresenta una sfida per tutti, cristiani e non cristiani, per capirne il senso e la portata. Perciò è opportuno fare almeno un approccio alle principali interpretazioni.

Un’etica più severa della Legge?

Il fatto che si parli di “giustizia migliore” e di “perfezione”, come pure la definizione data di “Legge di Cristo” ( c’è poi anche il loghion sullo jota della Legge che non andrà perduto ), tutti questi elementi potrebbero farci pensare che si tratti di un’etica più severa. Ma il messaggio di Gesù non è una somma di precetti. Al vertice del discorso stanno infatti le Beatitudini promesse agli infelici con l’avvento del Regno di Dio e la sua giustizia. Il dono di Dio, l’elargizione, la grazia, precedono la norma, il precetto, la direttiva. A tutti viene offerta la salvezza: non ci sono privilegiati ed esclusi. E proprio a coloro che pensano di essere dimenticati da Dio, Gesù annuncia che Dio si è ricordato di loro e viene in loro aiuto.

Un’etica a due classi?

L’etica dei comandamenti sarebbe per i semplici cristiani; l’etica dei consigli evangelici sarebbe per i discepoli, cioè per il clero e i religiosi. Così si è pensato in campo cattolico fino al Concilio Vaticano II.

In realtà il Discorso della montagna e quindi anche i consigli evangelici sono rivolti a tutti. La “giustizia migliore” è richiesta ad ogni uomo come condizione indispensabile per far parte del Regno di Dio.

Un’etica penitenziale?

Il Discorso della montagna sarebbe un prospetto per un esame di coscienza, uno specchio davanti al quale l’uomo vede la sua impotenza, un invito alla penitenza. Noi non riusciamo a realizzare il discorso della montagna, ma ci basta il desiderio di farlo; c’è chi lo fa per noi: Gesù Cristo ( Martin Lutero ).

Ma nel Vangelo non si dice mai che Gesù Cristo pratica i precetti assoluti del Discorso della montagna al nostro posto. La nostra conversione esige non solo la fiducia totale in Dio, ma anche la pratica delle opere dell’amore di Dio e del prossimo.

Una pura etica del sentimento?

Bastano i buoni sentimenti, il cuore. Così Kant, l’Idealismo filosofico e il Liberalismo teologico del secolo scorso. Siamo d’accordo che il motivo, il come e il perchè di una determinata azione sono importanti, ma nel discorso della montagna, come del resto in tutta la vita morale, l’azione in se stessa ha il suo peso preponderante. Già il sentimento è inteso come azione in quanto la precede e la prepara. Ma sentimento e azione, cuore e agire, non vanno disgiunti.

Una nuova etica sociale?

Si tratta del progetto di un nuovo ordine sociale dell’amore e della pace, del Regno di Cristo sulla terra, contro il potere statale, l’ordinamento giuridico, la polizia e l’esercito. Così molti entusiasti ( calmi o rivoluzionari ) nel corso della storia. Così Lev Tolstoj e molti socialisti religiosi.

In realtà il discorso della montagna non viene presentato come una legge basilare di una nuova società, capace di aiutare gli uomini a liberare il mondo da ogni piaga. Esso certo non va limitato ai rapporti individuali e familiari, ma neppure dilatato fino a farne un programma sociale.

Un’etica interinale di breve durata?

Data l’imminenza dell’avvento del Regno di Dio escatologico, questa sarebbe la legislazione eccezionale per il tempo finale. Così J. Weiss e A. Schweitzer.

Ma i precetti di Gesù, ad es. l’amore del prossimo, non trovano la loro motivazione semplicemente nella prossima fine del mondo, ma fondamentalmente nella volontà e nell’essenza di Dio. Non si pretendono azioni eroiche, eccezionali, come la cessione di ogni possesso, il martirio, ma gesti d’amore puramente quotidiani.

Sia fatta la volontà di Dio

Fare la volontà di Dio. Questo è il filo conduttore del Discorso della montagna. Solo con una decisa, coraggiosa attuazione della volontà di Dio si diviene partecipi delle promesse del Regno dei cieli.

Ma il progetto liberatorio di Dio è radicale, rifiuta la casistica e supera il legalismo. Gli esempi sono provocatori ( Mt 5,17-20 ):

  • – se uno ti percuote sulla guancia destra, tu porgigli anche la sinistra
  • – se uno ti obbliga a fare con lui un miglio, tu fanne due con lui
  • – se uno ti toglie la tunica, tu dagli anche il mantello.

Questi esempi provocatori, non sono da intendersi, certo, in senso giuridico. Indicano invece un atteggiamento da tenere nei confronti di chi ci fa violenza. Il precetto di Dio fa appello alla grandezza dell’uomo, tende a un di più, all’incondizionato, all’illimitato, al tutto.

  • Dio non chiede una mezza volontà, ma la volontà tutta intera.
  • Dio non chiede solo l’esteriorità controllabile, ma l’incontrollabile interiorità: esige il cuore stesso dell’uomo.
  • Dio non vuole soltanto frutti buoni, ma vuole l’albero buono.
  • Dio non vuole soltanto l’agire, ma l’essere.
  • Dio non vuole soltanto qualcosa di me, ma la mia vita intera.

Le antitesi del Discorso delle montagna ( Mt 5,21 ss ): “Fu detto agli antichi, ma io vi dico”, esprimono la contrapposizione tra la volontà di Dio e le norme giuridiche. Contro la volontà di Dio non sono soltanto l’adulterio, il giuramento falso, l’omicidio, ma anche ciò che la Legge non riesce ad afferrare: il sentimento adultero, il pensare e il parlare non sincero, l’atteggiamento ostile verso il prossimo.

Se poi nella Chiesa primitiva ci sono stati degli aggiustamenti per ragioni pratiche ( divorzio: Mt 5,32;19,9 ), ciò non toglie nulla al fatto che Gesù, che non era un giurista, abbia fatto degli appelli incondizionati, da tradurre in pratica di volta in volta, nelle diverse situazioni. Per esempio, l’appello alla povertà viene fatto in diversi modi: dare tutto ai poveri ( Mc 10,21 ), dare la metà ( Mc 19,8 ), fare un prestito ( Lc 6,34 ss ), ecc.

  • Non si tratta, sia ben chiaro, di una superficiale morale della situazione.
  • Non è la situazione che determina il comportamento morale.
  • Determinante invece è, nella situazione contingente, il precetto incondizionato di Dio, che vuole investire l’uomo interamente.

trinità-di-DioObbedienza nella libertà dei figli di Dio

In questo settore il cambiamento è radicale. Non si parla più di obbedienza di tipo militare in cui bisogna eseguire gli ordini senza discutere. Non si parla più di obbedienza cieca, pronta, assoluta, tamquam cadaver, ma di obbedienza nella libertà dei figli di Dio, di dialogo nella ricerca insieme della volontà di Dio. Le comunità religiose sono formate da persone adulte e il Superiore non è al di sopra di loro come se fossero dei “sudditi” o dei minorenni, ma è il primus inter pares, l’animatore della comunità. Inoltre nel rapporto religiosi e Istituto vengono prima i religiosi e l’Istituto deve aiutarli a raggiungere il loro fine ultimo e non strumentalizzarli al raggiungimento di certi piani settoriali.

  • Gesù ha sempre cercato nella sua vita dì compiere la volontà del Padre ed ha scoperto che coincideva non con la Legge né con il Tempio, ma con il bene dell’uomo: il Sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il Sabato. Questa è stata la sua rivoluzione religiosa per la quale è stato condannato a morte.
  • Gesù ha insegnato ai discepoli che si deve obbedire solo a Dio: uno solo è il vostro Padre, uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli.
  • Gesù non vuole la sudditanza di un uomo verso un altro uomo. Nel Vangelo viene condannato il potere di dominio ( Mc 10,43 ). La domanda dei figli di Zebedeo è giudicata irragionevole ( Mc 10,35-40 ); nel Regno di Dio il più grande è il fanciullo (Mc 9, 33-37) perché si fida totalmente di Dio; i capi devono servire la comunità ( Mc 10,41-45 ) e non dominarla; Gesù lava i piedi agli apostoli per insegnare loro lo spirito di servizio reciproco. La Chiesa voluta da Gesù è la Chiesa del grembiule.

Parlerò al tuo cuoreDio ci ha condotti nella solitudine per parlarci al cuore. Sia perciò il nostro cuore come un altare vivente dal quale salga perennemente al cospetto di Dio una preghiera pura

Ma, come si fa a conoscere la volontà di Dio?

Qui si pone il problema delle mediazioni ufficiali.

Alla Chiesa e ai singoli battezzati Dio fa conoscere la sua volontà attraverso mediazioni ufficiali: Gesù Parola incarnata, il suo esempio di vita; la Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura, specialmente quella proclamata nella Liturgia; la Chiesa stessa nella sua tradizione viva, nelle sue leggi e nel suo magistero sempre attivo ( Cfr DV 7-10 ). Ma anche attraverso segni da interpretare nella fede: gli eventi della storia, i segni dei tempi, gli appelli urgenti dei fratelli che sono nel bisogno, il grido dei poveri ) …

E’ possibile anche il contrasto tra la volontà di Dio e l’Autorità religiosa costituita. Gesù è stato condannato a morte dall’autorità religiosa. Gli apostoli perseguitati dicono ai capi: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini ( At 5,29 ). Per i Religiosi ci sono delle mediazioni supplementari più precise: l’Istituto religioso con il suo carisma specifico. Tutte le mediazioni umane sono imperfette e fallibili, perciò devono essere sottoposte a verifica. A livello personale sarà la coscienza, a livello comunitario sarà la comunità religiosa nel suo insieme a determinare le scelte importanti da fare per l’attuazione concreta e attuale del carisma dell’Ordine.

Per fare la volontà dì Dio nell’obbedienza religiosa, non basta obbedire agli ordini dei Superiori, ma occorre fare sempre questo riferimento a Dio.

5 -PADRE NOSTRO: LA COMUNITA’ RELIGIOSA – Luca Beato o.h.

Vocazione - Canto NuovoV

LA COMUNITA’ RELIGIOSA

Dimensione spirituale

La vocazione religiosa è una chiamata di Dio al compimento di una missione speciale nella Chiesa per la salvezza del mondo. La chiamata è un carisma, un dono speciale per l’utilità di tutti. Non è soltanto un dono speciale di Dio per la santificazione personale, come si pensava una volta. L’ingresso in un Ordine religioso suppone una consonanza del carisma personale con il carisma del Fondatore, tramandato e vissuto nel tempo dall’Istituto religioso. Allora la vocazione personale ad una missione speciale diventa una con-vocazione per una con-missione. E qui viene fuori la dimensione comunitaria della vocazione e della missione.

Fatebenefratelli-oranti

La comunità religiosa è una comunità relazionale; il suo fine primario e proprio lo stare insieme, è la comunione personale. In secondo luogo viene l’aspetto funzionale: lo scopo da raggiungere insieme nella linea del carisma dell’Istituto. Tre cose si devono portare avanti contemporaneamente nella comunità religiosa:

  • la crescita personale,

  • il rapporto interpersonale

  • e il servizio ecclesiale.

La dimensione teologica della comunità religiosa si articola in diversi aspetti.

Comunità di fede: si tratta della fede viva, accompagnata dalla speranza e dalla carità, che si esprime nella risposta alla chiamata del Signore. Il nostro Fiat, come quello della Madonna, esprime fiducia totale nel Signore per il tempo e per l’eternità, ed insieme la disponibilità a mettere la propria vita a servizio del popolo di Dio.

Comunità di Amore: si tratta dell’Amore di Agape, come quello con cui ama Dio. Amore creativo, Amore oblativo, Amore gratuito ( qui si inserisce anche la castità consacrata ), Amore misericordioso, che sa compatire, che sa perdonare. Il sapersi amati da Dio riempie il cuore di gioia e rende disponibili all’amore verso il prossimo. Per converso, una comunità che manca di gioia, probabilmente ha perso di vista questa dimensione di fede e di amore, che è un dono dello Spirito Santo.

Comunità di culto: specialmente l’Eucaristia. Nella Liturgia riformata è possibile una vera partecipazione personale, mentre prima faceva tutto il sacerdote da solo in una lingua per molti incomprensibile e si credeva che valesse per tutti. Questo non esclude la preghiera personale, che anzi deve trovare un ampio spazio nella vita quotidiana.

Gli Statuti fissano due momenti, uno al mattino e uno alla sera per la preghiera Liturgica comunitaria. Il resto può essere fatto anche in privato. Sarà la Provincia, o la Comunità o il singolo religioso nel progetto di vita a farsi un programma. Si esclude la delega al clero o ai monaci: questo vale anche per le Messe di suffragio. E’ la Comunità religiosa che deve pregare per i suoi morti. Inoltre essa deve animare la Liturgia che sarà aperta per quanto è possibile a tutta la comunità ospedaliera: collaboratori, volontari, malati.

Comunità di ideali: su molti aspetti della vita consacrata, ma soprattutto sul carisma dell’Istituto, per una ricerca insieme delle soluzioni nuove in risposta ai nuovi problemi della nostra società, senza perdere mai di vista la dimensione escatologica della vita religiosa.

Comunità di beni: qui si inserisce il voto di povertà, non per arricchire il Convento, ma per aiutare i poveri, i malati, i bisognosi, gli ospedali del terzo mondo.

Comunità di servizio: sia all’interno della comunità religiosa, specie verso confratelli malati o anziani, sia all’esterno: la comunità ospedaliera. Gli Statuti scendono nei particolari per i malati ( n.43 ) per le missioni ( nn. 45-46 ) e la pastorale della salute ( nn. 47-49 ).

Appare evidente che per realizzare una comunità di questo tipo bisogna che i religiosi si ritrovino insieme di frequente nelle riunioni di famiglia per parlare di queste cose e prendere insieme le decisioni opportune.

Il Signore Gesù ci comunichi il suo Spirito d’amore per vivere il carisma dell’ospitalità secondo lo spirito del nostro Fondatore San Giovanni di Dio.

Diritto Canonico

Dimensione giuridica

Tempi apostolici

La Comunità cristiana prende le decisioni importanti, nella ricerca della volontà di Dio. Esempio classico: il Concilio di Gerusalemme dell’anno 50 d.C.

La Comunità cristiana, che ha deciso, si sente anche impegnata a realizzare le decisioni condivise.

Il Superiore, come primus inter pares:

  • rappresenta l’unità della comunità, ne è il simbolo,

  • è il principale responsabile del buon andamento della comunità,

  • è l’animatore del gruppo.

carlo magnoImpero – Medioevo

L’imperatore è l’incarnazione della divinità e il depositario di tutti i poteri: religiosi, politici, economici, giudiziari…

Le chiese cristiane si organizzano in senso monarchico già nei tempi sub-apostolici ( Cfr. Tito e Timoteo e Lettere di Sant’Ignazio d’Antiochia ), ma conservano al loro interno molta democrazia: i Vescovi sono eletti dal popolo e così pure i preti di campagna. Caso classico molto conosciuto è l’elezione di Sant’Ambrogio.

In seguito le nomine dei Vescovi vengono riservate al Papa e la scelta dei preti viene fatta dal Vescovo della diocesi.

Il Monachesimo presenta l’abate a vita.

In Occidente l’autorità del Papa si afferma ancora di più con la creazione del Sacro Romano Impero: è infatti il Papa che incorona l’imperatore. Prima avveniva il contrario: da Costantino in poi e in seguito nell’impero d’Oriente, il vero Papa in realtà era l’imperatore: era lui che dirimeva le questioni religiose, che convocava ed approvava i Concili ecumenici, ecc. Ora in Occidente il Papa è sopra l’imperatore.

L’autorità viene da Dio che la comunica tutta al Papa. Il Papa, quindi, è il Dio in terra ed il suo governo è la Teocrazia. Egli trasmette una parte della sua autorità all’imperatore per il settore civile. L’imperatore ha vassalli, valvassori e valvassini sotto di sè. Il Papa ha i Vescovi e questi hanno i preti. Poi per arrivare più direttamente al popolo il Papa crea gli Ordini religiosi esenti dalla giurisdizione dei Vescovi.

Il sistema in vigore è quello delle nomine, propriamente dette “investiture” del Feudo, laico per l’imperatore ed ecclesiastico ( diocesi ) per il Papa. Poi ci sarà anche la lotta tra il Papa e l’imperatore per le investiture.

Il criterio in base al quale vengono fatte le investiture è quello della fedeltà. Chi riceve l’investitura giura fedeltà a chi gliela concede. Non si tiene conto della bravura o dei meriti personali se non in maniera secondaria.

Ordini MendicantiOrdini mendicanti

Con S. Francesco e gli Ordini mendicanti che ne sono seguiti ( quindi anche i Fatebenefratelli ) si ha un ritorno alla vita apostolica, alla fraternità.

Quindi si fanno i Capitoli: locali, provinciali e generali, che sono vere elezioni, dove chi decide è la base.

concilio-di-trentoConcilio di Trento

Dopo il Concilio di Trento vanno di moda i Gesuiti, che sono un ordine militaresco ( anche se si definiscono Compagnia di Gesù ) con Generale a vita e quindi tutte le Congregazione religiose che sorgono dopo hanno questo tipo di organizzazione: l’autorità piove dall’alto con le nomine. E tutto questo viene coperto da una mistificazione: il Superiore nominato dall’alto viene definito ” eletto”, sottinteso, da Dio. Anche dei Cardinali si dice che sono eletti, invece sono nominati dal Papa.

concilio-vaticano-iiConcilio Vaticano Il

Il Concilio Vaticano Il ha voluto un “aggiornamento” generale della Chiesa e in esso ha incluso anche una riforma degli Istituti religiosi.

Si parte dal diritto canonico e si dice che deve essere aggiornato con riferimento alla teologia morale, questa a sua volta deve essere aggiornata con riferimento alla teologia dogmatica, questa a sua volta deve essere aggiornata con riferimento alla Bibbia e questa deve essere interpretata con l’applicazione dei generi letterari. Ecco perché si parla di ritorno alle fonti o alle origini del cristianesimo.

Anche gli Istituti religiosi sono stati impegnati in questo lavoro di aggiornamento. E il criterio adottato è quello nuovo, apostolico, noi diremmo democratico, del coinvolgimento dei religiosi: prima a livello di comunità locali, poi a livello di Provincia e infine a livello di tutto l’Ordine. Dopo tanti anni di lavoro, possiamo essere contenti di avere le Costituzioni aggiornate e bellissime e adesso anche gli Statuti Generali nuovi di zecca ( 1997 ).

Possiamo anche affermare che il nostro Istituto, per quanto riguarda il governo dell’Ordine, grazie a S. Francesco e agli Ordini mendicanti, da cui ha preso i regolamenti, nella fase del rinnovamento, ha scoperto di essere già democratico, ( a differenza delle Congregazioni sorte dopo i Gesuiti ), con i suoi Capitoli locali, provinciali e Generale; con vere elezioni nel Capitolo Provinciale e Generale, e con larga rappresentatività della base mediante i vocali.

Nocent-Angelo - Padre Mosè BonardiCerto, cambiamenti se ne possono fare sempre e quindi il discorso resta aperto anche dopo l’approvazione degli Statuti Generali. Tuttavia bisogna tenere presente che non ogni cambiamento è migliorativo, occorre sapere in quale direzione si sta andando. Per esempio, al tempo del Generalato di Padre Mosè Bonardi, c’era stato un cambiamento ad experimentum, chi dice voluto da lui, chi invece imposto dalla Santa Sede, nella elezione del Provinciale e del Generale, come pure nella durata di 12 anni del generalato, ma era antistorico perché ci allineava alle Congregazioni postgesuitiche, con elezioni solamente consultive.

Lo stesso dicasi per la modifica apportata dall’ultimo Capitolo Generale del Novembre 2000 sul modo di eleggere i Priori, dove il Capitolo Provinciale ne esce completamente esautorato: fa tutto il nuovo governo provinciale.

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Provincia Lombardo-Veneta – Capitolo Provinciale 2007

Norme per l’esercizio dell’Autorità nella Chiesa

Per non perdere di vista la via del rinnovamento, ricordiamo le norme indicate dal Concilio per l’esercizio dell’Autorità nella Chiesa, definita con l’affermazione giudicata rivoluzionaria di “popolo di Dio”, anche se poi nella pratica si procede lentamente e con fatica. L’Autorità nella Chiesa, a tutti i livelli, deve essere esercitata non come dominio, ma come servizio. Ma perché questo avvenga davvero, senza il pericolo che si trasformi in dominio, occorre osservare delle regole ben precise:

  • Collegialità. L’autorità non deve mai essere concentrata nelle mani di una sola persona. Per questo il Concilio ha voluto: che il Papa fosse aiutato dal Sinodo dei Vescovi per le questioni più importanti; che il Vescovo fosse coadiuvato dal Consiglio pastorale e dal Consiglio presbiterale; che il Parroco fosse coadiuvato dal Consiglio pastorale e dalla Commissione per gli affari economici.

  •  Rinnovabilità. Nessuna carica deve più essere a vita. A tempo determinato ci devono essere le elezioni per i nuovi incarichi o rinnovi. La comunità è depositaria di tutti i poteri e mediante le elezioni conferisce i mandati a determinate persone, che ritiene capaci e meritevoli.

Compiti dell’Autorità:

servizio: la ricerca del bene comune, non l’interesse personale o di gruppi; non il culto della personalità, ecc.

sussidiarietà: si deve sempre privilegiare la base: non deve fare il Governo Provinciale ciò che può fare da solo il governo locale; non deve fare il Governo Generale ciò che può fare da solo il governo Provinciale. L’autorità superiore non deve annullare quella inferiore, ma valorizzarla, coordinarla, ecc.

  • solidarietà: l’aiuto dei più forti verso i più deboli, dei più ricchi verso i più poveri, dei sani verso i malati, ecc. delle Case più ricche a quelle più povere, delle Province più ricche a quelle più povere, ecc. di quelle del primo verso quelle del terzo mondo, ecc.

  • supplenza: solo come eccezione straordinaria, che conferma la regola della sussidiarietà.

Quelli che continuano a dire che la democrazia vale per la società civile e non per la Chiesa, cadono in un equivoco, perché nei documenti ecclesiastici non si usa il termine democrazia fino alla enciclica Centesimus annus ( 1991 ), ma si usa il termine comunione. Il contenuto però è in gran parte lo stesso, anzi vorrebbe essere più profondo. Ma resta vero il fatto che molte persone del clero e della vita religiosa appartengono al vecchio regime, precedente al Concilio, quando alla democrazia si guardava con sospetto e la si definiva “anarchia”.

CapitoloPurtroppo ci sono anche dei giovani religiosi che sono ancora fermi all’autoritarismo di vecchio stampo. Vuol dire che non è questione di età, ma di maturità. Certo, per chi ha in mano il potere, è molto più comodo e sbrigativo usare il vecchio sistema: dare ordini e pretendere di essere obbedito e riverito. Ma le conseguenze sono: il malumore e la voglia di piantare lì tutto, di chi si sente esautorato, o scavalcato, o escluso dalle decisioni, ecc.

Il metodo democratico è più laborioso e più difficile da gestire, ma è coinvolgente e responsabilizzante: ognuno si sente protagonista nella carica o nell’ufficio che occupa, o nella decisione che viene presa assieme.

Comunione con tutti - maniSe vogliamo essere cristiani, non dico religiosi, ma cristiani soltanto, dobbiamo recepire l’insegnamento di Cristo, chiaramente e ripetutamente espresso nel Vangelo, ( Mc 10,43; Gv 13,1-17 ) ( comunione fraterna, servizio reciproco, autorità come servizio alla comunità ) che ci viene riproposto oggi dalla Chiesa in maniera autorevole.

1-Sant'AgostinoConclusione

Gli Statuti Generali nel governo dell’Ordine si limitano a fissare alcune norme minimalistiche, anche se in modo più particolareggiato delle Costituzioni. Lo spirito evangelico, che dà valore di fronte a Dio a tutto quello che facciamo, sfugge ad ogni tentativo di fissarlo in una legge scritta.

Gli Statuti Generali sono necessari, ma la loro osservanza da parte nostra ha bisogno di essere animata dal soffio dello Spirito dell’amore, che ci fa andare al di là e al di sopra di ogni legge scritta. Ama et fac quod vis. Ama e fa’ quello che vuoi, diceva S. Agostino. Chi ama davvero non ha misura, non avrebbe neanche bisogno di leggi come il Diritto Canonico, le Costituzioni e gli Statuti Generali, perché arriva spontaneamente a dare la vita per i fratelli, come ha fatto Gesù per noi.

Bibliografia essenziale

 

Per la Teologia della vita religiosa è fondamentale il libro:

J.AUBRY – F.CIARDI – S.BISIGNANO – M.FARINA – P.G.CABRA -B.MAGGIONI, Vita consacrata, un dono del Signore alla sua Chiesa, Editrice Elle Di Ci, 10096 Lewnann (Torino), 1993.

Per l’origine, l’evoluzione storica e giuridica della vita religiosa, può giovare: HANS KȔNG, Cristianesimo, Essenza e Storia, Rizzoli 1997.

 Passione di Cristo

4 – PADRE NOSTR0: IL REGNO DI DIO – Luca Beato o.h.

gesù - Già e non ancora IV 

IL REGNO DI DIO

( Venga il tuo Regno )

Al centro della predicazione di Gesù sta l’annuncio dell’avvento del Regno di Dio ( Mc 1,14-15 ). Gesù non dà la definizione del Regno di Dio ( o dei Cieli, come dice Matteo ), ma dalle parabole narrate per illustrarne gli aspetti più salienti, si capisce che non si tratta di un regno territoriale o di un’area di potere, bensì della Signoria di Dio, della funzione di governo o di direzione che Egli intende assumere nel mondo. Si tratta del Regno di Dio che si attua nel tempo finale, non di quello naturale della creazione. Un Regno che si deve instaurare non con la violenza o la lotta armata, come volevano gli zeloti, ma da attendere da Dio pacificamente. Non un giudizio-vendetta di Dio favorevole ad una élite ( Esseni e Qumran ) e contro tutti gli altri; ma la lieta novella della bontà sconfinata di Dio e della sua misericordia verso i peccatori. Non un Regno da costruire con una esatta osservanza della Legge ( Farisei ). La sua realizzazione infatti dipende dalla libera iniziativa di Dio.

Buon PastoreIn questo Regno

  • viene santificato il nome di Dio,
  • viene realizzata la sua volontà;
  • gli uomini avranno abbondanza di tutto,
  • ogni colpa verrà perdonata
  • e il male sarà sconfitto ( Mt 6,9-13 ).
  • Potranno levare il capo i poveri, gli affamati, i vilipesi e avranno fine il dolore, la sofferenza e la morte.
  • Un Regno che realizza le promesse profetiche e messianiche.
  • Un Regno che segna il tempo della salvezza, del compimento, del perfezionamento della presenza di Dio nel mondo.

galilea-lagoGesù e il movimento rivoluzionario

La Galilea era la patria del movimento rivoluzionario zelota. ( Zelota = zelatore, con sfondo di fanatismo). Gli zeloti erano i partigiani della resistenza. Formavano bande di predoni e facevano scorribande anche contro i propri connazionali. Facevano anche la guerriglia urbana, specialmente nelle Feste. Portavano un corto stiletto detto in latino “sica”, da cui il nome di “sicari”.

Giuda di Camala il galileoTre uomini in particolare bisogna ricordare. Giuda di Gamala, detto “il Galileo”, fondò un movimento rivoluzionario al tempo della nascita di Gesù. Nella guerra del 70 d.C. un galileo, Giovanni di Giscala, capo zelota recitò una parte di primo piano nella difesa del Tempio. L’ultimo capo zelota, Bar Kochba ( = figlio delle stelle ), la cui rivolta fu repressa dai Romani nel 132 d.C. dopodichè Gerusalemme fu dichiarata per gli Ebrei città proibita.

Qualunque capo un po’ importante del movimento rivoltoso veniva dichiarato messia o re, ed era considerato un inviato escatologico e plenipotenziario di Dio.

gesu-scaccia-i-mercanti-dal-tempio

E Gesù? Tra i suoi discepoli c’è un certo Simone lo zelota. Si fanno congetture, basandosi sul nome, anche per Giuda e per i “figli del tuono” Giacomo e Giovanni. Al momento dell’arresto di Gesù nell’orto, un discepolo, che secondo Giovanni è Pietro ( Gv 18,2-11), colpisce con la spada un servo del sommo sacerdote ( Mc 14,43-52 ). Infine non bisogna dimenticare che nel processo davanti a Ponzio Pilato Gesù viene qualificato come “re dei Giudei”. Un titolo del genere non nasce dal nulla. L’ingresso in Gerusalemme e la cacciata dei mercanti dal Tempio collocherebbero Gesù su questa linea.

Certo Gesù è stato, a modo suo, un rivoluzionario. “Critica aspramente le cerchie dominanti e i grandi proprietari terrieri. Si scaglia contro gli abusi legalizzati, la cupidigia, la durezza di cuore, parteggiando per i poveri, gli oppressi, i perseguitati, i miseri, i dimenticati…” ( H.Kueng, Essere cristiani, pag.201).

Ma Gesù non è un guerrigliero, un golpista, un agitatore del popolo. Non predica la violenza o il ricorso alle armi. Non fomenta gli umori antiromani. Vince le “tentazioni” di un regno umano, fugge quando vogliono farlo re. L’ingresso in Gerusalemme non è un fatto militare, ma un gesto pacifico, simbolico. Non istiga il popolo contro il pagamento delle tasse. Non proclama una guerra di liberazione nazionale. Non predica la lotta di classe. Nessuna rinuncia socio-rivoluzionaria al consumo (spesso banchetta fastosamente). Nessuna abolizione della Legge in nome della Rivoluzione.

La rivoluzione di Gesù è la rivoluzione della non violenza. Egli fu il più rivoluzionario di tutti i rivoluzionari in questo senso: Anzichè annientamento dei nemici, amore dei nemici. Anzichè ritorsione, perdono incondizionato. Anzichè ricorso alla violenza, disponibilità a soffrire. Anzichè canti di odio e di vendetta, esaltazione dei pacifici. La lotta deve essere fatta non contro gli uomini, ma contro le forze del male: odio, ingiustizia, discordia, violenza, falsità, egoismi umani in genere; inoltre contro: dolore, malattia e morte. Per fare ciò occorre convertirsi ( metànoia = conversione). 

Orizzonte apocalittico

Orizzonte apocalittico 

Anche Gesù, come tutta la generazione apocalittica, attese l’avvento del Regno di Dio in un futuro imminente ( Mc 1,15 ). Certo, non possiamo arrivare a delle indicazioni precise: se doveva coincidere con la sua morte o realizzarsi dopo. Gesù, però, parla della sua generazione (Mc 9,1) e mai di un tempo lontano.

Ormai gli esegeti convengono nel ritenere che tanto Gesù, quanto Paolo e la prima generazione cristiana attendevano la realizzazione imminente del Regno di Dio.

Poi avvenne un ridimensionamento circa i tempi di attesa. Per San Luca, il compimento del Regno si ha già con la comparsa dello stesso Gesù ( Lc 4,18-21 ). San Giovanni fa un anticipo dell’escatologia al “già ora”: all’ascolto della parola di Gesù avviene il giudizio dell’uomo, o per la salvezza o per la condanna ( Gv 3,15; cfr.nota della Bibbia di Gerusalemme ). San Pietro interpreta: presso il Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo ( Pt 3,8-10 ). 

Con l’idea dell’imminenza dell’avvento del Regno di Dio, si spiega l’insegnamento di Gesù sulla noncuranza della propria vita, del vitto, del vestiario, ecc. E’ in questa luce che vanno interpretate le parabole del Regno: esso è la cosa più importante; per esso si deve sacrificare tutto. C’è grande contrasto tra i suoi umili inizi e il suo grandioso compimento finale. E’ la potenza di Dio che realizza tutto ciò, sconfiggendo le forze del male.

Nella predicazione del Regno di Dio Gesù sembra quasi un estraneo, soltanto un annunciatore, un grande profeta di Dio, più grande di Giovanni Battista. 

Problema

Riguardo al Regno di Dio e in particolare sul tempo della sua realizzazione, Gesù si è sbagliato? Ma era possibile che Gesù si sbagliasse?

Stando alla Lettera agli Ebrei, sembrerebbe possibile ammettere che Gesù si potesse sbagliare in qualche cosa. Si afferma infatti che Egli era in tutto simile a noi, fuorchè nel peccato ( Eb 4,15 ), quindi non si escluderebbe l’errore. 

Ma si tratta proprio di un errore? 

Le cose ultime (escatologia), come le cose prime (creazione) non formano oggetto di esperienza diretta da parte degli uomini. Quindi si possono soltanto descrivere con immagini o raccontare poeticamente. 

Per capire queste realtà noi dobbiamo procedere ad un’opera di demitizzazione, non eliminante, ma interpretante. Dobbiamo distinguere cioè la realtà significata dal linguaggio, dal genere letterario, dalla struttura concettuale in cui è stata espressa. 

Nel nostro caso, l’attesa del Regno di Dio a breve scadenza non rappresentò un errore da parte di Gesù, ma una visione del mondo condizionata dalla mentalità apocalittica, che Egli condivise con i suoi contemporanei. 

Tra presente e futuro 

Il mistero del Regno di Dio, descritto da Gesù con parabole, non è da Lui soltanto annunciato come imminente, ma è anche da Lui realizzato nel presente. E’ Lui il seminatore che semina la parola di Dio. E’ Lui che guarisce i malati e perdona i peccatori. E’ Lui che inaugura la realizzazione del Regno di Dio. 

Gesù non si occupa solo del futuro, come l’apocalittica giudaica, quindi la sua non è un’escatologia conseguente, come sostiene A. Schweitzer. Gesù non si occupa solo del presente, senza agganci con l’apocalittica e il futuro assoluto di Dio. La sua non è un’escatologia realizzata, come vorrebbe C.H.Dodd. Gesù si occupa contemporaneamente del “già” e del “non ancora”. Tramite Gesù, il Regno di Dio del futuro è una forza già operante nel presente. 

In questo senso vanno intese le Beatitudini “nuove” di Gesù rivolte ai poveri, ai sofferenti e agli oppressi. E’ Dio che interviene per liberarli, come ha fatto con gli Ebrei schiavi in Egitto e a Babilonia. 

Il Regno di Dio non è una promessa consolatoria che riguarda il futuro escatologico, una proiezione di desideri inappagati, come ritenevano i filosofi “del sospetto” Feuerbach, Marx e Freud. Il futuro è appello di Dio al presente. Già ora bisogna strutturare la vita secondo la prospettiva del futuro assoluto. Il presente è il tempo della decisione alla luce del futuro assoluto di Dio. 

Dio ci sta davanti 

La fine del mondo non si verificò, ma il messaggio di Gesù non ha perso il suo significato. La vita umana e la storia dell’umanità hanno un termine. Gesù ci è venuto a dire che al termine della vita e della storia umana non ci sta il nulla, ma ci sta Dio. Non ha importanza se la fine arriva presto o arriva tardi. Il Regno di Dio, già iniziato con Gesù, è avviato al suo compimento escatologico. 

Nella storia che stiamo vivendo, che si colloca tra il già e il non ancora, bisogna guardarsi dal compiere erronee identificazioni del Regno di Dio. 

  • Non è una potenza terrena.
  • Non è la Chiesa istituzionalizzata. Purtroppo nel passato ( e fino al Card. Siri ) si è sostenuto questo.
  • Essa, invece, secondo il Concilio Vat. II, è un segno e uno strumento per la realizzazione del Regno di Dio.
  • Non è l’utopia della rivoluzione francese ( libertà, uguaglianza, fraternità ).
  • Non è l’utopia del comunismo ( il paradiso in terra ).
  • Non è l’utopia del progresso tecnico e scientifico, ecc. 

Il compimento del Regno di Dio non avviene tramite un’evoluzione culturale o tecnica o una rivoluzione di destra o di sinistra. Questo compimento avviene in forza dell’azione di Dio, la quale però non esclude, anzi include, l’azione dell’uomo, ma la trascende. Dio infatti non è al di sopra del mondo o al di fuori del mondo, come sosteneva la vecchia metafisica; o dentro di noi, come vuole l’intimismo. Dio sta davanti a noi. Dio è il futuro che fonda la nostra speranza che il suo Regno arriverà al suo compimento.

Senza titoli né dignità 

Che ruolo svolge Gesù in rapporto al suo messaggio? Chi è Gesù? Soltanto un Rabbi, Maestro di un gruppo di discepoli? Un profeta? O magari il profeta atteso per il tempo finale? I pareri dei contemporanei sono discordi ( Mc 8,27 s ) e nei vangeli a suo proposito non si parla di vocazione profetica come per Isaia, Geremia, ecc. 

Gesù è davvero il Messia, il Figlio di Dio? Qui bisogna distinguere bene tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Al centro del suo messaggio Gesù ha collocato il Regno di Dio, non il proprio ruolo, la propria persona, la propria dignità. 

Che la comunità post-pasquale, ferma ed energica assertrice della piena umanità di Gesù di Nazaret, abbia insignito quest’uomo dei titoli di Cristo, Messia, Figlio di Davide, Figlio di Dio, è innegabile ( Cfr. H.Kueng, Op.cit. pag. 318 ). I redattori dei Vangeli scrivono in questa visuale retrospettiva, ispirati dalla fede pasquale. Così va intesa tanto la confessione di Pietro: “Tu sei il Messia” ( Mc 8,29 ), quanto la domanda del sommo sacerdote       ( Mc 14,61 ). 

Secondo i Vangeli sinottici – a differenza di Giovanni – Gesù non si è mai autoproclamato Messia, nè si è attribuito qualche altro titolo equivalente. Forse perchè voleva evitare il rischio di venire interpretato in modo sbagliato. Questo argomento è stato molto dibattuto, ma ormai gli esegeti sono tutti d’accordo che Gesù non si attribuì alcun titolo messianico: nè Messia (= Cristo ), nè Figlio di Davide, nè Figlio, nè Figlio di Dio. 

Dopo la Pasqua, invece, uno sguardo retrospettivo indusse a vedere l’intera tradizione di Gesù – non a torto, come si potrà constatare – in una luce messianica e a inserire la confessione del Messia nella narrazione della storia di Gesù, aggiungendo però la proibizione di parlarne apertamente. In Marco c’è addirittura il segreto messianico in tutto il vangelo. 

Resta tuttora discussa la questione se Gesù abbia applicato a sè il titolo “Figlio dell’uomo”, che nei vangeli ricorre ben 82 volte, sempre ed esclusivamente in bocca a Gesù. Egli ne parla sempre in terza persona con riferimento:

  1. 1) al Figlio dell’uomo prossimo a venire come giudice ( Dn 7,13-14 );
  2. 2) al Figlio dell’uomo che dovrà soffrire molto;
  3. 3) al Figlio dell’uomo terreno e presente. 

Queste incertezze riguardo ai titoli non devono preoccuparci più di tanto: non diminuiscono minimamente la grandezza della figura di Gesù. La sua “pretesa” non coincide con i titoli, ma li travalica. Al di là dei titoli, che potevano portare fuori strada, date le aspettative messianiche dei contemporanei, sta il fatto che Gesù pretendeva dai suoi uditori una decisione ultima per la causa di Dio e dell’uomo. In questa causa Egli si immedesimava totalmente. Così il grande problema della sua persona era posto in modo indiretto e la rinuncia ad ogni titolo non faceva che infittire il mistero.

Quelli che parteggiavano per Gesù 

Gesù è un uomo senza alcuna credenziale umana ( di famiglia, paese, soldi, cultura, partito, cariche, dignità, tradizione ) e nondimeno avanza delle pretese inaudite. Si mette sopra la Legge, il Tempio, Mosè, i Re, i Profeti. Le frasi “ma io vi dico” del discorso della montagna e quelle introdotte dall’ Amen ( = in verità ) rivendicano un’ Autorità superiore a quella dei Rabbi e dei Profeti. La sua Autorità e i suoi poteri non li giustifica mai ( Mc 11,28-33 ): li possiede, li esercita e basta. In forza di questa sua Autorità superiore, Gesù annuncia, con la parola e con l’azione, la volontà di Dio ( = il bene dell’uomo ) e fa interamente sua la causa di Dio ( = la causa dell’uomo ). 

Tutta la sua esistenza poneva la gente di fronte ad una decisione: pro o contro il suo messaggio, la sua azione, la sua stessa persona: indignarsi o cambiare, credere o non credere, convertirsi o restare come prima. Ognuno, a seconda della scelta, sarebbe stato segnato positivamente o negativamente per il Regno imminente, per il giudizio definitivo di Dio. 

Il popolo. Nella Galilea Gesù aveva dato vita a un movimento di notevoli proporzioni. Se gli evangelisti parlano di una “massa” che ascolta Gesù, si meraviglia delle sue parole e dei suoi miracoli, pronuncia a suo riguardo parole di elogio, è indubbio che essi riferiscono qualcosa di storico. 

E’ proprio questo popolo semplice, sfruttato dai potenti, incompreso dai ribelli, disprezzato dagli asceti del deserto e dai Farisei delle città, perchè non idoneo al servizio del tempio, nè al servizio militare, incapace di eroismi ascetici e dell’esatta osservanza della Legge: è proprio questo popolo che attira l’attenzione, la premura, la “compassione” di Gesù. Sono queste le persone che Gesù dichiara beate e sono queste le persone che si schierano dalla parte di Gesù. 

I seguaci più fedeli. C’è tra questa gente un gruppo di persone che seguono continuamente Gesù. Hanno lasciato casa, famiglia, professione e lo seguono nel suo peregrinare da un luogo all’altro. A questi seguaci – non ai suoi familiari e nemmeno a sua Madre( Mc 3,21.31-35 ) – Gesù si sente legato da vincoli di grande affetto ( a differenza di Budda, Confucio, Socrate e Maometto, che essendo sposati, erano più legati alla famiglia ). Sono questi gli allievi, i discepoli di Gesù. 

Stupisce il fatto che Gesù sia riuscito a formare un gruppo di discepoli, avendo avuto così poco tempo per farlo ( a differenza di Budda e Maometto ). Per di più non era un Maestro titolato, come invece erano i Rabbini. 

Nella sua scuola manca l’elemento scolastico, presente invece nelle scuole dei Rabbini. Manca inoltre l’elemento ascetico, caratteristico della scuola di Giovanni Battista, dalla quale provengono alcuni discepoli. 

VOCAZIONE-DI PIETRO E-ANDREA

I racconti delle vocazioni 

I racconti delle vocazioni sono molto schematici, fanno risaltare soltanto gli elementi esemplari. Non è l’allievo che sceglie il Maestro ( come presso i Rabbini ), ma è il Maestro che si sceglie gli allievi. Il discepolo non viene chiamato a un rapporto didattico, ma a una comunione di vita e di destino con Gesù. Non a studiare la Legge, ma a fare la volontà di Dio. Non ad una istruzione temporanea, ma a una formazione continua per tutta la vita. Da discepoli non si diventa mai maestri. Uno solo è il Maestro e noi siamo tutti fratelli ( Mt 23,8-10 ). 

Il gruppo dei discepoli non viene mai messo in contrapposizione al popolo simpatizzante ( non una élite contrapposta al resto ). I discepoli sono coloro che, tra gli aderenti a Gesù, hanno fatto una scelta più radicale. I discorsi di Gesù, anche quello della montagna, sono rivolti a tutto il popolo. 

Il Regno di Dio deve venire per tutti e da parte di tutti si richiede la conversione, cioè un cambiamento radicale di mentalità e di vita. Gesù però non pretende che tutti rinuncino alla famiglia, alla professione, al luogo di origine, per aggregarsi a lui e assumere un compito particolare. La rinuncia al matrimonio ( Mt 19,12: eunuchi per il Regno dei cieli ), non è richiesta a tutti, ma solo in via eccezionale. 

L’essere discepoli della cerchia particolare di Gesù non è condizione indispensabile per la salvezza. Molte persone credono in Gesù ( miracolati, peccatori, pubblicani, gente comune ), ma restano dove sono ( casa, paese, professione ). Non per questo vengono esclusi dal Regno di Dio, nè vengono rimproverati di mancanza di impegno e di generosità. Si dà anzi un caso contrario: a un ex indemoniato Gesù impedisce di seguirlo, ma gli raccomanda di annunciare il Regno di Dio tra i suoi familiari ( Mc 5,18-20 ).

Due frasi sembrano in contraddizione tra loro. 

  • Chi non è con me è contro di me” ( Mt 12,30; Lc 11,23 ).
  • Chi non è contro di noi è con noi” ( Mc 9,40; Lc 9,50 ).

La prima frase riguarda quelli che non si decidono alla conversione. La seconda difende un tale che compie azioni carismatiche nel nome di Gesù, ma non fa parte del gruppo dei discepoli. 

I discepoli non è per l’ascesi che devono abbandonare tutto, ma è per un compito particolare che possono abbandonare tutto. Per la precisione, nei racconti della missione ( Mc 6,7-13; Mt 10,1-11; Lc 9,1-16; 10,1-16 ) si parla di compito particolare, di destino particolare e di promessa particolare. In questi racconti indubbiamente ci sono molti elementi che sono dovuti alla rielaborazione e all’adattamento post-pasquale. Almeno una cosa però si può affermare con certezza e cioè che Gesù rese partecipi i suoi discepoli del suo potere di predicare e di guarire i malati. In questa prima fase essi non annunciano ancora il Cristo, ma l’avvento del Regno di Dio, come faceva Gesù. 

Compito particolare: essere pescatori di uomini ( Mc 1,17; Lc 5,10; Mt 10,40 ). San Luca in funzione di questo compito narra la pesca miracolosa (Lc 5,1-9). I discepoli sono attorno a Gesù non solo per accogliere un messaggio, ma anche per ritrasmetterlo. Essi vengono chiamati a contribuire all’annuncio del Regno di Dio e la sua pace e a farne diventare operanti già ora le forze risanatrici ( Mc 3,14 s ).

Destino particolare. Lasciare tutto per seguire Gesù significa sciogliere i vecchi legami per allacciarne uno nuovo con la sua persona. Significa pure condividere la sua vita, partecipare alla sorte di chi non ha dove posare il capo ( Mt 8,20 ), spartire con lui la povertà e le sofferenze ( Mt 10,22 ). Il discepolo infatti non deve pretendere di essere da più del suo Maestro, nè il servo da più del suo padrone (Mt 10,24). Un simile impegno richiede una approfondita riflessione, come chi deve costruire una torre o fare una guerra difficile ( Lc 14,28-33 ). La decisione di seguire Gesù non deve dar luogo a ripensamenti, non consente di voltarsi indietro per nessuna ragione ( Lc 9,59-62; Mt 8,21 s ). 

Promessa particolare. 

Non vengono promessi posti speciali a destra o a sinistra di Gesù, o distinzioni gerarchiche ( Mt 10,35-40 ). La promessa è questa: Gesù stesso riconoscerà come suoi nel giudizio finale quelli che l’hanno riconosciuto qui in terra. Al contrario, su chi non lo riconosce qui in terra incombe la minaccia del giudizio di condanna ( Lc 12, 8 s; Mc 8,38 ). 

La posteriore comunità cristiana si è riconosciuta nei discepoli di Gesù. Il nome di discepolo si è generalizzato così da indicare tutti i credenti in Cristo. 

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Gesù ha davvero fondato la Chiesa? 

E’ certo che Gesù ha avuto un gruppo di discepoli.

E’ certo che tra questi discepoli Gesù ha scelto un gruppo di dodici, chiamati Apostoli. (Questo termine, però, che significa “inviato”, viene dato anche ad altri: Barnaba, Paolo, ecc.). 

A favore della storicità di questo fatto sta l’antica professione di fede registrata da San Paolo nel 55/56 d.C. nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15,5), ma risalente, forse, al tempo della sua conversione ( 36 d.C. ). Inoltre il fatto scomodo della presenza di Giuda, sostituito da Mattia ( At 1,15-26 ). Le liste dei dodici divergono un po’ tra di loro ( Mc 3,16-19; Mt 10,2-4; Lc 6,14-16; At 1,13 ), specialmente riguardo a Taddeo o Simone. Dei dodici si sa poco o niente. Per lo più sono pescatori; un doganiere, Matteo, da identificare con Levi ( Mc 2,14 ) e uno zelota, Simone cananeo ( Mc 3,18 ) teoricamente nemici irriducibili. Di Giacomo e Giovanni si sa che erano soprannominati “boanerghes”, figli del tuono.

Le figure che si distinguono maggiormente, ma per motivi opposti, sono Giuda e soprattutto Simone, soprannominato forse dallo stesso Gesù Cefa o Pietro ( Mc 3,16). La figura di Pietro si staglia nettamente sui dodici: ne è il portavoce, è il primo a riconoscerlo come Messia, è il primo testimone della risurrezione e il capo della comunità primitiva. 

A questo punto si pone la questione: Pietro e i dodici erano stati previsti da Gesù come fondamento di una Chiesa, che Egli aveva in animo di istituire? 

La Chiesa neotestamentaria si è richiamata a Gesù in quanto Cristo, coniando anche l’espressione: “La Chiesa di Gesù Cristo” e gli Apostoli sono per essa di fondamentale importanza. Ma sta di fatto che il Gesù storico confidava nel compimento escatologico del Regno di Dio durante la sua vita. Egli certamente non intendeva fondare una comunità particolare distinta da Israele, con propria professione di fede, proprio culto, propria regolamentazione e cariche proprie.

Gesù nella sua predicazione non si rivolge solo ai giusti e ai pii, ma al popolo intero con l’inclusione dei negletti, dei malati e dei peccatori. E’ tutto il popolo, non un santo resto, che è chiamato a diventare il popolo di Dio del tempo finale. Anzitempo non si devono separare i buoni dai cattivi, il grano buono dalla zizzania ( Mt 13,47-50; 13,24-30 ). Nonostante gli insuccessi, Gesù ha continuato a predicare così. 

I dodici sono proprio il segno di questo popolo di Dio del tempo finale. Simboleggiano le dodici tribù del popolo Ebreo, quando era nel massimo splendore al tempo di Davide e Salomone. Con la scomparsa del Regno del Nord ( 722 a.C.), il popolo Ebreo è ridotto a due tribù e mezza: Giuda, Beniamino e mezzo Levi. I tempi finali vedranno il popolo di Dio radunato nella sua totalità. 

Tutto questo significa che Gesù non ha propriamente fondato una Chiesa durante la sua vita. Su questo punto gli esegeti sono ormai tutti d’accordo, anche i cattolici ( Cfr. H. Kȕng, Essere cristiani, pag. 316 nota 42 ).

Tu sei Pietro

Come intendere allora il loghion di Matteo 16,17-19: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”? Si tratta di uno dei passi più controversi di tutto il Nuovo Testamento. Esso è esclusivo di Matteo. Anche diversi esegeti cattolici, oltre a tutti gli altri, ammettono che non s’inquadra nell’insegnamento di Gesù sull’avvento del Regno di Dio e lo ritengono una elaborazione post-pasquale della comunità palestinese o dello stesso Matteo, quando la comunità cristiana si contrappone alla Sinagoga ed è già istituzionalmente organizzata sul piano dottrinale e giuridico ( Cfr. Op. cit. pag. 316 nota 44 ).

La Chiesa cattolica invece ha sempre insegnato che queste parole le ha pronunciate proprio Gesù. In questo caso, bisogna tenere presente che il verbo edificare è messo al futuro ( edificherò ).

Dunque la “Chiesa”, intesa come comunità particolare, distinta da Israele, è sicuramente una realtà post-pasquale. Gesù, quindi, non fu quello che comunemente si dice il fondatore di una nuova Religione o di una Chiesa. Questa è una cosa che si è costituita gradualmente dopo la Pasqua. Gesù rivolse fin dall’inizio la sua predicazione e la sua azione carismatica ai soli figli di Israele ( Mc 7,27; Mt 15,24; 10,6 ). Non predicò ai pagani nè lui nè i suoi discepoli. Il comando missionario è post-pasquale ( Mc 16,15; Mt 28,18-21 ). Gesù pensò alla salvezza dei pagani alla maniera dei profeti ( Is.25,6-9 ), come un afflusso di popoli verso Gerusalemme per partecipare al banchetto nel Regno di Dio. 

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Discepolato e Gerarchia 

Il termine “gerarchia” risale ad un anonimo che scrive tra il 500 e il 600 sotto lo pseudonimo di Dionigi l’Areopagita ( pseudo Dionigi ). Esso significa “potere sacro”. Egli applicò questo termine non solo ai detentori di qualche potere nella Chiesa, ma addirittura alla Chiesa stessa, vista in tutti i suoi ordini e gradi, come uno specchio della Gerarchia celeste. Le comunità cristiane neotestamentarie evitano riferimenti alle autorità civili e religiose esistenti nel tempo, perchè tra i discepoli, per volere di Gesù, non ci deve essere un rapporto di potere di alcuni su tutti gli altri, ma un rapporto di servizio reciproco. 

Tra discepolato e gerarchia c’è opposizione estrema.

  • La gerarchia come “potere sacro” è basata sul diritto e sulla forza; sul “sapere sacro” e sulla “sacra dignità”. Pochi consacrati dominano su tutti gli altri. 
  • Il discepolato dice dipendenza spirituale verso l’unico Signore e Maestro, Gesù Cristo. Ma i discepoli, tra loro, hanno un rapporto di fraternità che chiama non al potere dell’uno sull’altro, ma al servizio reciproco. La parola più usata per indicare questo servizio è la diaconia, una parola profana che significa in senso stretto il servizio a tavola. E’ a tavola che risalta maggiormente la differenza tra il padrone, che siede a mangiare con gli amici, rivestito di vesti ampie e lunghe, e i servi che si affaccendano in vesti succinte nel servizio della mensa. “Chi tra voi vuol essere grande, sia il vostro servitore a tavola; e chi tra voi vuol essere il primo, sia lo schiavo di tutti ( Mc 10,43 s ).

Questa sentenza ricorre ben sei volte nei Sinottici. Giovanni inoltre la rincara con la narrazione della lavanda dei piedi, fatta da Gesù ai suoi discepoli nell’ultima cena ( Gv 13,1-17 ). Gesù ha compiuto questo gesto per insegnarci che i nostri rapporti vicendevoli devono essere improntati al servizio reciproco, umile, profano, modesto, richiesto dalle situazioni anche banali della vita di ogni giorno. Non era nelle intenzioni di Gesù darci l’indicazione di una cerimonia da farsi in Chiesa una volta l’anno, ma indicarci lo spirito di servizio che deve animare i rapporti interpersonali. Chi poi viene posto in autorità, deve avere uno spirito di servizio maggiore, perché si allargano i confini della sua carità 

Quindi la Chiesa voluta da Gesù non è la Chiesa del “potere sacro”, del “sapere sacro”, della “sacra dignità”, ma la Chiesa del grembiule, la Chiesa del servizio.

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PER LA MORTE DI FRA RAIMONDO FABELLO O.H. – Luca Beato o.h.

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 A UN MESE DALLA MORTE 

 
Un ricordo di Fra Raimondo Fabello
 
Fra Raimondo Fabello O.H.Una semplicità che poteva incutere timore e che sapeva rivestirsi di attenzioni per il prossimo. La battuta, non sempre felice, cercava di collocare la relazione ad un livello di simpatia.
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 Poteva sembrare quello che si dice un “orso” ma senza aggressività: un orso buono, insomma. Non amava sedersi in prima fila, anche quando ricopriva cariche importanti nell’Ordine, si metteva piuttosto in disparte, ma potevi essere certo che avrebbe seguito tutto con attenzione e alla fine un commento te lo regalava volentieri, reale, concreto, senza adulazioni.
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San Giovanni di Dio - (1989) pala dell’altare laterale, Ospedale Sant'Orsola Brescia - Pittore Gabriele Saleri-001Di poche esigenze per la sua persona, poche cose, quelle essenziali. Fra Raimondo Fabello è stato un fatebenefratello con una spiritualità che bisognava scoprire nel tempo, una personalità forte, una testa che pensava con molta indipendenza, acuta, mai violenta.
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Amava la vita, amava il suo Ordine, amava Giovanni di Dio, amava la Chiesa, veramente, autenticamente.
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Fra Raimondo FabelloEntrato giovanissimo nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio si è spento a 65 anni, forse troppo presto per come siamo abituati a pensare. Friulano di origine, ha conservato sempre un tratto della sua terra, ma capace di una universalità, che lo ha portato ad essere consigliere generale nell’Ordine.
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 Fra Raimondo FabelloFin da giovane religoso fu chiamato a ricoprire posti di responsabilità, che assunse con molto senso della situazione. Univa alla capacità di amministrare quella sapienza concreta che lo legava ai problemi delle persone, alle loro attese.
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 Andava fiero del fatto che era sempre riuscito ad intrattenere buoni rapporti con i collaboratori e in specie con i sindacalisti, anche quando si dovevano assumere decisioni impopolari. Ed ebbe il coraggio di decisioni storiche durante gli anni da Superiore Provinciale. Scelte non sempre condivise da tutti, ma non si è mai nascosto, palesando le situazioni e cercando il confronto.
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San Giovanni BattistaIl giorno prima della sua morte, la chiesa ha celebrato la memoria della morte di Giovanni Battista. È l’unico santo di cui si festeggia sia la nascita che la morte, di tutti si ricorda il giorno della nascita al cielo, quindi, anche se universalmente questo santo si celebra il 24 giugno, è il 29 agosto il giorno della sua festa in cielo. Fra Raimondo poteva ricordare i tratti del Battista: rude, essenziale ma con la voglia di annunciare un messaggio di libertà. In ogni incarico ha sempre avuto presente che dietro la capacità amministrativa e direzionale per un frate c’è sempre l’annuncio del Vangelo. Lui lo ha fatto a modo suo.
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Ha sempre dato un forte impulso alla pastorale della salute, partecipando ai corsi anche come docente. E come responsabile ha sempre avuto attenzioni per la formazione, quella vera! Provava un senso di fastidio per quella sorta di formazione “paludata” che vende solo castelli in aria.
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Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato. Sedeva ai tavoli di persone importanti, ma godeva di potersi sedere lungo il viale di Villa S. Ambrogio a Cernusco per stare in festa con i malati.
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Ricordava sempre con soddisfazione il tempo trascorso in reparto dove aveva imparato molto, dove aveva condiviso tutto. Era contento di stare con i suoi frati e al tempo stesso stava bene con i collaboratori laici. Durante gli anni in cui era consigliere generale l’Ordine pubblicò un testo dal titolo: Fatebenefratelli e collaboratori laici, insieme per servire la vita. Presentando quel testo, in un incontro provinciale, tra l’altro disse che si poteva parlare di condivisione della spiritualità, ma che il carisma riguardava in maniera specifica solo i religiosi.
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Qualche anno più tardi ammise che si poteva parlare di condivisione del carisma (segno della sua tenacia e intelligenza capace di evolvere il pensiero). Oggi tutta la Chiesa parla di condivisione del carisma. Fu un sostenitore non solo verbale di questa prospettiva, ma cercò di realizzarla in concreto. Invitato ad una conferenza presso un istituto di suore, decise che il tema della collaborazione religiosi-laici sarebbe stato più efficace se fatto in due e si fece accompagnare da un collaboratore della Provincia.
Fra Raimondo FabelloFra Raimondo Fabello
Quando si pensa alla morte di un frate, si pensa anche sempre un po’ alla sua santità. Chi ha conosciuto Fra Raimondo può pensare che non fosse esente da difetti, come ogni uomo, ma se è vero che anche solo un bicchiere d’acqua dato nel nome di Cristo non resterà senza ricompensa, per tutto il bene che ha fatto Fra Raimondo lo immaginiamo a godere di quella luce che Dio emana. I difetti sono cancellati, non esistono, resta solo l’amore.
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Attento e partecipe alla liturgia, amava il canto ben fatto e l’armonia della celebrazione. Sosteneva che la vita deve essere come la liturgia: mai violenta. La liturgia non impone, ti racconta una storia, ti procura un’emozione, suscita un pensiero, stimola un’azione. Tutto questo accade se il cuore è aperto.
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Quando leggeva un brano in Chiesa amava seguire una lettura continua, senza accenti sulle frasi in modo che l’ascoltatore fosse protagonista e scegliesse lui la frase biblica più bella ed efficace.
Ora legge in cielo una storia senza fine, dove gli sarà svelato il senso della vita e della sofferenza anche della sua ultima sofferenza.
Ora canta in cielo, senza stonature. 
Un amico
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L’OMELIA ALLA MESSA DI SUFFRAGIO


OLYMPUS DIGITAL CAMERAChiesa_di_sant'orsola FBF_(brescia)Domenica 30 Settembre 2007 – Chiesa di Sant’Orsola, Ospedale Fatebenefratelli – Brescia
 

Fra Luca Beato sac.

Siamo qui riuniti per partecipare a questa Liturgia di suffragio per il nostro confratello Raimondo Fabello, nel trigesimo della morte, nella Chiesa di questo Ospedale di Sant’Orsola nel quale in giovanissima età fu prima Vicario (1968) e subito dopo (1971) Priore.
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Noi pensiamo che egli sia già in Paradiso non solo in forza delle nostre preghiere, delle nostre celebrazioni funebri, delle numerose testimonianze e del solenne funerale nel Duomo strapieno di gente. Infatti Sant’Agostino ci dice che le cerimonie funebri giovano più a noi viventi che al defunto, perché sono di consolazione ai parenti e perché ci fanno riflettere sulla nostra vita nella prospettiva della vita eterna. Noi siamo certi della salvezza eterna del nostro confratello defunto per la vita che ha vissuto.
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Perciò credo che sia utile ed anche stimolante per ciascuno di noi vedere un po’ come Fra Raimondo ha impostato e vissuto la sua vita di religioso, consacrato oltre che con il Santo Battesimo, anche con la Professione religiosa, al servizio di Dio in un Ordine religioso dedito alla cura e all’assistenza dei malati. Faccio riferimento soprattutto ai miei ricordi personali.
 
Attenzione alla Liturgia
 
Fra Luca BeatoGuardando l’album delle foto della mia prima Messa all’Ospedale S. Giuseppe di Milano (1963) scopro che Fra Raimondo fa il cerimoniere. Aveva allora ventun anni, cinque meno di me.  Mi ha colpito questo giovane religioso dal bel portamento, deciso e preciso nel guidare la cerimonia, ma senza peccare di protagonismo. Quando poi, due anni dopo, cominciò la riforma liturgica, voluta dal Concilio Vaticano II, Fra Raimondo si collocò subito all’avanguardia sia per le cerimonie liturgiche, sia per i canti. Cominciò a redigere il nostro Calendario Liturgico (oggi: guida pastorale) subentrando al Padre Rodolfo Comini. Qui a Brescia, mentre era Priore, fondò anche un piccolo Coro, che si è distinto non solo in Casa, ma anche nella Provincia di Brescia.  Per tutta la vita ebbe questa grande cura per le cerimonie religiose e per il canto liturgico ed esigeva altrettanto dai religiosi della comunità di cui era responsabile.
 
Aggiornamento della vita religiosa
 
Dalla Riforma liturgica si è passati presto all’aggiornamento della vita religiosa, conclusa dopo tanti tentativi con le Nuove Costituzioni dell’Ordine nel 1984. Come membro della commissione che elaborava i suggerimenti dei religiosi in vista del Capitolo Provinciale del 1968, ho potuto apprezzare gli apporti di Fra Raimondo, non inferiori a quelli del P. Mosè appena defunto, del P. Pierluigi futuro Provinciale.
Fra Raimondo FabelloMi apparve un giovane che pensava in grande, per la vita religiosa in genere e per il nostro Ordine religioso in particolare. Egli condivideva pienamente l’abolizione dei poteri assoluti e l’introduzione della Collegialità nell’esercizio dell’Autorità; l’obbedienza non più “cieca, pronta, assoluta, tamquam cadaver”, come avevano sancito nel tempo della Controriforma i Gesuiti, ma come ricerca insieme di quel che Dio vuole da noi in quanto istituto religioso ospedaliero che deve incarnare nell’oggi il Carisma dell’Ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio.
La Chiesa infatti ha il duplice compito: predicare il Vangelo e curare i malati (Mc. 16 ). Noi Fatebenefratelli dobbiamo predicare il Vangelo della misericordia di Dio verso gli uomini non con le prediche, ma con la carità vissuta, curando i malati con lo spirito del Buon Samaritano.
 
Apertura ai collaboratori laici
 
Questa Collegialità, in un primo tempo fu rivolta unicamente ai Religiosi, ma dopo è stata estesa anche ai nostri collaboratori laici. Anche in questa apertura troviamo protagonista Fra Raimondo Fabello. Questo allargamento non è nato a causa della diminuzione delle vocazioni religiose, ma è un fatto di Chiesa, definita dal Concilio Vaticano II non più come Gerarchia destinata a governare il popolo, ma come popolo di Dio fondato sulla fede e sul Battesimo.
In ogni Ospedale i religiosi, le suore e i laici battezzati, sia medici, sia infermieri, sia tecnici, sia ausiliari, ecc. costituiscono una piccola Chiesa domestica. Insieme devono vivere una vita da risorti in Cristo e animati dallo Spirito dell’amore devono diventare sempre più un cuor solo e un’anima sola tra di loro, per compiere nella maniera più umana possibile il servizio di cura e assistenza verso i malati. Tutto questo viene sintetizzato nell’espressione: ”Condivisione del Carisma di San Giovanni di Dio”.  A questo proposito è significativo il fatto che mentre Fra Raimondo era Consigliere generale è stato pubblicato dalla Curia di Roma il documento: “Fatebenefratelli e collaboratori insieme per servire e promuovere la vita”.
 
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Riforma ospedaliera e psichiatrica
 
A partire dal 1965 noi abbiamo avuto in Italia tante leggi nuove di trasformazione della Società, del mondo del lavoro e del settore sanitario e ospedaliero: La democrazia cominciata con la politica nel 1946 subito dopo il Plebiscito, è stata calata nella società con la riforma del Diritto di Famiglia ( parità tra i coniugi ), con lo Statuto dei lavoratori ( parità di salario e stipendio tra uomini e donne ). Abbiamo avuto la riforma ospedaliera ( Legge Mariotti ), che ha comportato per la nostra Provincia Religiosa uno sforzo enorme per l’inserimento delle nostre Cliniche nel piano sanitario delle Regioni come Ospedali di zona. Poi abbiamo avuto la riforma della Psichiatria  ( Legge Basaglia ) che ha messo fine ai manicomi con i ricoveri coatti ed ha cominciato a trattare le malattie psichiatriche alla stregua delle altre malattie.
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All’inizio di queste trasformazioni Fra Raimondo era ancora molto giovane, ma ha preso a cuore subito, in maniera forte, la formazione tecnica e professionale degli infermieri per adeguarli alle nuove esigenze ospedaliere.
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Fra Raimondo FabelloArrivato in Curia provinciale come consigliere nel 1974 fu subito di grande aiuto con la sua calma, serietà e risolutezza, nella gestione delle conflittualità sindacali, che a quei tempi avevano assunto toni così roventi da mettere in pericolo la sopravvivenza stessa delle Strutture dei Fatebenefratelli. Qui scoprimmo anche il grande cuore di Fra Raimondo: ai dipendenti rimasti senza stipendio per uno sciopero ad oltranza convinse la Curia provinciale ad anticipare metà dello stipendio del mese successivo.
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La riforma psichiatrica, invece, ha visto Fra Raimondo ai vertici in primo piano, come protagonista, convinto che il nuovo modo di curare i malati di mente rispondeva pienamente allo spirito di San Giovanni di Dio che ha voluto avere lui un ospedale suo proprio, nella Città di Granata, la quale ne aveva già sei, precisamente per curare i malati come voleva lui, cioè con tanta umanità, come faceva Gesù.
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Egli ha sempre lottato contro lo stigma del malato di mente, vale a dire il pregiudizio della gente che pensa ancora che le malattie psichiche siano incurabili, perciò emargina i malati di mente perché ne ha tanta paura.
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Fra Raimondo, insieme con suo fratello Fra Marco, fu un forte assertore dell’importanza della ricerca scientifica per la psichiatria e per l’Alzheimer. E negli ultimi sei anni, che era responsabile dell’IRCCS nel Centro di San Giovanni di Dio, soffriva del fatto di non essere abbastanza sostenuto dai vertici della nostra Provincia religiosa.
 
Pastorale ospedaliera
 
La società italiana, nella pratica della religione cattolica, è cambiata radicalmente negli ultimi 60 anni, passando dal 98% di praticanti al 12/13 %. All’ospedale, che è il riflesso della società, arrivano atei, miscredenti, credenti in Dio ma non in Gesù Cristo, credenti in Dio e in Gesù Cristo, ma non nella Chiesa. Questo riguarda sia gli operatori ospedalieri che i malati.
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 Di fronte a questa nuova realtà occorre assumere degli atteggiamenti nuovi. Non basta più la pastorale sacramentaria di un tempo svolta dal Cappellano. Oggi, bisogna anzitutto avere  rispetto della libertà di coscienza di ciascuno. E normalmente bisogna rispondere alle esigenze di carattere religioso dei malati credenti e praticanti. Ma poi. si possono intraprendere delle iniziative, coinvolgere i laici cristiani dell’ospedale ad aiutare il Cappellano per avvicinare i lontani, ecc.
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Fra Raimondo ha avuto sempre a cuore laformazione dei collaboratori laici cristiani perché gli ospedali dei Fatebenefratelli svolgano in maniera ottimale l’apostolato ospedaliero. E’ l’ospitalità olistica tanto cara a San Giovanni di Dio: il malato è una persona che non ha solo problemi di carattere fisico, ma aldilà di questi, ha anche tanti problemi di carattere psicologico, morale e spirituale e si aspetta che gli operatori ospedalieri, gli diano u